Quattro strade per credere in Dio

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Leggendo un testo articolato e difficile, che parla di teologia storica, ho incontrato la spiegazione della riflessione su Dio, tra il secondo e il terzo secolo dell’era cristiana (L.T. Johnson, Il cristianesimo e la religione greca e romana – 2. Secondo e terzo secolo, Paideia, Brescia, 2025). Una riflessione che non è solo storica, ma utile al nostro mondo, offrendo un panorama della professione di fede, a seconda dei contesti culturali.

Pur recitando oggi e aderendo al Credo niceno-costantinopolitano, alcune sintesi non sono comprensibili. Le espressioni riferite a Cristo «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre» rimangono inerti, perché manca il substrato filosofico su cui poggia la sintesi, così come la descrizione dello Spirito Santo che «procede dal Padre e dal Figlio». Nei manuali di teologia e di liturgia sono ampiamente spiegati i concetti espressi; pastoralmente rimangono verità accolte, senza comprensione.

Altre formule di fede sono possibili. Il credo apostolico è meno elaborato, ma anche più esplicito, recitato nelle promesse battesimali in Quaresima, a Pasqua e nella Veglia Pasquale. Senza dimenticare altre formulazioni: il credo atanasiano, quello Tridentino, di san Pio X antimodernista e di Paolo VI.

Approcci diversi alla fede in Dio

Dalle fonti storiche e patristiche emergono approcci diversi alla conoscenza e alla fede in Dio, a seconda delle epoche storiche.

  • Il primo percorso è quello della meraviglia. Riflettendo sulla bellezza del creato, della natura, del genere umano e animale, la reazione è quella della lode. Solo un essere superiore può aver disposto simili bellezze. I riferimenti sono ai Libri sapienziali e ai Salmi. Celebri i testi del Salmo 148 e il Cantico di Daniele (Dn 3,57-88.56). Tutti gli elementi del cosmo sono incoraggiati a lodare Dio per le grandezze del creato.
  • Un secondo percorso è offerto dalla distinzione tra carne e spirito. Ben presto si manifestano tendenze all’isolamento, alla ricerca della povertà, alla saggezza del silenzio sulla linea delle beatitudini. È il periodo penitenziale. San Giovanni Battista l’aveva vissuto e predicato. Alla fine del terzo secolo, sant’Antonio abate fisserà le regole della vita eremitica e cenobitica.

Sarà affrontato, in occasione delle persecuzioni, il grande dramma dei lapsi, coloro cioè che avevano accettato di onorare gli dèi pagani per non essere perseguitati e uccisi, con la conseguente penitenza riparatoria.

  • Altri padri insistono sul cambiamento morale dei costumi per quanti si dichiarano cristiani. I Vangeli e le Lettere di san Paolo offrono indicazioni di cambiamento morale.

I testi dei Vangeli di Matteo e di Luca sono espliciti. San Paolo nelle sue Lettere incoraggia a una vita sobria e onesta, elencando carismi e virtù, evitando vizi.

Si onora Dio se la vita è cambiata; senza il cambiamento, non c’è cristianesimo.

  • Infine, c’è il percorso liturgico. Nella celebrazione dei riti, con i tre grandi sacramenti del battesimo, dell’eucaristia e della penitenza si invoca Dio presente nell’assemblea. Questa presenza aiuta alla dimensione della vita spirituale e al rafforzamento della fede.
Vivere la modernità senza omologarsi a essa

Destano curiosità e ammirazione le molte intuizioni di autori, alcuni dei quali dichiarati santi, altri eretici, che tentano di indicare le strade della fede. Appaiono percorsi differenti e anche lontani tra loro: hanno il vantaggio della varietà con la quale si può conoscere Dio e avere fede in lui. La grande distinzione è tra visione cosmica, caratteristica della religiosità ebraica e l’attenzione al Signore Gesù delle prime comunità cristiane.

La fede predicata oggi è molto attenta alla correttezza delle parole e dei pensieri: è però statica. Per alcuni versi lontana dal sentire del mondo cambiato.

Sono pressoché scomparsi i “padri e le madri” che intuiscono, suggeriscono, interpretano la presenza di Dio. I manuali teologici, biblici, liturgici sono rigidi, attenti alla dottrina, meno capaci di interpretare sentimenti e afflati religiosi.

Un grave problema, perché i sentimenti delle persone alle quali i ministri sacri si rivolgono hanno sensibilità, linguaggi, approcci lontani, almeno nelle apparenze, dalla dottrina.

La stessa vita dei credenti è immersa nelle sintesi culturali, sociali, economiche diventate prevalenti nel sentire comune.

Credo che il cuore della diversità mondo/fede si giochi oggi proprio sul cambiamento morale che il messaggio evangelico esige. A fronte di una sintesi spuria che mette insieme sacro e profano, l’obiettivo può essere quello di una vita sobria, attenta al mondo e a chi lo abita, ringraziando, almeno per l’Occidente, i privilegi concessi, con pochi meriti dei suoi abitanti.

Può essere l’indicazione per un cristianesimo che vive la modernità, senza omologarsi ad essa.

Terminato il giubileo, nella prospettiva del Sinodo giunto alla fase finale, con il nuovo pontefice, la speranza è la proposta che ritorni alla sostanza del cristianesimo, senza perdersi in dettagli organizzativi e legislativi, tutto sommato, marginali.

Nell’antichità le tendenze di fede sono state orientate dalle culture dei mondi circostanti: oggi vige l’esigenza di una proposta chiara e, per alcuni versi intransigente, di un cristianesimo limpido.

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Un commento

  1. Giancarlo Mara 11 gennaio 2026

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