
Discorso del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato e Capo della Delegazione della Santa Sede, in occasione del dibattito generale della Settimana di alto livello all’apertura dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (originale inglese, qui).
Signor Presidente,
sono onorato di rivolgere a Lei e agli illustri rappresentanti delle Nazioni qui riuniti i calorosi saluti di Sua Santità Papa Leone XIV, porgendo al contempo le mie congratulazioni a Vostra Eccellenza per la Sua elezione a Presidente di questa stimata Assemblea.
In un mondo caratterizzato da rapidi cambiamenti tecnologici, minacce ambientali, conflitti che si riaccendono e fratture sempre più profonde nell’ordine internazionale, il tema di quest’anno — «Ristabilire la fiducia, gestire la trasformazione: un’Organizzazione delle Nazioni Unite che mantenga le promesse per tutti» — non è solo un’aspirazione; è un imperativo morale e politico urgente.
Relazioni internazionali senza fiducia reciproca
Ogni istituzione internazionale, al di là del proprio quadro giuridico, necessita della fiducia reciproca tra i propri membri per essere efficace. Inoltre, la fiducia è un processo continuo. Essa si alimenta attraverso il rispetto reciproco e il dialogo e richiede un impegno incessante nei confronti dei valori della dignità umana e della giustizia su cui si fondano le istituzioni multilaterali.
Purtroppo, le relazioni internazionali odierne sono caratterizzate da una crescente mancanza di fiducia tra gli attori, soprattutto a causa del mancato rispetto del principio pacta sunt servanda. Ciò porta spesso all’isolamento e ad atteggiamenti difensivi, che possono sfociare in ulteriori tensioni. Crea inoltre un circolo vizioso che riduce significativamente le opportunità di costruire relazioni solide e alimenta un sistema di minacce reciproche basato sull’illusione che la forza generi potere.
A questo proposito, gli Stati dovrebbero andare oltre gli interessi nazionali ed economici e avviare discussioni e prendere decisioni congiunte che diano priorità alla promozione del bene comune, incentrato sulla dignità conferita da Dio a ogni persona umana.
Papa Leone XIV individua tre parole essenziali che devono guidare la diplomazia: pace, giustizia e verità. Sottolineandone l’interconnessione, mette in guardia contro il ritorno di una diplomazia della forza e riafferma il ruolo indispensabile delle istituzioni multilaterali.[1] Infatti, nella sua prima Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, il Papa ha sottolineato che «vi è un’urgente necessità di passare dalla “cultura del potere” a un’autentica “cultura della negoziazione”, in cui il dialogo e la diplomazia diventino i mezzi abituali per risolvere i conflitti. […] Nelle relazioni internazionali, il dialogo è uno strumento diplomatico insostituibile per prevenire i conflitti e ricostruire i legami di fiducia. Di fronte alle dichiarazioni impulsive, alla retorica aggressiva e alla politica di forza che caratterizzano il nostro ‘tempo’, la vocazione della diplomazia è quella di promuovere il dialogo con tutte le parti, compresi quegli interlocutori considerati meno ‘convenienti’ o non ritenuti legittimati a negoziare. Pertanto, occorre impiegare ogni briciolo di umiltà e pazienza per coltivare anche i più flebili segni di buona volontà tra le parti in conflitto, al fine di far progredire il processo di pace».[2]
La dignità di ogni essere umano
In un’epoca che rischia di ridurre la persona a consumatore, dato o strumento, Papa Leone XIV insiste sul fatto che la persona umana rimane la misura di ogni progresso. Al centro di questa convinzione vi è il riconoscimento della dignità inviolabile, donata da Dio, di ogni persona umana. Questa dignità non è conferita dallo Stato, dalla produttività economica o dalla capacità tecnologica; è intrinseca, radicata nel fatto che ogni persona è voluta e amata da Dio. Da ciò deriva la sacralità della vita, dal concepimento alla morte naturale, nonché l’imperativo di salvaguardare la persona umana, che ogni società che aspiri a essere considerata civilizzata ha il dovere di proteggere.
A ciò è strettamente legata la dignità del lavoro. Il lavoro, infatti, non è solo un mezzo di produzione, ma una partecipazione insostituibile all’opera creatrice di Dio e un percorso verso la realizzazione personale e la solidarietà sociale. Condizioni di lavoro indegne, precarietà occupazionale, sfruttamento dei lavoratori ed esclusione dei bisognosi distruggono la speranza, frammentano le società e alimentano i conflitti. In questa prospettiva, la giustizia economica diventa un presupposto indispensabile per la pace.
In nessun altro ambito questa sfida antropologica è più acuta che in quello dell’intelligenza artificiale. Papa Leone XIV ha affrontato nella sua prima Lettera Enciclica questa nuova sfida tecnologica, che egli non respinge ma per la quale invoca un ordinamento etico. Il controllo di questi potenti strumenti non deve rimanere nelle mani di pochi eletti; essi devono servire l’umanità, e non il contrario. In particolare, lo sviluppo dei sistemi d’arma letali autonomi (LAWS) solleva profonde questioni morali.
In questo ambito critico, Papa Leone XIV fornisce chiari criteri di discernimento: «Il primo di questi criteri riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di attaccare diventa automatizzata o opaca, aumenta il rischio di abdicare alla responsabilità. Per questo motivo, la catena di responsabilità deve essere identificabile e verificabile; chi progetta, addestra, autorizza e impiega la tecnologia deve essere ritenuto responsabile delle proprie decisioni. Il secondo criterio riguarda il quadro temporale morale per formulare i giudizi. Sebbene l’intelligenza artificiale tenda ad accelerare i processi decisionali, la rapidità e l’efficienza non dovrebbero mai costituire la forza motivante suprema per le decisioni irreversibili prese nel contesto della guerra. Il terzo criterio è l’identificazione e la protezione dei civili. Qualsiasi tecnologia che faciliti gli attacchi senza vedere il volto degli esseri umani abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione degli obiettivi e l’uso della forza non devono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese. Questi criteri danno origine a determinati requisiti non negoziabili. In primo luogo, tutti i sistemi utilizzati in un contesto bellico devono garantire la possibilità di ripercorrere e ricostruire i processi decisionali, in modo che la responsabilità e la colpa non vengano attribuite esclusivamente alla «macchina». In secondo luogo, la decisione di ricorrere alla forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve rimanere sotto un controllo umano efficace, consapevole e responsabile. Infine, è imperativo stabilire un quadro condiviso — anche a livello internazionale — al fine di frenare la corsa agli armamenti tecnologici e garantire una solida protezione ai civili e alle infrastrutture necessarie alla loro sopravvivenza».[3]
Ogni volta che è coinvolta l’intelligenza artificiale, non è quindi sufficiente invocare un tipo generico di etica, ma piuttosto è fondamentale liberarla dalle logiche di dominio, esclusione e morte. La tecnologia deve rispettare «il primato della persona umana, affinché sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a determinarne responsabilmente l’uso e i limiti».[4] L’IA può contribuire a ripristinare la fiducia se non le viene concessa la possibilità di causare danni, ma se ne vengono garantite l’affidabilità, la sicurezza e la supervisione umana. Infatti, i progressi tecnologici, accompagnati da un aumento delle vulnerabilità, sono destinati ad accrescere anche la sfiducia e a portare a un livello inaccettabile di rischio.
Nel quadro della riflessione proposta da Magnifica Humanitas, la Santa Sede guarda con particolare preoccupazione al fenomeno delle dipendenze, che, nelle loro varie forme, possono minare la libertà della persona e alimentare dinamiche che sfruttano la vulnerabilità umana.[5] Come osserva Papa Leone XIV, «quando i modelli di business prosperano sulla debolezza umana, la persona viene trattata come un mezzo piuttosto che come un fine».[6]
Questa preoccupazione è particolarmente acuta per quanto riguarda le droghe e altre forme di dipendenza, che rappresentano una grave sfida alla dignità della persona umana, ai giovani, alle famiglie e al tessuto sociale nel suo complesso. [7] La Santa Sede ritiene quindi importante promuovere «risposte integrate»,[8] fondate sulla prevenzione a livello comunitario, sull’assistenza scientifica, su una giustizia dal volto umano, e orientate alla cura, alla presenza e alla ricostruzione del tessuto comunitario, nonché al recupero e al reinserimento delle persone coinvolte.[9] Allo stesso tempo, è necessario affrontare con determinazione le reti criminali e gli interessi che alimentano questo fenomeno. [10]
In questo senso, la cooperazione internazionale può contribuire a ricostruire la fiducia stabilendo norme e politiche comuni e, soprattutto, fornendo risposte concrete a sostegno dei membri più svantaggiati della società. È necessario «moltiplicare i luoghi di guarigione, di incontro e di educazione»,[11] affinché nessuna persona possa mai essere considerata perduta.
Il dono della pace: per una operosità congiunta
Da alcuni anni ormai il mondo è precipitato in una spirale di violenza che si è progressivamente diffusa e intensificata, aprendo continuamente nuovi teatri di guerra. La Santa Sede sottolinea con forza l’urgente necessità di una cessazione immediata e totale delle ostilità come presupposto imprescindibile per qualsiasi impegno serio volto a ricostruire e a costruire il futuro.
Allo stesso tempo, è necessario considerare, come sottolinea Papa Leone XIV, che la pace non è una parola «negativa», ovvero la mera assenza di guerra. Egli osserva che troppo spesso la pace è considerata come una tregua temporanea tra i conflitti, mentre si vive in un costante «stato di conflitto» a ogni livello delle relazioni umane. La pace è innanzitutto un dono — il dono di Cristo risorto — ma è un dono attivo ed esigente. Si costruisce nel cuore di ogni persona ed è parte integrante della memoria collettiva di ogni comunità, nonché del patrimonio dell’umanità. Richiede verità e giustizia, rifiutando al contempo l’orgoglio e la vendetta, scegliendo parole e azioni che leniscano anziché ferire.[12]
Inoltre, come affermava Papa Paolo VI, «la pace che non è frutto del vero rispetto per l’uomo non è vera pace. E come chiamiamo questo sincero sentimento verso l’uomo? La chiamiamo giustizia».[13] La pace è il frutto della giustizia. Richiede la paziente costruzione di relazioni giuste all’interno delle nazioni e tra di esse. Esige decisioni volte ad affrontare le cause profonde del conflitto: la disuguaglianza, l’esclusione, la negazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e il mancato riconoscimento dell’altro come fratello o sorella anziché come rivale.
Nello sforzo di ripristinare la fiducia e la pace, il disarmo non è quindi un ideale facoltativo, ma uno strumento necessario. Nessuna vera pace è possibile senza un’autentica determinazione comune a favore del disarmo; il legittimo diritto di ogni popolo di provvedere alla propria difesa non deve degenerare in una corsa al riarmo massiccio.[14] La concezione prevalente di sicurezza, basata principalmente sulla deterrenza e sul dominio militare, non è né inevitabile né esaustiva. È possibile un altro approccio alla sicurezza: un approccio che tenga conto dell’impatto delle politiche sulla vita e sulla dignità umana e che si fondi sulla cooperazione multilaterale e sulla responsabilità verso il bene comune e le generazioni future. Questo approccio offre una base di gran lunga più credibile per la stabilità internazionale a lungo termine rispetto a quella fondata sulla perpetua minaccia di annientamento.
Esso richiede inoltre la protezione dei civili nei conflitti armati e la fornitura di assistenza umanitaria. Il diritto internazionale umanitario non è uno strumento flessibile o facoltativo subordinato alla convenienza militare; è un impegno vincolante degli Stati. Papa Leone XIV ha affermato chiaramente che non è possibile «ignorare che la distruzione di ospedali, infrastrutture energetiche, abitazioni e luoghi essenziali per la vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto internazionale umanitario. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di qualsiasi forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari».[15]
Libertà religiosa
La dignità della persona trova espressione concreta nei diritti umani fondamentali e nelle libertà che «sono inviolabili, poiché sono inerenti alla persona umana e alla dignità umana. Di conseguenza, sono universali e inalienabili. Proprio perché fondati sulla dignità comune di ogni uomo e donna».[16] Questi diritti sono universali, interdipendenti e radicati nel diritto naturale; non sono una concessione da parte di alcun governo. Occorre prestare particolare attenzione alle categorie di persone più a rischio: i nascituri, gli anziani, i disabili, i malati, i rifugiati e i migranti, i disoccupati, gli emarginati, le persone sole e coloro che vivono in condizioni di estrema povertà, violenza o conflitto.
Tra questi diritti fondamentali, la libertà religiosa occupa un posto privilegiato. Non è una libertà secondaria, ma una dimensione essenziale della persona umana. Come ha affermato Papa Benedetto XVI, la libertà religiosa «è infatti il primo dei diritti umani, non solo perché storicamente è stato il primo ad essere riconosciuto, ma anche perché tocca la dimensione costitutiva dell’uomo, il suo rapporto con il Creatore.[17] Senza la possibilità di cercare e aderire alla verità su Dio secondo i dettami della coscienza, le altre libertà rimangono incomplete. Il pieno rispetto della libertà religiosa è indispensabile per la purificazione del cuore necessaria alla pace.[18]
Tragicamente, i cristiani in molte parti del mondo continuano a subire discriminazioni, violenze e vere e proprie persecuzioni semplicemente a causa della loro fede. Le chiese vengono attaccate, le comunità sfollate e le persone uccise o imprigionate. Pur condannando ogni forma di discriminazione religiosa, la Santa Sede alza la voce a nome di questi fratelli e sorelle, non in uno spirito di difesa esclusiva, ma perché la tutela della libertà di una qualsiasi comunità rafforza la libertà di tutti. Il silenzio di fronte a tanta sofferenza sarebbe un tradimento della missione della Chiesa e dei diritti umani universali che la comunità internazionale si è impegnata a difendere.
Inoltre, la dignità non dipende dalla posizione geografica né dallo status socioeconomico. Coloro che si spostano, o sono costretti a farlo, conservano sempre la propria dignità. È essenziale continuare ad affrontare le cause alla radice affinché la migrazione torni a essere una scelta piuttosto che una necessità imposta dalle circostanze. È importante non ignorare la difficile situazione di chi cerca rifugio, di chi è stato costretto ad abbandonare la propria patria e di chi intraprende viaggi pericolosi.
Porre fine alle guerre e conflitti armati
Il passare del tempo non rende una guerra meno intollerabile; al contrario, rende ancora più grave la responsabilità di chi può porvi fine o contribuire a porvi fine. Dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, il bilancio delle vittime continua a salire. Di fronte a questa tragedia, la Santa Sede, pur invocando il rigoroso rispetto del diritto internazionale umanitario, sottolinea l’urgente necessità di porre fine alle ostilità e di aprire la strada alla diplomazia. La pace non può essere rimandata; le armi devono tacere e i bombardamenti devono cessare. La Santa Sede incoraggia ogni iniziativa volta a ottenere un cessate il fuoco immediato, completo ed efficace.
La Santa Sede ribadisce il proprio appello affinché si ponga fine alle violenze in corso contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania, in particolare all’escalation delle ostilità, alla demolizione delle abitazioni e alle restrizioni alla libertà di movimento, che causano lo sfollamento delle comunità palestinesi.
Per quanto riguarda la situazione a Gaza, la Santa Sede continua a nutrire preoccupazione per la grave crisi umanitaria, la distruzione diffusa, gli sfollamenti di massa e le gravi carenze che persistono. A questo proposito, la Santa Sede esorta la comunità internazionale ad adoperarsi per promuovere la soluzione dei due Stati, al fine di realizzare una pace giusta e duratura.
La Santa Sede accoglie con favore la firma dell’Accordo-quadro trilaterale tra Stati Uniti, Israele e Libano, volto a stabilizzare i confini meridionali della Repubblica del Libano e a raggiungere una pace giusta e duratura. Tale accordo rappresenta di per sé uno sviluppo significativo. Tuttavia, la Santa Sede esprime seria preoccupazione per le difficoltà incontrate nella sua attuazione ed esorta le parti coinvolte a rispettare pienamente e ad applicare i termini dell’accordo attraverso azioni concrete. Il rispetto della sovranità e dei confini costituisce il fondamento essenziale per l’attuazione del piano di pace.
Inoltre, la presenza dei cristiani in Libano e in tutto il Medio Oriente non solo deve essere salvaguardata come legittima continuazione di una presenza storica, ma deve anche essere incoraggiata dalla comunità internazionale, poiché i cristiani aspirano a essere una forza attiva di pace, spiritualità e cultura all’interno del mosaico di popoli che compongono il Levante, dove ha avuto origine la fede cristiana.
La Santa Sede segue con profonda preoccupazione la situazione nella regione del Golfo, dove il conflitto si è progressivamente esteso e la violenza non accenna a placarsi. In particolare, la Santa Sede non può tacere di fronte al drammatico impatto che questo conflitto sta avendo sulle popolazioni civili vulnerabili, che vengono spinte alla fame e allo sfollamento forzato e che vivono in condizioni a malapena sostenibili. Questo conflitto ha inoltre colpito infrastrutture vitali, rotte di trasporto marittimo e risorse energetiche di importanza strategica per l’intera economia globale, con ripercussioni sui mezzi di sussistenza delle persone in tutto il mondo. La Santa Sede ribadisce con forza il proprio appello affinché le parti coinvolte trovino il coraggio di avviare un dialogo. Solo un rinnovato impegno nei confronti del negoziato, sostenuto dalla comunità internazionale, potrà restituire alla regione del Golfo la prospettiva di una pace stabile e di uno sviluppo condiviso.
La comunità internazionale non deve dimenticare la tragica situazione delle centinaia di migliaia di Rohingya che, ormai da oltre nove anni, non solo subiscono la tragedia dell’apolidia, ma sono anche sottoposti a condizioni disumane e letali. Queste persone sono private dei loro diritti intrinseci, in flagrante violazione della loro dignità umana. La loro sofferenza deve finire! Occorre creare nella loro patria le condizioni che consentano un ritorno sicuro, legale, volontario e senza ostacoli.
La Santa Sede rinnova il suo accorato appello affinché si ponga immediatamente fine al conflitto in Sudan, una terra che da troppo tempo è devastata da una violenza indiscriminata che colpisce i più indifesi, a cominciare dai bambini e dalle donne. Di fronte a una catastrofe umanitaria senza precedenti, si esortano tutte le parti ad avviare senza indugio un dialogo sincero e costruttivo, con il sostegno della comunità internazionale, per facilitare l’assistenza alla popolazione e garantire stabilità e pace.
La Santa Sede fa appello a tutte le figure chiave della politica sud-sudanese affinché antepongano il benessere della nazione a qualsiasi interesse di parte. Ciascuno, in base alle proprie responsabilità, è chiamato a promuovere azioni e parole che contribuiscano alla riconciliazione, alla pace e all’armonia tra tutti i sud-sudanesi.
La Santa Sede segue con profonda preoccupazione la crisi umanitaria che si sta attualmente verificando in alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza ed eventi meteorologici estremi stanno aggravando le condizioni di vita già precarie della popolazione. La Santa Sede esorta la comunità internazionale a impegnarsi generosamente per soddisfare i bisogni immediati delle persone più a rischio, in particolare donne e bambini.
La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è fonte di preoccupazione per la Santa Sede, in particolare la crisi protratta nella parte orientale del Paese e l’epidemia di Ebola. La Santa Sede, pur esprimendo pieno sostegno ai processi di pace nel Paese, incoraggia il dialogo nazionale e chiede la protezione urgente degli operatori sanitari e umanitari, l’accesso senza ostacoli agli aiuti e il rafforzamento della cooperazione regionale per affrontare queste sfide in modo integrato. Particolare importanza deve essere attribuita alla riconciliazione tra le comunità, in quanto condizione indispensabile per una pace veramente duratura. Inoltre, la Santa Sede è preoccupata per gli attacchi terroristici, specialmente nel Kivu del Nord e nell’Ituri, che prendono ripetutamente di mira la popolazione civile, comprese le comunità cristiane, causando uccisioni, rapimenti e la distruzione di villaggi e strutture ecclesiastiche.
La Santa Sede rileva con preoccupazione l’avanzata dei gruppi jihadisti dal Sahel verso i paesi costieri del Golfo di Guinea. La risposta non può essere esclusivamente militare: deve includere la prevenzione della radicalizzazione, lo sviluppo delle zone di confine, l’istruzione dei giovani, la coesione sociale e il dialogo interreligioso, valorizzando appieno il ruolo delle comunità religiose nella prevenzione dell’estremismo.
La provincia di Cabo Delgado in Mozambico rimane destabilizzata dopo quasi nove anni di conflitto armato. La Santa Sede, mentre chiede la fine del conflitto, continua a nutrire preoccupazione per gli sporadici episodi di violenza che impediscono agli sfollati interni di tornare nei loro luoghi di origine e li costringono a continuare a vivere in una situazione di sofferenza e insicurezza alimentare, senza prospettive di un futuro migliore.
In Venezuela, la Santa Sede incoraggia ogni sforzo volto al pieno ripristino dell’ordine democratico attraverso mezzi pacifici e inclusivi che rispettino la sovranità nazionale, nonché l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale basato sul dialogo, sulla ricerca del bene comune e sul pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà civili.
In questo contesto, la situazione talvolta difficile in cui versano i detenuti in Venezuela, così come le sofferenze subite dalle loro famiglie, continuano a suscitare preoccupazione umanitaria e non devono essere trascurate. Lo stesso vale per l’urgente necessità di un rapido risanamento dell’economia nazionale, a beneficio dell’intera popolazione, la maggior parte della quale continua a sopportare condizioni di vita estremamente difficili.
La Santa Sede continua a seguire con grande attenzione la situazione ad Haiti; il Paese sta attualmente attraversando un periodo di grave instabilità politica, istituzionale e sociale, nonché una drammatica emergenza umanitaria. La Santa Sede incoraggia tutti gli haitiani a dare priorità al dialogo e alla ricerca del bene comune e rinnova il proprio appello alla comunità internazionale affinché accompagni il Paese con determinazione e generosità nel suo arduo cammino verso la pace, la democrazia e una rinnovata fiducia nel proprio futuro.
La Santa Sede sta seguendo da vicino la situazione tra Cuba e gli Stati Uniti ed esorta tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, al fine di evitare qualsiasi azione che possa aumentare le sofferenze dell’amato popolo cubano.
La Santa Sede sta seguendo con particolare preoccupazione la situazione in Nicaragua e ribadisce il suo costante appello a perseguire un percorso di dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità del Paese, per il bene del popolo e della Chiesa in Nicaragua.
La Santa Sede incoraggia l’Azerbaigian e l’Armenia a consolidare il processo volto al raggiungimento di una pace stabile e duratura nel Caucaso meridionale.
Come uscire dalla crisi del multilateralismo
Torniamo, quindi, al tema di quest’anno. Il multilateralismo è in crisi. Papa Francesco ha scritto che «non è utile confondere il multilateralismo con un’autorità mondiale concentrata in una sola persona o in un’élite dotata di potere eccessivo: “Quando parliamo della possibilità di una qualche forma di autorità mondiale regolata dalla legge, non dobbiamo necessariamente pensare a un’autorità personale”. Si tratta soprattutto di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate del potere di provvedere al bene comune globale, all’eliminazione della fame e della povertà e alla difesa certa dei diritti umani fondamentali”».[19]
Come ha osservato Papa Leone XIV nel suo discorso del 9 gennaio 2026 al Corpo Diplomatico: «Una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza, esercitata da singoli individui o da gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e si sta diffondendo uno zelo bellico. Il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di ricorrere alla forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato». [20] La pace non è più ricercata come dono e bene desiderabile in sé, ma come realtà imposta con le armi. Ciò minaccia gravemente lo stato di diritto, che è il fondamento di ogni pacifica convivenza civile.
Eppure la crisi del multilateralismo non ne sminuisce l’importanza. Come in ogni crisi, in ultima analisi è una questione di volontà: la volontà di difendere la giustizia piuttosto che ricorrere alla violenza; la volontà di difendere lo stato di diritto piuttosto che sottomettersi al dominio; la volontà di scegliere la pace anziché la distruzione. Le Nazioni Unite sono nate dalle ceneri di una catastrofe globale proprio con quella determinazione a prevenirne di future, a salvaguardare la pace, a difendere i diritti umani fondamentali e a promuovere lo sviluppo sostenibile. Ottant’anni dopo, devono adattarsi alle realtà contemporanee pur rimanendo fedeli ai propri scopi fondanti. Deve diventare più mirata, più efficiente e più orientata all’unità della famiglia umana, anziché lasciare che prevalgano le divisioni ideologiche.[21]
La Santa Sede riconosce le sfide attuali che le Nazioni Unite si trovano ad affrontare. L’Iniziativa UN80, che sta ora entrando nella fase di attuazione, è un segno importante della volontà dell’Organizzazione di esaminarsi criticamente e di intraprendere i cambiamenti necessari per adempiere ai propri scopi in modo più efficace. La Santa Sede accoglie con favore questo sforzo e invita gli Stati membri a svolgere un ruolo attivo e costruttivo per garantire che la riforma sia guidata da un rinnovato senso di responsabilità verso il bene comune e la dignità di ogni essere umano. «La Santa Sede sostiene e accompagna questi sforzi, pur riconoscendo che le attuali debolezze dell’ONU e del sistema politico internazionale rivelano la necessità di profonde riforme. Non si tratta semplicemente di adeguamenti tecnici, poiché la crisi di convinzioni e di valori – che riguarda anche i fondamenti etici delle nazioni – rende più difficile orientare il multilateralismo verso il vero bene comune». [22]
Un autentico multilateralismo richiede un accordo sul significato delle parole. Quando il linguaggio viene svuotato di contenuto o deliberatamente distorto, il dialogo diventa impossibile. Richiede un impegno condiviso nei confronti del diritto internazionale, compreso il diritto umanitario. Richiede l’umiltà di riconoscere che nessuna nazione, per quanto potente, può affrontare da sola le sfide dell’insicurezza alimentare, della migrazione, dei cambiamenti tecnologici, del degrado climatico e ambientale, o della minaccia delle armi nucleari o autonome. Soprattutto, richiede il recupero della fiducia – fiducia nel fatto che gli accordi saranno onorati, che i deboli non saranno abbandonati e che il bene comune avrà la precedenza sulla ricerca del vantaggio unilaterale.
La Santa Sede rimane impegnata in questo lavoro paziente, spesso poco appariscente, di costruzione di ponti. Lo fa perché la famiglia umana è una sola, ogni persona possiede una dignità inviolabile donata da Dio e la pace è possibile quando alla verità e alla giustizia viene dato il posto che spetta loro.
Signor Presidente,
La trasformazione che il mondo sta affrontando – tecnologica, geopolitica, sociale – non aspetterà l’azione o l’inazione delle Nazioni Unite. Che si tratti di una trasformazione che elevi la persona umana o che la sminuisca, dipende dalle scelte compiute insieme in queste sale. È imperativo disarmare non solo le armi, ma anche la logica del dominio; proteggere i più bisognosi; dire la verità con carità; e ricostruire, attraverso il dialogo e la solidarietà, un ordine multilaterale che dia veramente risultati per tutti.
Possa la comunità internazionale, in quanto famiglia delle Nazioni, avere il coraggio di ripristinare la fiducia, la saggezza di gestire la trasformazione in modo giusto e la perseveranza di costruire la pace. A questo proposito, la Santa Sede esorta vivamente tutte le parti a impegnarsi in negoziati sinceri per porre fine a tutte le guerre e a tutti i conflitti. La guerra porta solo morte e distruzione, mentre la pace porta sviluppo e prosperità. La Santa Sede continuerà a svolgere il proprio ruolo nella costruzione di un futuro migliore per tutti.
Grazie.
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[1] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 6 maggio 2025.
[2] Papa Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 221, 224.
[3] Papa Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 199-200.
[4] Ibid. 97.
[5] Cfr. Ibid. 170.
[6] Ibid.
[7] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina sulle situazioni legate alla dipendenza in America Latina, 27 agosto 2026.
[8] Ibid.
[9] Cfr. Ibid.
[10] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di stupefacenti, 26 giugno 2025.
[11] Ibid.
[12] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025.
[13] Papa Paolo VI, Messaggio per la celebrazione della Giornata della Pace, 1° gennaio 1972.
[14] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025.
[15] Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026.
[16] Papa Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 55.
[17] Papa Benedetto XVI, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10 gennaio 2011.
[18] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025.
[19] Papa Francesco, Esortazione apostolica Laudate Deum, 35.
[20] Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026.
[21] Cfr. Ibid.
[22] Papa Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 226.





