
BANJA LUKA. – La sera del 25 ottobre Milorad Dodik era a Belgrado, nella sede del Partito progressista serbo (SNS) ad aspettare i risultati dell’amico Aleksandar Vučić. Alle 21.08 il portale della televisione pubblica della Republika Srpska pubblicava ancora la sua previsione: «mi aspetto che Vučić ottenga la conferma del popolo». Poco dopo le 21.30 Vučić ammetteva la sconfitta. Un’ora più tardi, Dodik si congratulava con i vincitori, gli studenti contro cui aveva fatto campagna.
Tre settimane prima era stato lui a festeggiare. In due domeniche di ottobre i serbi delle due rive della Drina hanno votato in modo opposto: in Bosnia hanno confermato chi governa da vent’anni, mentre in Serbia hanno mandato a casa chi governava da tredici. Il legame personale fra Vučić e Dodik, che per un decennio ha retto la politica serba su entrambi i lati del confine, ha perso una delle sue due metà. E intorno a quel legame si erano disposte, ciascuna con i propri interessi, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti di Trump e, più di recente, Israele. La domanda è come si comporteranno adesso.
Banja Luka, la vittoria senza sorprese
In Republika Srpska il voto del 4 ottobre non ha riservato colpi di scena. L’SNSD di Dodik ha vinto a tutti i livelli, e la coalizione di governo sfiora i due terzi dell’Assemblea nazionale dell’entità. Il primo ministro uscente Savo Minić ne è diventato presidente, e Željka Cvijanović, da sempre braccio destro di Dodik, è stata rieletta nella Presidenza collegiale della Bosnia Erzegovina.
Dodik, che una condanna definitiva tiene lontano dalle cariche pubbliche ma non dal comando del partito, ha già detto che cosa intende farne. Vuole una nuova Costituzione, da proclamare il 9 gennaio: la data del «Giorno della Repubblica», la festa che la Corte costituzionale della Bosnia Erzegovina ha dichiarato incostituzionale. Il bersaglio dichiarato è il Consiglio dei popoli, l’organo che tutela i diritti collettivi di serbi, bosgnacchi e croati dentro l’entità e dove la delegazione bosgnacca ha finora usato il proprio potere di veto. A livello statale Dodik ha confermato l’alleanza con i croati dell’HDZ; nell’amministrazione ha annunciato una «selezione» dei dipendenti pubblici, perché «pochi sono lì perché sono esperti». Un quotidiano di Banja Luka l’ha chiamata «purga».
I media governativi hanno raccontato il voto come una vittoria contro gli avversari esterni: l’Alto rappresentante uscente Christian Schmidt, le ambasciate occidentali, Bruxelles. Il racconto si è incrinato soltanto quando il New York Times ha rivelato che due strateghi della campagna di Trump avevano lavorato per il governo della Republika Srpska nei giorni precedenti il voto. “Contro l’Occidente, ma con l’America di Trump”: è una formula che conviene tenere a mente.
Belgrado, la fine di un metodo
In Serbia gli studenti hanno vinto con la maggioranza assoluta, più di metà dei voti contro il quaranta per cento circa della lista di Vučić. In parlamento restano di fatto due soli schieramenti; il Partito socialista di Ivica Dačić, per anni socio di governo di Vučić, resta fuori gioco per la prima volta. Si è recato alle urne quasi il settanta per cento degli aventi diritto, un record da oltre trent’anni.
Tutto era cominciato il 1° novembre 2024, con il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad e i suoi sedici morti. La stazione era stata ristrutturata da un consorzio di due aziende statali cinesi, China Railway International e China Communications Construction Company, che alle richieste di accesso ai documenti ha risposto di non acconsentire a che il contratto fosse reso pubblico.
Il programma con cui gli studenti hanno vinto, però, non disegna una Serbia diversa nel mondo. La Studentska lista («Lista studentesca») ha escluso sanzioni contro la Russia, ha promesso di mantenere la neutralità militare, rifiuta l’ingresso nella NATO e il riconoscimento del Kosovo. Sull’Unione europea ha preferito tacere, perché molti serbi hanno smesso di credere all’adesione e altri si sono sentiti abbandonati da Bruxelles durante le proteste. Ne avevamo parlato su queste pagine poco più di un anno fa. Chi parla di svolta filooccidentale probabilmente dovrà ricredersi. È piuttosto una spallata alla vecchia classe dirigente: una lista senza capi, fatta di professori, medici e professionisti scelti dalle assemblee universitarie, che promette di smontare la rete clientelare costruita in tredici anni.
Mosca: un alleato in meno
Per il Cremlino è la seconda perdita in sei mesi, dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Il portavoce Dmitrij Peskov ha reso omaggio a Vučić e si è augurato che i nuovi governanti capiscano che la cooperazione con la Russia «conviene alla Serbia».
Mosca conserva leve robuste. Gazprom resta il primo fornitore di gas della Serbia, a prezzi inferiori a quelli di mercato, e il contratto scade il 31 dicembre: il prezzo del prossimo dirà molto di come il Cremlino legge il voto. Gli studenti non sanzioneranno la Russia; ma per Mosca la Serbia non è più un interlocutore garantito. Il punto d’appoggio più sicuro nei Balcani resta Dodik, che pochi giorni prima del voto era al Cremlino con Minić e che sostiene apertamente l’«operazione militare speciale» in Ucraina.
Pechino aspetta prima di muoversi
La Cina ha risposto con la formula di sempre. Il portavoce degli Esteri Guo Jiakun ha richiamato il principio di «non interferenza negli affari interni» e si è detto pronto a lavorare con il nuovo governo serbo «sulla base del rispetto reciproco, dell’uguaglianza e del mutuo vantaggio».
Dietro queste parole di circostanza c’è una presenza imponente. La Cina è da anni fra i primi cinque investitori in Serbia, con miniere, fabbriche, telecomunicazioni e grandi opere, molte delle quali affidate senza gara grazie a un accordo intergovernativo del 2009 e coperte da contratti riservati. È qui il nodo. Un governo nato da una protesta per la trasparenza dovrà decidere che cosa fare di quei contratti.
Washington: il petrolio e il gas
Gli Stati Uniti hanno in mano la leva più immediata, quella dell’energia. Le sanzioni americane contro i proprietari russi della compagnia petrolifera NIS tengono l’unica raffineria serba appesa a licenze temporanee del Tesoro, e la vendita della quota russa attende il via libera di Washington: il nuovo governo nascerà dipendendo da quelle decisioni.
Intanto l’amministrazione Trump spinge il proprio gas liquefatto verso i Balcani, Bosnia compresa, e il Dipartimento di Stato ha fatto sapere di voler «espandere la partnership» con i nuovi eletti. Con Banja Luka il rapporto si è già riaperto: le sanzioni contro Dodik sono state revocate nell’ottobre 2025, e il governo dell’entità paga lobbisti e consulenti a Washington per milioni di dollari. Resta da vedere se l’America di Trump tratterà Dodik come il socio affidabile che a Belgrado non ha più.
Israele, un amico senza condizioni
La campagna di Vučić aveva un’immagine ricorrente: una strada serba che non piega né verso est, dove stanno Mosca e Pechino, né verso ovest, dove stanno Bruxelles e Washington. In quella geografia Israele non compariva, ma un posto lo aveva. Va d’accordo con l’America di Trump, non dà fastidio al Cremlino né alla Cina, e non pone condizioni sullo Stato di diritto; non prende il posto dell’UE, che resta di gran lunga il primo partner commerciale della Serbia: occupa gli interstizi di una politica estera costruita sull’equilibrismo.
Il segno più tangibile è sorto alle porte di Belgrado. Il 17 settembre, a tre settimane dal voto e senza giornalisti, Vučić ha tagliato il nastro di uno stabilimento in cui si producono droni progettati da Elbit Systems, colosso israeliano degli armamenti. Balkan Insight ha ricostruito la catena societaria dell’impresa serba e vi ha trovato, nel consiglio di amministrazione, l’avvocato di Benjamin Netanyahu; Elbit, dal canto suo, sostiene di non avere partecipazioni in Serbia. Lo stesso lavoro documenta un traffico in senso inverso: dal 2023 il valore delle armi e delle munizioni serbe vendute a Israele si è moltiplicato fino a quarantadue volte, arrivando a 114 milioni di euro alla fine del 2025, malgrado le Nazioni Unite chiedessero di sospendere quelle forniture.
Con Banja Luka il legame è altrettanto stretto. Il 3 settembre si è aperta nella capitale dell’entità una Camera di commercio israeliana, alla presenza del ministro israeliano per la Diaspora Amichai Chikli, ed è stato firmato un memorandum di cooperazione. Pochi giorni dopo Dodik è volato in Israele, dove ha incontrato il presidente Herzog; il 17 settembre ci è tornato, insieme al ministro dell’Interno (e ora presidente) della Republika Srpska, per vedere Netanyahu. Il 2 ottobre l’israeliano Moshe Levi ha presentato a Banja Luka il progetto di un nuovo aeroporto e ha invitato in Israele i comandanti delle forze speciali della polizia dell’entità. Dopo il voto sono arrivate le congratulazioni di Netanyahu, e Dodik ha risposto promettendo cooperazione in «tecnologia, energia e sicurezza».
Il canale israeliano corre accanto a quello americano. Quando ad aprile Donald Trump Jr. è venuto a Banja Luka, era accompagnato da Brad Parscale, ex direttore della campagna di suo padre e lobbista registrato per Israele. A Gerusalemme, l’8 settembre, Dodik ha partecipato alle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti su invito dell’ambasciatore americano Mike Huckabee. Non c’è bisogno di immaginare un disegno per notare che, nell’America di Trump, l’amicizia con Israele è anche una credenziale. Gli studenti, dal canto loro, non si sono mai pronunciati su Israele né sullo stabilimento dei droni. Che cosa farne sarà una delle prime scelte del nuovo governo.
Un’allerta rossa
Nella notte fra il 27 e il 28 ottobre un ragazzo, minorenne secondo la polizia, ha aggredito con due coltelli un gendarme di guardia all’ambasciata israeliana di Belgrado, gridando «Allahu Akbar». Il gendarme, ferito al volto, lo ha ucciso. Il ministro dell’Interno uscente, Dačić, ha portato l’allerta terrorismo al livello massimo. Le indagini sono appena cominciate.
È successo tre giorni dopo il voto, mentre le piazze serbe festeggiavano ancora. Il governo che si insedierà a Belgrado eredita così, insieme, una licenza petrolifera americana da rinnovare, i contratti riservati dei cantieri cinesi, il gas russo in scadenza a fine anno, una fabbrica di droni israeliana. E un’allerta rossa per terrorismo.





