
Gruppo MEAN sulla scalinata Potemkin
Il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN), dal 25 al 28 agosto scorsi, ha organizzato in collaborazione con la Nunziatura Apostolica in Ucraina e con il Congresso delle Autonomie Locali Ucraino una manifestazione collettiva, europeista e nonviolenta a Odessa, per esprimere solidarietà al popolo ucraino e per ribadire l’impegno del Movimento contro la guerra e per la pace. A questo momento di partecipazione civile, dialogo e testimonianza internazionale ha preso parte Elisa Mascellani, che ne ha scritto per i nostri lettori.
Un po’ mi vergogno.
Sono stata solo tre giorni e tre notti a Odessa con 130 altri attivisti del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN) e pare che abbia fatto chissà che.
«Stai attenta», «Mi raccomando», «Sii prudente», «Abbi cura di te», «Una preghiera per quest’ultima notte a Odessa», «Speriamo che vada tutto bene». Capisco a apprezzo i messaggi di vicinanza e preoccupazione, ma penso a chi da quattro anni si trova in situazione di costante pericolo, crescente pericolo, a chi tutte le notti sa che ci saranno attacchi missilistici. Eppure è lontano.
È di oggi la notizia dell’attacco letale a un pullman sulla strada di collegamento tra Moldovia e Ucraina, in direzione di Odessa. Poteva toccare anche a uno dei nostri tre pullman del MEAN. Meno male che non ci è capitato?
Un po’ mi vergogno.
Ecco perché è importante andare personalmente in mezzo a chi subisce la guerra, perché se non conosci nome per nome, viso per viso le persone, non riesci a soffrire con loro. Forse ci difetta la fantasia, forse ci difetta l’empatia, forse ci tradisce l’assuefazione. Sapere che tutte le notti ci sono persone in pericolo non è sufficiente per sentirlo nella pelle e nell’anima.
Nottataccia
Delle tre notti che abbiamo trascorso a Odessa la seconda è stata la peggiore. Agli allarmi emanati ufficialmente tramite l’app Air alert non si bada, perché suonano tutte le volte che viene avvistato in volo «qualcosa» nell’area selezionata, cioè troppo frequentemente, anche se abbiamo selezionato solo Odessa district.
Gli ucraini non hanno nemmeno l’app sul cellulare e noi stessi l’abbiamo silenziata dopo mezza giornata. In città, tuttavia, le sirene suonano con insistenza dagli altoparlanti: Attention, air raid alert. Proceed to the nearest shelter. Don’t be careless. Your overconfidence is your weakness. Parole al vento, nessuno si muove.
Suonano le sirene nel bel mezzo della preghiera ecumenica per i caduti che ci vede tutti riuniti dentro il parco cittadino intitolato a Shevchenko: suono suggestivo o lugubre, ma nessuno si muove, e allora restiamo anche noi. Suonano le sirene durante gli incontri con gli universitari, durante i colloqui dei tavoli sinodali, mentre i soccorritori della Croce Rossa ci spiegano cosa significa «primo soccorso» oggi in Ucraina. Nessuno si muove.
I più prudenti consultano i canali Telegram che registrano con più precisione che tipo di arma è in avvicinamento e in quale precisa regione sarebbe diretta. Il mio telefono arriva a tradurmi in automatico dall’ucraino, ma questo non è sufficiente per capire cosa veramente succede. Ok, i droni di ricognizione li lasciamo arrivare senza pensieri. Anche uno stormo di una decina di droni non ci preoccupa, perché sappiamo che i droni «normali» vengono ormai regolarmente abbattuti. Ci preoccupano di più i droni a reazione, che sono tra le ultime novità, perché sono troppo veloci per essere abbattuti in tempo. E naturalmente i missili, quelli da crociera (definizione ingannevole) e quelli ipersonici, che eludono facilmente le difese antimissile viaggiando a più di 6000 km/h.
Qualcuno di noi si è fatto una competenza ammirevole su missili Oreshnik, Kinzhal e Zircon. Lorenzo, nella sua giovanile intraprendenza, consulta in contemporanea quattro o cinque canali Telegram, si è scaricata e studiata la mappa di tutte le regioni del distretto di Odessa e si è incaricato di avvisarci quando l’allarme notturno è da prendere sul serio. NON È PER NOI, scrive sulla chat tre o quattro volte durante la notte quando si sentono le sirene.
Ma quando realizza che davvero quell’allarme sarebbe «per noi», scrive RIFUGIO su Whatsapp senza avere il tempo di premere INVIO, perché il boato sordo del missile lo precede. E sappiamo che quando si sente il boato sordo il missile è già arrivato a destinazione, questa volta nella zona del porto, per nostra fortuna, a 5 o 6 km dall’Istituto dei Pallottini di cui siamo ospiti. Forse, dunque, è per proteggerci da altri eventuali attacchi che ci precipitiamo giù per le scale verso il refettorio che, essendo seminterrato, fa da rifugio.
Inutile dormire con cellulare e occhiali sul cuscino: il missile ti precede.
La seconda notte gli attacchi si succedono ininterrottamente dalle 2,15 alle 7.30 del mattino: boati, esplosioni, raffiche di contraerea. Sembrerebbe un film di guerra se non fosse tutto vero.
Molti di noi stanno tutto il tempo nel rifugio-refettorio, alcuni portandosi le coperte e cercando di dormire sulle panche. Altri si sistemano in un bagno senza finestre, o in un corridoio a due muri dal perimetro esterno dell’edificio, come abbiamo imparato che si fa in questi casi. Padre Valentin e padre Eugenio, invece, i padroni di casa, non si muovono dal loro letto, e così le suore Elisabettine che ospitano un altro gruppo di noi attivisti. E alle sei del mattino, ad allarme ancora in corso con esplosioni in cielo, la strada di circonvallazione di Odessa comincia a ronzare del traffico regolare di chi si reca al lavoro. Ci si abitua.

Il Vescovo di Odessa incontra il gruppo del MEAN
Ci si abitua
Lo dice il vescovo di Odessa Stanislav Šyrokoradjuk, quando lo incontriamo alla nostra prima tappa oltre il confine ucraino. Abituarsi alla guerra è necessario per continuare a vivere, ma è pericoloso perché si trascura il pericolo. Abituarsi alla guerra è necessario per i soldati al fronte (pardon, si chiamano sempre «difensori»), che devono resistere e combattere, ma è pericoloso per il loro corpo e per la loro anima. Perciò i «suoi» cappellani militari, così racconta il vescovo, non abbandonano la prima linea, per aiutarli a combattere «senza odiare». Pare possibile?
Ci si abitua, ma si paga un prezzo altissimo, in lutti familiari che non conoscono abitudine e che i tributi ufficiali sul «viale degli eroi», che si trova in ogni città dell’Ucraina, non possono consolare; un prezzo altissimo in vittime civili colpite per scelta o per sbaglio, in traumi fisici e psicologici incommensurabili, in sofferenza infantile perfino misurabile: nel giro di un anno a Odessa il diabete infantile è aumentato del 70 per cento, diabete da stress, originato da una produzione eccessiva e continuativa di cortisolo e adrenalina.
Purtroppo ci si abitua anche a vedere la guerra da lontano.
Una notte di attacchi su Odessa o su Kyiv non merita spazio sui nostri giornali, tristemente affollati di Lavitola e Ranucci (e ancora mi vergogno), a meno che non ci sia un numero di morti «abnorme». I lettori vogliono notizie nuove, «si stancano» di quattro anni di guerra. Allora si dedica uno spazio considerevole ai colloqui «di pace» degli inviati americani Witkoff e Kushner, cui i nostri amici ucraini proprio non badano, sapendo bene che non porteranno a nulla, almeno in questo frangente.
I nostri giornali plaudono, giustamente, alla diplomazia vaticana, che invia a Mosca mons. Gallagher e mons. Zuppi, e addirittura la portano ad esempio di come si dovrebbe raggiungere la pace. Wishful thinking. I nostri amici ucraini ne sono contenti, sia chiaro, ma sanno cosa aspettarsi e sperare dalla diplomazia vaticana, cioè, nel migliore dei casi, uno scambio di prigionieri o la restituzione di un certo numero di bambini scomparsi ovvero rapiti. Non arrivano nemmeno a sperarne un miglioramento delle condizioni dei prigionieri di guerra, figuriamoci un cessate il fuoco.
Assuefazione, indifferenza, ma anche travisamento ed errori di prospettiva.
Ecco perché bisogna andare, andare direttamente a vedere, sentire, vivere anche per poco con chi si trova sotto attacco. Bisogna andare per loro, perché è commovente accorgersi di essere attesi, accolti, addirittura protetti e coccolati per il fatto di condividere per un poco la loro sorte e rompere l’indifferenza.
Andare
Bisogna andare per noi, perché la nostra assuefazione è rovinosa per tutti, il nostro punto di vista sempre parziale, quando non manipolato, il nostro sentire facilmente ottuso, la nostra vergogna, se c’è, insufficiente.
Ma andare ha un’importanza e una forza che va al di là della solidarietà e del contatto umano. L’invito è del nunzio apostolico a Kyiv Visvaldas Kulbokas: se 50 milioni di europei, uno su dieci, venisse in Ucraina disarmato, la guerra finirebbe subito. Sarebbe una forza di pace civile, un’azione davvero pacifista, davvero disarmata e disarmante.
Il MEAN ha proposto, più modestamente, di arrivare a un milione di cittadini europei, uno su cinquanta, disarmati e disarmanti. Sarebbe una potenza pacifica straordinaria, una «marcia del sale» grandiosa e risolutiva.
Smettiamo di dichiararci impotenti.






Che pena: nessuna memoria storica. Scommetto che nessuno qui si ricorda cosa successe ad Odessa il 2maggio 2014. Un strage per cui la Corte Europea ha condannato l’ Ucraina. Ma oggi il passato e’ rimosso, e la menzogna regna sovrana.
L’Ucraina è stata riconosciuta colpevole di gravi Violazioni dei Diritti Umani durante il massacro sindacale di Odessa avvenuto il 2 maggio 2014, secondo la Corte Suprema Europea. La sentenza ha evidenziato la mancanza di intervento da parte delle autorità ucraine nel prevenire il tragico episodio in cui numerosi attivisti antinazisti persero la vita. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il governo ucraino per non essere intervenuto in modo adeguato durante il massacro, violando così il diritto fondamentale alla vita.
Maggiori approfondimenti: https://www.conquistedellavoro.it/global/anatomia-di-un-insabbiamento-il-ricordo-di-quel-2-maggio-ad-odessa-1.3350733
Si, davvero: che pena, uno dei tanti esempi di come la propaganda russa attecchisce anche qui da noi
https://www.thedotcultura.it/rogo-odessa-la-solita-disinformacija-della-propaganda-di-putin/
e c’è chi la diffonde senza chiedersi di chi e che cosa sta parlando…
Mi sembra che siate voi a fare propaganda alla Russia. Cosa piuttosto fastidiosa oltre che fuori luogo.
massacro iniziato perchè i manifestanti anti-maidan spararono contro quelli pro-maidan, con questi ultimi che risposero allo stesso modo
Maria Cristina, nessuno vuole rimuovere la memoria del 2 maggio 2014. È stata una tragedia gravissima, e le responsabilità delle autorità ucraine nelle mancanze accertate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo vanno riconosciute e ricordate.
Ma qui stiamo parlando di altro: di una guerra iniziata con l’invasione russa del 2022 e della condizione attuale della popolazione di Odessa. Richiamare il 2014 in questo contesto rischia di spostare l’attenzione dal tema dell’articolo e, soprattutto, di trasformare una giusta memoria delle vittime in un giudizio sull’intera società ucraina.
Si può condannare ciò che è accaduto a Odessa nel 2014 e, nello stesso tempo, stare accanto ai civili ucraini che oggi vivono sotto le bombe. Le due cose non sono in contraddizione.
Che a Odessa il 2 maggio 2014 sia successa una tragedia gravissima e che le autorità ucraine abbiano avuto pesanti responsabilità nelle omissioni e nelle indagini è vero. Infatti la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Ucraina nel 2025 per non aver fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile per prevenire le violenze, fermarle, soccorrere tempestivamente le persone nell’edificio in fiamme e svolgere un’indagine efficace.
Ma dire che la CEDU abbia stabilito che “l’Ucraina è colpevole del massacro di Odessa” è un’altra cosa. La Corte non ha detto che il governo ucraino abbia ordinato il massacro, né che le vittime fossero semplicemente “attivisti antinazisti”. Gli scontri coinvolsero entrambe le parti e morirono persone di schieramenti diversi. Anche l’ONU ha documentato violenze da entrambe le parti e gravi responsabilità della polizia.
E soprattutto manca il passaggio decisivo: una violazione dei diritti umani commessa da uno Stato non dà a un altro Stato il diritto di invaderlo. Se questa è una giustificazione dell’aggressione russa, il ragionamento non regge.
Si può chiedere verità e giustizia per Odessa senza trasformare Odessa in una giustificazione per l’invasione dell’Ucraina. Anzi, proprio perché le vittime meritano giustizia, bisognerebbe evitare di usare la loro morte come argomento propagandistico per giustificare una guerra successiva.
Elisa, bellissimo questo racconto, grazie e molto bello il suo impegno e quello della missione che ha il gruppo che condivide. Ha ragione, bisognerebbe provare per capire. Provare a vivere anche poco sotto le bombe e provare a sentire il dolore degli altri e parteciparvi con empatia- Si, si fa l’abitudine a tutto, è così. Ma questa abitudine ad una guerra sempre più insensata, se aiuta a sopravvivere, non deve mai fermare la speranza che possa esserci una via d’uscita. Ci deve essere. I propositi di pace portati da gruppi come il suo, fanno bene a chi li riceve e a chi li fa. Ma ci vuole l’impegno di tutte le forze politiche europee, senza tentennamenti, verso il raggiungimento di una pace che sia duratura non compromissiva della libertà degli ucraini e che li liberi dal mortale abbraccio con dei vicini scomodi ed invadenti. Una volontà comune e ferma che non ceda davanti alle minacce e che lavori notte e giorno per fermare la guerra.
Grazie e ancora molti complimenti.
Grazie per questi semi di speanza. Abbiamo bisogno di questo e non di facile retorica pacifista: “Bisogna andare per noi, perché la nostra assuefazione è rovinosa per tutti, il nostro punto di vista sempre parziale, quando non manipolato, il nostro sentire facilmente ottuso, la nostra vergogna, se c’è, insufficiente”