
L’arcivescovo Cordileone celebra la liturgia eucaristica secondo il rito pre-conciliare (2021).
Con una recente intervista a Tribune Chrétienne (il cui resoconto si può leggere qui, con rimando anche al video completo) l’arcivescovo di San Francisco, Cordileone, ha sostenuto che «c’era più unità nella Chiesa con Summorum Pontificum che con Traditionis Custodes».
La frase non soltanto suona irresponsabile, ma è la spia di una mancanza di chiarezza, che abita in una parte della Chiesa e della curia romana, circa il fallimento di Summorum Pontificum e il suo necessario superamento mediante Traditionis Custodes. Prima di riprendere il ragionamento che sta alla base dell’importante evoluzione dal 2021 ad oggi, esamino brevemente i tre argomenti utilizzati da Cordileone.
- Il primo argomento riguarda la differenza tra i giovani di oggi e i giovani di 4o anni fa. Oggi i giovani vogliono i valori immutabili del cattolicesimo, non le riforme e le rivoluzioni.
- Nell’esperienza di un arcivescovo è chiaro (?) che vi fosse maggiore unità sotto Giovanni Paolo II e poi con Summorum Pontificum, mentre ciò che è derivato da Traditionis Custodes appare preoccupante.
- Un dialogo con i lefebvriani dovrebbe essere la via principe per uscire dalla tensione e riportare la Chiesa all’unità della convivenza tra riti diversi.
L’ampia intervista (di quasi 45 minuti) rivela una lettura tipica del “profeta di sventura”, denunciata già all’inizio del Concilio Vaticano II da papa Giovanni XXIII. La cosa più incredibile che Cordileone propone nel suo discorso è la pretesa di far apparire l’anticoncilio che egli propone, ossia la resistenza viscerale alla riforma liturgica, come quell’appello alla medicina della misericordia che il “papa buono” lanciò all’inizio del suo discorso di apertura del Concilio. Usare fuori contesto le parole di un grande discorso non è una grande prova di rigore.
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Ma esaminiamo criticamente uno per uno gli argomenti usati dall’arcivescovo:
- L’interpretazione dei giovani cattolici è un luogo comune del discorso tradizionalistico che appare sempre sorprendente. I giovani, dice l’arcivescovo, vogliono il rito vecchio. Io credo che si tratti dei giovani tradizionalisti, non dei giovani. Certamente qui si tratta di giudicare con molta onestà la secolarizzazione come un fenomeno che ha i suoi tratti preoccupanti. E che coinvolge anche la riforma liturgica, nella misura in cui ha ceduto alla tentazione di semplificare il rapporto con il culto. Ma è certo che il problema con i giovani c’era già ai tempi di Guardini e prima ancora di Rosmini. Far dipendere la “ripresa” della frequenza ai riti cristiani dalla contraddizione della riforma liturgica non è né veritiero né onesto. Significa confondere causa ed effetto e cullarsi con una semplice apparenza. Grave è il fatto che un arcivescovo avvalori con la sua autorità una cosa che nell’esagerazione suona come falsa.
- Molto più grave è il novero di affermazioni che riguardano la relazione tra Summorum Pontificum e Traditionis Custodes. Sorprende che affermazioni così false possano essere pronunciate da un membro della Segnatura apostolica. Ma è interessante come Cordileone maturi, nel suo discorso, quella affermazione paradossale: «maggiore unità c’era con Summorum Pontificum rispetto a Traditionis Custodes». E’ utile capire come Cordileone pensi questa presunta “unità”. Lo si comprende bene da come ricostruisce la storia del post-concilio. La ricostruzione, infatti, tradisce un criterio di lettura sostanzialmente tradizionalistico, mutuato precisamente da Marcel Lefebvre. Cordileone, infatti, divide la storia postconciliare in quattro passaggi:
- i primi decenni del postconcilio, che identifica con le guerre liturgiche
- una prima “pacificazione” con gli indulti concessi sotto Giovanni Paolo II
- la “pacificazione” con Summorum Pontificum di Benedetto XVI
- il ritorno alla guerra, dopo Traditionis Custodes di Francesco
Questa ricostruzione falsifica la storia, che deve essere ricostruita in modo non solo diverso, ma capovolto:
- i primi decenni del postconcilio applicano la riforma liturgica, come riforma della Chiesa
- la resistenza di Lefebvre inizia a guadagnare consensi nella Chiesa, che, dal 1984, prevede “indulti” per comunità che resistono alla riforma liturgica
- con Summorum Pontificum il progetto di Lefebvre è assunto come regola della Chiesa: ogni comunità e ogni prete può scegliere se aderire al Concilio o no. Il massimo della lacerazione accade tra il 2007 e il 2021
- con Traditionis Custodes si ristabilisce il principio di unità, smarrito per 14 anni.
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La singolare ricostruzione di Cordileone di fatto si identifica con una lettura tradizionalistica del cattolicesimo e chiama unità una condizione scismatica di divisione. Si tratta, a tutti gli effetti, di una interpretazione scismatica dell’unità.
Il dialogo con i lefebvriani come via obbligata è l’inevitabile conclusione di un ragionamento sbagliato. L’unica via, per uscire dalle logiche scismatiche, è invece stabilire che la comunione cattolica ha una unica lex orandi, ossia il Novus Ordo di ogni rito liturgico, come stabilito da Traditionis Custodes, che ripristina il modo normale di secoli e secoli di tradizione.
Non sorprende che Cordileone non capisca proprio questa logica elementare: solo l’unità nel cammino aperto dai novi ordines permette di custodire ogni diversità, all’interno di un rito “aperto” e “flessibile”. Pensare che l’unità venga dal “self-service” rituale tra riti tra loro contraddittori appare una soluzione irresponsabile, che garantisce una comunione finta, artefatta, apparente.
Ascoltare la lunga intervista di Corleone è cosa istruttiva: mostra come sia possibile, nel 2026, che vi sia a capo di una grande arcidiocesi statunitense, e come membro di un Ufficio Vaticano come la Segnatura Apostolica, un arcivescovo che utilizza, senza accorgersene, argomenti scismatici con il sorriso sul volto.
Chiamare bene il male non è mai segno di profezia. Nessuna autorità può coprire questa contraddizione tra chi, a parole, afferma la unità e poi con i fatti sostiene e alimenta la divisione. Un esame di coscienza su questo paradosso imbarazzante è diventata una urgenza per tutta la Chiesa cattolica: la lunga intervista ha il merito di mostrare questo paradosso in forma pubblica e manifesta.
- Pubblicato sul blog dell’autore (qui).






Principalmente Cordileone ha la fede in Cristo. I modernisti solo in se stessi
Due domande. La prima: quanti sono i vescovi ed i cardinali che leggono il concilio ed il post concilio con occhiali tradizionalistici e di fatto si comportano da scismatici ? La seconda: cosa intende fare la chiesa conciliare/sinodale guidata da Leone con tale forma di tradizionalismo che risulta essere sempre più invasiva ?
Per la seconda: accettare che c’è un certo segmento di cattolici che hanno questa sensibilitá e che hanno diritto di cittadinanza anche loro, ma comunque devono dimostrare di essere in piena comunione con la Chiesa intera, per esempio accettando la validitá e bontá dei Sacramenti celebrati con i Nuovi Riti, e farlo non solo a parole?
Due domande.
La prima: quanti sono i vescovi ed i cardinali che leggono il concilio ed il post concilio con occhiali progressisti – slegandoli dall’intera Tradizione della Chiesa – e di fatto si comportano da scismatici?
La seconda: cosa intende fare la Chiesa cattolica con tale forma di progressismo che risulta aver fatto danni con la pretesa di recidere le radice dell’albero?
Dare dello scismatico a un vescovo cattolico da parte di un professore che teorizza con insistenza l’ordinazione delle donne è ridicolo
Come dare spazio a articoli così tendenziosi, d’altronde.
*invece stabilire che la comunione cattolica ha una unica lex orandi, ossia il Novus Ordo di ogni rito liturgico, come stabilito da Traditionis Custodes, che ripristina il modo normale di secoli e secoli di tradizione*
Letteralmente ‘modo normale’ é post-tridentino, con accellerazione nel XIX secolo, quando si fa piazza pulita dei riti locali per centralizzare il controllo della liturgia a Roma. Ancora nel XVIII secolo molta produzione liturgica era locale (pur con vari problemi)
Poi non si riesce a capire quanto puó essere flessibile il Novus Ordo, che comunque porta con sé delle logiche e teologie intrinseche, che a molta gente attratta dal Vetus Ordo non vanno a genio (per esempio il NO ha una comunicazione prevalentemente verbale, il VO non verbale)
Cordileone comunque si sbaglia a dire che sotto SP ci fosse la pace. Frequentavo l’ambiente intorno al 2013 e mi ricordo bene certi atteggiamenti non belli (per esempio gente che discuteva se era corretto distribuire durante il VO l’Eucarestia consacrata con il NO, o il meltdown sedevacantista del gruppo FB di Messainlatino la sera dell’elezione di Francesco)
Ognuno deve poter partecipare alla liturgia a lui più confacente, ma non si possono assolutamente tollerare queste mancanze di comunione. Non aver insistito su questa cosa é stato un grave errore