A Francesco d’Assisi, povero

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Predica agli uccelli (Anthony Falbo).

Caro Francesco,

ti scrivo per i tuoi ottocento anni. Non dalla nascita: dalla morte, la sera del 3 ottobre 1226, quando chiedesti di essere deposto nudo sulla nuda terra della Porziuncola. Per l’occasione, l’Italia ti ha restituito il 4 ottobre come festa nazionale. Il calendario, con quell’ironia che qualche volta sa essere più evangelica dei discorsi ufficiali, nel 2026 lo ha fatto cadere di domenica: niente ponte, niente giorno regalato. Una festa povera anche lei. Tu non te ne sarai doluto: eri abituato a ricevere doni che non si potevano mettere in banca.

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Da otto secoli, del resto, ti tirano per il saio. Nel 1926, per il settimo centenario, ci provò persino il regime: voleva un Francesco italiano d’ordinanza, possibilmente col saluto prescritto e senza troppe domande sul potere. Oggi ti arruolano gli ecologisti e i pubblicitari, i pacifisti e i venditori di sandali, gli uomini di governo e quelli che non vogliono sentir parlare di Dio. Ciascuno prende il lembo che gli serve e lascia il resto. Amavi il creato: dunque, diventi il patrono di ogni campagna ambientale. Andasti disarmato dal sultano: dunque, garantisci qualsiasi dichiarazione sulla pace. Chiamavi tutti fratelli: dunque, fai da sfondo a un convegno sulla fraternità. Purché, naturalmente, nessuno domandi che cosa accadrà il lunedì successivo.

Non me la prendo con chi ti invoca. Meglio invocarti male che dimenticarti del tutto. Mi chiedo però se, dopo averti invitato, ti lasceremmo parlare. Sul palco, col saio e i piedi nudi, faresti una magnifica figura. Il cerimoniere sorriderebbe; il fotografo ti chiederebbe di voltarti verso la luce.

Poi, verrebbe il momento delle domande, e lì comincerebbero i guai. Chiederesti perché chiamiamo fratello un uomo lontano e trattiamo come un intralcio quello che bussa alla porta. Vorresti sapere quanto è costato il convegno sulla povertà, chi ha preparato la sala, chi ha servito il pranzo e chi pulirà quando saremo andati via. Qualcuno guarderebbe l’orologio. Infine, il moderatore, con molta cortesia, ti toglierebbe il microfono per superamento del tempo.

Ti scrive un vescovo emerito, figlio di Giacomo Cusmano. Ho riletto il canto undicesimo del Paradiso, dove Dante racconta le tue nozze.

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La prima sorpresa è che a lodarti non sia un francescano, ma Tommaso d’Aquino, un domenicano; nel canto successivo Bonaventura ricambia parlando di Domenico. In cielo ciascuno celebra il santo dell’altra famiglia e denuncia le infedeltà della propria. Quaggiù facciamo più volentieri il contrario: portiamo in processione i nostri fondatori e conosciamo a memoria i difetti dei vicini. Per immaginare una simile concordia, Dante dovette salire fino al paradiso. A giudicare da quaggiù, aveva ragione.

Il canto, però, si apre prima di te con una diagnosi che non posso lasciare agli altri: «O insensata cura de’ mortali». Dante vede uomini affaccendati dietro il diritto, la medicina, il potere e gli affari. Nessuno di questi mestieri è un male; lo diventa quando l’occupazione ci fa «in basso batter l’ali». Da medico che si fece servo dei poveri, Cusmano mi ha insegnato che una professione può prendere entrambe le strade. Tu, Francesco, obblighi anche me a chiedermi dove portino oggi le mie ali.

Tommaso comincia da lontano: il Topino, il Chiascio, il Subasio. Sembra una lezione di geografia; poi lascia cadere il colpo: da quella costa «nacque al mondo un sole». Perciò chi parla di Assisi «non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente». Ascesi sarebbe già un bel nome: indica una salita. Ma tu, per Dante, non sei soltanto uno che è salito; sei una luce che è sorta per gli altri. Oriente, del resto, è un nome di Cristo: l’Oriens ex alto del Benedictus, il sole che sorge dall’alto per visitare chi siede nelle tenebre. Dante non ti mette al posto del Signore: la santità non inventa un’altra sorgente, apre una finestra. Quando lessi quei versi da giovane mi parvero un’iperbole. Ora che ho visto quanto buio sappiamo produrre, mi sembrano un bollettino meteorologico: c’è ancora bisogno che sorga il sole.

E quando il lettore si aspetterebbe l’elenco delle tue imprese, Dante parla di una donna. Per lei entrasti in contrasto con tuo padre; lei scegliesti davanti al vescovo, restituendo perfino i vestiti. Era madonna Povertà, una donna a cui, «come a la morte, la porta del piacer nessun diserra». Nessuno le apre volentieri. Era rimasta vedova per più di millecento anni, da quando Cristo era morto sulla croce. Non le era giovata nemmeno la fama di Amiclate, il pescatore di cui narra Lucano: così povero che, quando Cesare in armi bussò alla sua capanna, non ebbe paura, perché non aveva nulla da perdere. Neppure quell’esempio di libertà davanti ai potenti convinse il mondo a corteggiarla. Dante osa dire che, mentre Maria rimase ai piedi, lei salì col Crocifisso: «dove Maria rimase giuso, / ella con Cristo pianse in su la croce». Cristo morì nudo e l’ultima compagna fu la Povertà.

Tu, quella vedova l’hai risposata. E non fu la scenata memorabile di un giovane ribelle che getta i panni nella piazza. Di te Dante scrive: «poscia di dì in dì l’amò più forte». Giorno dopo giorno: ecco la parola che salva le nozze dalla retorica. La fedeltà non vive di una fotografia riuscita, ma del giorno dopo, e poi dell’altro.

Anche Bernardo da Quintavalle lo capì: «si scalzò prima, e dietro a tanta pace / corse e, correndo, li parve esser tardo». Noi procediamo adagio, protetti da commissioni, cautele e rinvii, e ci sembra di correre. Bernardo correva e si giudicava in ritardo. E Bernardo non fu convinto da un piano pastorale: vide due volti lieti. Dante dice che la vostra concordia e i vostri «lieti sembianti» facevano nascere negli altri «pensier santi». Noi parliamo spesso di rinuncia con la faccia da funerale, e poi ci stupiamo che nessuno ci corra dietro.

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Devo però confidarti un dispiacere di famiglia: la tua sposa l’abbiamo lasciata vedova un’altra volta. Ci siamo accasati con signore di ottima dote. La signora Efficienza misura tutto tranne le persone. Madonna Visibilità teme di fare un bene se nessuno lo fotografa. Donna Sicurezza, prima di aprire una casa, domanda come potrà chiuderla senza perdite. C’è poi una cugina elegantissima, l’Immagine: non chiede se una cosa sia vera, ma come verrà percepita. Sono signore utili, bada bene, finché restano ospiti. Il guaio comincia quando prendono le chiavi di casa e mandano la Povertà a dormire nello sgabuzzino.

Non parlo soltanto del mondo. Parlo di noi, uomini e donne di Chiesa. Il povero entra facilmente nelle omelie, nei capitoli generali, nei piani pastorali e nelle fotografie di gruppo. Più difficile è farlo entrare nel luogo in cui si decidono i bilanci, gli orari, le destinazioni e l’uso delle case. A volte sappiamo con esattezza quanto vale un immobile e non conosciamo il nome di chi dorme sotto il suo portico. Diciamo che occorre prudenza. È vero: la prudenza è una virtù. Ma, quando serve soltanto a non rischiare nulla per nessuno, cambia nome; diventa paura con un buon ufficio stampa.

Tommaso, del resto, non concluse il tuo elogio spargendo incenso. Dopo aver lodato te, bastonò i suoi frati, divenuti ghiotti «di nova vivanda» e tornati all’ovile «di latte vòte». Vuoti di latte, ma forse pieni di vento. È una scena che conosciamo: molta alimentazione dell’io e poco nutrimento per il popolo.

Il santo domenicano non considerava la critica una mancanza d’amore. Proprio perché amava la sua famiglia, non la adulava.

Nel canto seguente Bonaventura farà lo stesso con i tuoi frati, divisi fra chi fuggiva la Regola e chi la irrigidiva: «ch’uno la fugge e altro la coarta». La memoria dei fondatori o è pungolo o è cipria. Anche questa sarebbe una bella usanza da importare dal paradiso.

Innocenzo accolse il tuo primo proposito; Onorio approvò la Regola. Poi attraversasti la crociata e arrivasti dal sultano al-Malik al-Kamil. Infine, venne il sigillo che nessun ufficio poteva rilasciare: «nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo». La Verna, le stimmate. Prima l’approvazione di un papa, poi quella di un altro, infine la firma di Cristo impressa non sulla pergamena, ma sulla carne. La tua Regola definitiva eri diventato tu.

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Qui cominci a metterci seriamente in difficoltà. Possiamo ammirare la rinuncia di un giorno, soprattutto se viene fotografata; tu chiedi che cosa avviene il giorno dopo. Che rapporto abbiamo con il denaro quando nessuno guarda? A quali comodità non sappiamo rinunciare? Quante nostre decisioni pensano prima alla sicurezza dell’opera e poi alle persone per cui l’opera è nata? Amministrare bene è un dovere, e chi spreca i beni destinati ai poveri non è evangelico: è irresponsabile. Ma si può avere un bilancio perfetto e un Vangelo in perdita. Si possono salvare tutti i muri e smarrire la porta.

So l’obiezione: la povertà è bella da cantare, meno da subire. Verissimo. Chi non riesce a pagare l’affitto, aspetta una cura o sceglie tra la spesa e una bolletta non ha bisogno di sentirsi predicare la bellezza della miseria. Tu non chiedevi al povero di accontentarsi; chiedevi a chi possedeva di convertirsi. La tua povertà era una libertà scelta per poter condividere; quella imposta agli altri è un’ingiustizia da combattere. Confondere le due cose significa rendere poetica la sofferenza altrui e lasciare intatta la nostra tavola.

Nel Testamento raccontasti da dove tutto era cominciato: «il Signore stesso mi condusse tra loro», tra i lebbrosi, e tu usasti loro misericordia. Non racconti un convegno ben riuscito sulla marginalità. Racconti un incontro che cambiò il gusto delle cose: ciò che prima era amaro divenne dolce. Il povero cessò di essere un argomento e prese un volto.

Ogni tempo ha i suoi lebbrosi: il malato psichico, il detenuto, il migrante, chi vive per strada, la donna ferita, il vecchio che non produce più. Noi, invece, possiamo discutere per ore di chi resta ai margini senza impararne il nome. Sappiamo persino difendere i poveri con eloquenza, purché non interrompano la riunione e non chiedano di vedere i conti.

Ti si cita spesso anche per la pace. Nel 1219 attraversasti le linee di una guerra e incontrasti il sultano. Andasti da cristiano, senza nascondere la fede; andasti disarmato e ascoltasti. È una combinazione che continua a sfuggirci. C’è chi chiama dialogo il tacere ciò in cui crede e chi chiama fedeltà il rifiuto di ascoltare. Tu mostrasti che si può annunciare il Vangelo senza usarlo come una clava. La pace non è neutralità davanti al male: è il coraggio di non somigliare al male che si combatte.

Oggi la parola pace è pronunciata in sale ben riscaldate, mentre fuori aumentano le armi, i morti diventano cifre e ogni parte custodisce con cura la memoria dei torti subiti, molto meno quella dei torti inflitti. Le guerre trovano sempre un cappellano abusivo disposto a benedirle; i costruttori di pace, invece, devono pagarsi il viaggio.

Forse ci chiederesti anche perché la pace debba cominciare sempre a casa degli altri. La invochiamo tra i popoli e coltiviamo piccole guerre nelle comunità, nelle famiglie, nelle parrocchie, perfino nelle sacrestie. Basta una nomina, un’eredità, una precedenza in processione, e Caino ritrova energia. Parliamo di dialogo internazionale e non salutiamo il confratello del corridoio. Tu, che chiamavi fratello persino il lupo, ci domanderesti almeno di non sbranare l’agnello.

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E c’è il creato. Ti immaginiamo volentieri mentre chiami fratello il sole e sorella l’acqua. Ma non ti basterebbe sentirci recitare il Cantico davanti a un bel paesaggio. Ci domanderesti come usiamo l’acqua, quante cose ancora buone gettiamo, chi paga il prezzo del nostro benessere e perché i poveri abitino spesso nei luoghi più inquinati. Cantasti fratello Sole quando i tuoi occhi erano ormai quasi spenti: la tua letizia non veniva dalla fortuna. Ci ricorderesti anche il verso che saltiamo più facilmente: «Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale». Noi preferiamo fermarci al sole: illumina le fotografie e non rovina il ricevimento. La morte, invece, ricorda che non siamo proprietari nemmeno del nostro respiro.

Di questa tua libertà Giacomo Cusmano comprese qualcosa nella Palermo dell’Ottocento. Era medico: conosceva i corpi e sapeva riconoscere la fame. Da giovane aveva pensato di farsi frate cappuccino questuante; il suo direttore spirituale, Domenico Turano, lo volle sacerdote. Ma la questua gli restò nel sangue: per tutta la vita bussò alle porte perché il pane passasse da una mensa all’altra. Con il “Boccone del Povero” chiese alle famiglie di mettere da parte una porzione della propria mensa per chi non aveva pane.

Un boccone: parola piccola, capace di disturbare una tavola intera. Non si trattava degli avanzi: era una porzione del proprio pasto, messa da parte prima di mangiare. Il povero entrava così nella vita quotidiana di una famiglia, e chi donava rinunciava a qualcosa di suo.

Dante scrive che meritasti il cielo «nel suo farsi pusillo», nel farti piccolo: Cusmano avrebbe riconosciuto al volo quel diminutivo. Non la grande opera che permette al benefattore di ammirarsi, ma il pane quotidiano sottratto alla nostra sazietà. Chiamò i suoi figli e le sue figlie “Servi dei Poveri” e chiamò i poveri «i nostri padroni». Non assistiti, utenti o destinatari: padroni, davanti ai quali il servo rende conto. Chiese ai suoi la «posposizione in tutto al povero»: le comodità, le preferenze e perfino le strutture di chi serve devono cedere il passo al bisogno di chi è servito. E il 4 ottobre 1884, nella tua festa, i primi Fratelli della sua Opera vestirono l’abito.

Da figlio suo devo domandarmi per primo se quel nome governi ancora le mie scelte o sia diventato un’espressione che pronuncio volentieri. Cusmano avrebbe posto la domanda che nessun organizzatore di ricevimenti ama: e il povero, dove lo mettiamo? Non basta rispondere che gli porteremo un piatto. Siede con noi? Può dirci che cosa gli manca o decidiamo noi che cosa deve desiderare? La carità senza ascolto lascia intatto il posto di ciascuno: noi a servire, purché restiamo padroni; lui a ringraziare, purché non disturbi. Il “Boccone”, invece, rovescia la prospettiva: il povero non riceve gli avanzi della nostra vita; ci restituisce il Vangelo che avevamo smarrito.

***

Non ti scrivo, dunque, per chiederti di approvare le commemorazioni dell’ottavo centenario. Alcune saranno sincere, altre solenni, qualcuna persino utile. Ti chiedo di attraversarle come attraversasti la piazza di Assisi: libero abbastanza da lasciare per terra ciò che impedisce di chiamare Dio “Padre” e gli altri “fratelli”.

Se una comunità religiosa conosce meglio il valore dei propri immobili che il nome dei poveri del quartiere, dalle il coraggio di fermarsi. Se un uomo parla di pace e gode nel vedere umiliato l’avversario, comincia da lui. Se chi governa invoca la fraternità e poi considera vite di serie B quelle che non producono, non votano o non hanno documenti, avvicinati senza preavviso. E se io uso parole coraggiose ma difendo le mie piccole sicurezze, non risparmiarmi.

Immagino che, a questo punto, qualcuno ti suggerirebbe moderazione. «Frate Francesco», direbbe con voce affettuosa, «bisogna essere concreti». Tu forse risponderesti che proprio per essere concreto hai baciato un lebbroso, restituito i vestiti, attraversato una guerra disarmato e fondato una fraternità senza conto corrente.

Poi chiederesti: «A casa vostra, chi siede a capotavola?». È la domanda che l’ottavo centenario lascia a me e a chi legge. Chi siede a capotavola nelle nostre chiese, nei municipi, nei bilanci, nelle agende, nelle scelte politiche, nei conventi e nelle famiglie? Il povero, oppure la nostra tranquillità?

Morendo raccomandasti ai frati, «sì com’a giuste rede», come a eredi legittimi, «la donna sua più cara». Nessun testamento di beni: lasciasti loro in eredità la tua sposa, madonna Povertà, e comandasti che l’amassero fedelmente. Il tuo corpo «non volle altra bara». Moristi nudo sulla terra nuda: non perché la morte sia bella, ma perché non avevi più nulla da difendere e nessuno da escludere.

Ottocento anni dopo, la Povertà è ancora qui. Le riserviamo un posto d’onore nelle celebrazioni e uno molto più modesto nelle case e nelle decisioni. Eppure, continua a domandarci se il Vangelo, nelle nostre mani, sia diventato vita oppure arredamento religioso. La tua sposa non è invecchiata di un giorno. Dal tuo Oriente continua a sorgere: qui si è fatto tardi, ma Dante giura che è ancora mattina.

Prega per noi, Francesco. Non perché impariamo a parlare di te: in questo siamo già bravissimi. Prega, perché le parole che pronunceremo domenica arrivino vive fino a lunedì mattina.

Il 4 ottobre ti celebreremo. Il giorno dopo riapriranno uffici, banche, municipi, curie e porte. Se il povero tornerà a bussare e gli diremo di ripassare, la festa sarà riuscita; il Vangelo, no.

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