Costruire ponti: il concetto di sinodalità è ambiguo?

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La domanda può sembrare provocatoria. Tuttavia, l’accoglienza riservata al Documento finale del Sinodo sulla sinodalità rivela una certa riluttanza, sia tra alcuni fedeli laici sia tra alcuni prelati e membri del clero. Questa riluttanza è dovuta a una spiegazione insufficiente del concetto stesso, allo svolgimento del processo sinodale o al contenuto del messaggio scaturito dal Sinodo sulla sinodalità?

Nato dalle riflessioni suscitate dal Sinodo sulla sinodalità nel corso del nostro ministero parrocchiale a Dublino, in Irlanda, questo articolo cercherà di rispondere a tali domande in tre fasi. Inizieremo mostrando, a partire dal Documento finale del Sinodo sulla sinodalità, il ruolo centrale della nostra vocazione battesimale nell’annuncio del Vangelo oggi.

Esamineremo poi i punti di vista che richiedono un chiarimento del concetto e mettono in discussione l’approccio sinodale. Condivideremo quindi la nostra esperienza pastorale riguardo all’accoglienza del Documento finale e alla sua attuazione nell’arcidiocesi di Dublino. Infine, mostreremo che, se ben spiegato, il concetto di sinodo può favorire il dialogo e il rinnovamento ecclesiale valorizzando la vocazione battesimale di ogni cristiana e di ogni cristiano.

Sinodalità e vocazione battesimale

Il 15 febbraio 2020, papa Francesco ha annunciato la convocazione del sinodo per l’autunno 2022. Tale annuncio era stato dato al termine della prima riunione del XV Consiglio ordinario del Segretariato generale del Sinodo dei vescovi, tenutasi pochi giorni prima. Il comunicato della Santa Sede sottolineava la volontà del Santo Padre di favorire una maggiore partecipazione di tutta la Chiesa alla preparazione di questa assemblea.

Un mese dopo l’annuncio da parte della Santa Sede dello svolgimento del Sinodo ordinario dei vescovi nel 2022, ne è stato reso noto il tema. Il tema scelto per la XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi era: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione».

Nel comunicato ufficiale con cui annunciava questo sinodo, la Santa Sede affermava la propria intenzione di coinvolgere tutta la Chiesa nella sua preparazione. È infatti opportuno ricordare che, sotto il pontificato di papa Francesco, erano già stati organizzati diversi altri sinodi: un sinodo straordinario nel 2014 e un sinodo ordinario nel 2015, entrambi dedicati alla famiglia; un sinodo ordinario sulla gioventù nel 2018; poi un sinodo straordinario sull’Amazzonia nel 2019. Il Sinodo sulla sinodalità era, quindi, il quinto del suo pontificato. Al termine di quest’ultima assemblea, era stato pubblicato un documento finale e uno dei temi essenziali riguarda il ruolo centrale della nostra vocazione battesimale nell’evangelizzazione odierna.

Il titolo dato alla prima parte del Documento finale del Sinodo sulla sinodalità è evocativo: «Il cuore della sinodalità: chiamati dallo Spirito Santo alla conversione». Il documento presenta poi il popolo di Dio come sacramento dell’unità. Il popolo di Dio occupa un posto centrale nella Costituzione dogmatica Lumen gentium, in particolare nel capitolo II, a esso dedicato. Nei numeri da 10 a 12, questo testo fondamentale tratta del sacerdozio comune e del suo esercizio. Leggiamo: «Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, che tra loro presentano una differenza essenziale e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro: entrambi, infatti, ciascuno secondo il proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo [16]» (LG 10, § 2), e poi: «Il carattere sacro e organico della comunità sacerdotale si realizza attraverso i sacramenti e le virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa mediante il battesimo, hanno ricevuto un carattere che li rende partecipi del culto religioso cristiano». (LG 11)

Se facciamo riferimento a questi numeri, è perché il Documento finale, parlando del popolo di Dio, mostra quanto lo spirito conciliare sia al centro di questo sinodo. Esso riconosce che l’identità del popolo di Dio deriva dal battesimo amministrato secondo la formula trinitaria (Mt 28,18-19; Documento finale, 15). Viene, quindi, attribuita particolare importanza alla vocazione battesimale quando si parla della Chiesa sinodale, che il documento definisce “missionaria” in virtù del nostro battesimo. Infatti, tutti i credenti possiedono un istinto per la verità del Vangelo, chiamato sensus fidei, ma il documento precisa che «l’esercizio del sensus fidei non va confuso con l’opinione pubblica» (Documento finale, 22).

Pertanto, il documento riconosce il battesimo come principio della sinodalità, ma anche come fondamento dell’ecumenismo. Il sacramento del battesimo, che è uno dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, è intimamente legato agli altri sacramenti, quali la cresima e l’Eucaristia. Ma sorge una domanda: come può il documento affermare, da un lato, che il sacramento del battesimo è il fondamento dell’ecumenismo e, dall’altro, sostenere che esiste un legame indissolubile tra il sinodo e l’assemblea eucaristica? Leggiamo: «Esiste uno stretto legame tra synaxis e synodos, tra l’assemblea eucaristica e l’assemblea sinodale» (Documento finale, 27).

Nei rapporti della Chiesa cattolica con le altre confessioni cristiane, come si può conciliare il battesimo come fondamento dell’ecumenismo con il legame intrinseco che unisce questo sacramento agli altri sacramenti, in particolare all’Eucaristia? Presentando il battesimo come fondamento dell’ecumenismo e affermando, al contempo, l’esistenza di uno stretto legame tra l’assemblea eucaristica e l’assemblea sinodale, non si rischia forse di sminuire il ruolo dell’Eucaristia, fonte e culmine della fede cattolica?

Queste domande ci conducono al secondo punto di questo articolo, dedicato alle reticenze nei confronti delle spiegazioni fornite sul concetto di sinodalità e sul processo sinodale.

Perché la sinodalità incontra delle riserve all’interno della Chiesa?

Le reticenze o, più precisamente, le riserve suscitate dalla presentazione del concetto di sinodalità nella Chiesa e dall’approccio privilegiato durante il Sinodo sulla sinodalità invitano a prendere le distanze per condurre un’analisi più lucida. Sarebbe riduttivo ricondurre queste riserve a un’opposizione tra sostenitori e oppositori del Sinodo. La vera questione è, piuttosto, se le critiche formulate nei confronti del concetto di sinodalità o del Documento finale meritino un’attenzione particolare. Questi diversi punti di vista potrebbero arricchire il processo sinodale e renderlo più fecondo per la Chiesa universale?

Per quanto riguarda le diverse riserve, alcuni prelati chiedono maggiore chiarezza nella definizione stessa del concetto di sinodalità. Il card. Brandmüller, ad esempio, richiama l’attenzione sul rischio che la sinodalità introduca modelli protestanti e democratici[1] . Un altro prelato, il card. Scola, pur apprezzando il Sinodo sulla sinodalità, sottolinea che la Chiesa non dovrebbe diventare una sorta di parlamento di altro genere. Il sinodo dovrebbe essere un metodo al servizio della Chiesa, volto innanzitutto a costruire la comunione, e non diventare un principio organizzativo della Chiesa[2] .

In che modo queste riserve possono affinare il processo sinodale in corso? Potrebbe essere utile istituire, se non esiste già, una commissione incaricata di raccogliere le voci  dissonanti all’interno della Chiesa in vista di una  buona preparazione del Sinodo del 2028. Un simile approccio rafforzerebbe la comunione ecclesiale ed eviterebbe che il concetto di sinodalità venga ridotto a un’ideologia o che la sinodalità stessa venga considerata come una nuova forma di governo ecclesiale.

Diremo quindi con san Paolo: «Ci sono, certo, diversità di doni spirituali, ma è lo stesso Spirito; diversità di ministeri, ma è lo stesso Signore; diversità di operazioni, ma è lo stesso Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12,4-7).

Nell’arcidiocesi di Dublino, la Chiesa ha accolto il processo sinodale e vi ha partecipato attivamente. Nel 2021, il processo è stato avviato dall’arcivescovo durante una celebrazione eucaristica nella cattedrale di St Mary’s a Dublino. Successivamente sono state messe a disposizione delle parrocchie le risorse sinodali, sono state organizzate sessioni di ascolto e, infine, una sintesi diocesana ha presentato i momenti chiave e le svolte del processo.

Dopo il Sinodo sulla sinodalità, la Chiesa di Dublino è entrata in una fase di attuazione del Documento finale. Da un anno la diocesi ha istituito il Consiglio pastorale diocesano, che riunisce rappresentanti delle diverse zone pastorali della diocesi. I corsi di formazione a cui abbiamo partecipato hanno affrontato la seguente domanda: «Come essere un consiglio pastorale sinodale?» L’accento è posto soprattutto sulla rivalutazione della nostra vocazione battesimale e sulla partecipazione dei fedeli laici nella Chiesa di Dublino. Il ruolo di questi ultimi è valorizzato dall’introduzione, in e alcune parrocchie, di celebrazioni della Parola presiedute da laici, nonché dagli incoraggiamenti rivolti loro ad assumersi maggiori responsabilità.

Non bisogna dimenticare che il Sinodo sulla sinodalità si svolge in un contesto irlandese caratterizzato dalla crisi delle vocazioni religiose e sacerdotali, nonché dal notevole calo di pratiche religiose un tempo ben radicate, come la partecipazione regolare alle celebrazioni eucaristiche. Le parrocchie stanno registrando un crollo vertiginoso del numero dei fedeli. Quelle considerate importanti lo sono ormai in base al numero di funerali celebrati ogni anno e, naturalmente, al numero di battesimi. Purtroppo, le famiglie che oggi fanno battezzare i propri figli non sono sempre praticanti.

Il Sinodo sulla sinodalità può contribuire a rivitalizzare la Chiesa oggi? Il processo sinodale, se ben attuato e accolto, può favorire il rinnovamento delle vocazioni religiose e sacerdotali? Può consentire di aumentare il numero di cristiane e cristiani nelle nostre parrocchie? Insomma, il Sinodo sulla sinodalità è un ripiego o un’opportunità per la Chiesa universale in generale e per le Chiese occidentali in particolare?

La sinodalità, concetto-ponte al servizio della Chiesa, famiglia di Dio

Uno dei documenti che ci sembra più pertinente per descrivere la sinodalità come concetto-ponte al servizio della Chiesa è quello elaborato dalla Commissione Teologica Internazionale, la cui pubblicazione è stata autorizzata nel marzo 2018. Questo documento approfondisce i concetti di sinodo e sinodalità facendo riferimento alle Scritture e alla Tradizione della Chiesa. Si intitola: La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa.

Vi si legge: «“Sinodo” è un termine antico e venerabile della Tradizione della Chiesa, il cui significato rimanda ai contenuti più profondi della Rivelazione. Composta dalla preposizione σύν, “con”, e dal sostantivo ὁδός, “via”, indica il cammino che i membri del popolo di Dio percorrono insieme. Rimanda, inoltre, al Signore Gesù, che si presenta come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), e al fatto che i cristiani, che lo seguono, erano in origine chiamati «i discepoli della Via» (cf. At 9 2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22)» (n. 3, § 1).

L’analisi di questa citazione mostra che il termine «sinodo» costituisce di per sé un concetto-ponte: l’espressione «camminare insieme» nasconde un’altra nozione, quella di «comunione». Inoltre, il sinodo è inteso in riferimento al Signore Gesù, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Il Documento finale del Sinodo sulla sinodalità sottolinea questa idea di unità e la presenta come un’armonia. Mette così in luce l’importanza delle relazioni umane, vale a dire la relazione con gli altri e la relazione con Dio: «Una Chiesa sinodale si caratterizza come uno spazio in cui le relazioni possono fiorire, grazie all’amore reciproco che costituisce il “comandamento nuovo” lasciato da Gesù ai suoi discepoli (cf. Gv 13,34-35)» (Documento finale, n. 34). Il Documento finale prosegue affermando che è all’interno della «Chiesa domestica» che si sperimenta la ricchezza delle relazioni tra persone unite nella diversità.

L’espressione «Chiesa domestica» ci ricorda l’esortazione apostolica post-sinodale *Ecclesia in Africa*, pubblicata da papa san Giovanni Paolo II il 14 settembre 1995 a Yaoundé, in Camerun, e dedicata alla Chiesa-famiglia in Africa. Questa esortazione ha contribuito allo sviluppo delle comunità ecclesiali di base. È ciò che il Concilio Vaticano II definisce «Chiesa domestica» (LG 11). L’idea è che la Chiesa nasca all’interno delle famiglie e dei gruppi di famiglie che pregano insieme, condividono la Parola di Dio e costituiscono il primo luogo di preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Le Chiese del Camerun, e in particolare la diocesi di Bafoussam, nella parte occidentale del Paese, si avvalgono di una solida rete di comunità ecclesiali di base. Le parrocchie sono infatti costituite da diverse comunità ecclesiali di base che contribuiscono attivamente all’annuncio del Vangelo. Questa esperienza potrebbe arricchire il processo sinodale. Perché non approfondire ulteriormente questa idea di Chiesa domestica in un contesto mondiale sempre più caratterizzato non solo dall’individualismo, ma anche dalle divisioni?

La «Chiesa domestica» potrebbe quindi fungere da fondamento per una Chiesa sinodale e consentire una comprensione più chiara del concetto di sinodalità e del modus operandi del processo sinodale. Si tratterebbe di ricollocare l’intero processo sinodale nel contesto della Chiesa-famiglia, con il Cristo risorto come principio di comunione all’interno di questa famiglia. In questo modo, i termini «cristiano» e «cristiana» assumerebbero appieno il loro significato. Infatti, il battesimo ci rende discepoli di Cristo e, in quanto tali, siamo chiamati a seguire Cristo, nostro Maestro, per imparare da Lui. Inteso in questo senso, il sinodo non sarebbe più inteso solo come «il cammino comune dei cristiani con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione con tutta l’umanità» (Documento finale, 28), ma come il cammino comune dei cristiani al seguito di Cristo. Camminare al suo seguito ci impegna quindi in un percorso di conversione, tenendo gli occhi fissi sul Signore, che è la via, la verità e la vita (Gv 14,6).

Ciò richiede ai cristiani un certo atteggiamento. Nel discorso di apertura del concistoro straordinario, tenutosi il 26 e 27 giugno 2026, papa Leone XIV definiva la sinodalità non solo come un modus procedendi, ma anche come un atteggiamento fatto di apertura e disponibilità alla comprensione. Questo modo di essere, evocato dal Santo Padre a proposito del Sinodo, chiarisce pienamente il senso della sinodalità come concetto-ponte. Il Santo Padre ci incoraggia su questa via, e riteniamo che la nostra vocazione cristiana ci chiami a dare il nostro contributo per rispondere alla domanda che costituisce il filo conduttore del Sinodo sulla sinodalità: «Come possiamo aiutare oggi le nostre Chiese ad annunciare il Vangelo con maggiore fedeltà, libertà e credibilità?» (Leone XIV, discorso di apertura del concistoro straordinario, 26 giugno 2026).


[1] Michael Haynes, “Il cardinale Brandmüller mette in guardia dalla sinodalità in parte ispirata al protestantesimo”, su  https://thecatholicherald.com/article/cardinal-brandmuller-warns-synodality-partly-inspired-by-protestantism (consultato il 24/09/2026).

[2] Willy Volonté, «Il cardinale Scola: “Eravamo niente rispetto a Ratzinger e Balthasar, ma ci accolsero con amicizia”» su  https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Il-cardinale-Scola-%C2%ABEravamo-niente-rispetto-a-Ratzinger-e-Balthasar-ma-ci-accolsero-con-amicizia%C2%BB–3989727.html

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2 Commenti

  1. Marco 15 ottobre 2026
  2. 68ina felice 15 ottobre 2026

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