VI Per annum: “Lo voglio: sii purificato”

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Il lebbroso, nella Bibbia, è per eccellenza la figura dello “scarto”. Una situazione tragica per chi ne era colpito, che – com’è naturale – aveva un bisogno esasperato di accoglienza, e che era invece costretto a cacciare lontano da sé le persone che gli capitava per caso di incontrare, talmente era diffusa la paura del contagio. Proprio questo è il tema delle letture odierne: chiederci da dove viene l’ideologia dello “scarto”, di cui papa Francesco parla così spesso, da cosa è prodotta e come può essere guarita.

Lebbroso, perciò peccatore, perciò punito

Il breve testo dal Libro del Levitico (Lv 13,1-2.45-46) costituisce la sintesi di due lunghissimi capitoli, 13 e 14, che analizzano la “lebbra” con tutte le sue manifestazioni ed espongono i rimedi necessari per la sua “purificazione”.

Occorre precisare che il termine “lebbra” non descrive esattamente ciò che oggi è tecnicamente inteso sotto quel nome, ma si riferisce ad ogni malattia che ha la sua manifestazione sulla pelle del corpo, come dice il testo, che la riferisce a «un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra».

La prima paura, dunque, riguarda qualcosa di ben visibile che non è possibile occultare, e questa è una ragione piuttosto evidente per tenere il lebbroso fuori dal consorzio umano. Si aggiunga un’altra motivazione non meno rilevante, quella per la quale in molti passi dell’Antico Testamento la “lebbra” è considerata come segno e materializzazione di una punizione per un peccato, idea che può riflettersi anche su altre malattie, come dimostra il racconto del miracolo del cieco nato in Gv 9,1-2.

Queste due motivazioni non sono sparite con il progresso della conoscenza. Siamo tutti testimoni di quanto l’imperversare del Covid 19 riesca a suscitare un vero e proprio senso di panico che sta colpendo tutto il mondo di relazioni a cui eravamo abituati.

Ma c’è di più. Se la mentalità antica faceva i lebbrosi responsabili del loro malanno, non è diverso quanto succede oggi quando, a proposito di “poveri”, peggio se sono anche “immigrati”, si dice che, se sono così è colpa loro! E quindi la conclusione è che “si arrangino”.

Qui passiamo da ragioni fisiche a motivazioni di carattere psicologico e morale. Penso a tutto quello che si dice, e si sente, soprattutto quando si enfatizza il pericolo dei nuovi arrivati,

– che vengono qui a rubare i posti agli italiani, quando si sa che fanno i lavori che i nostri non fanno più,

– che, se hanno soldi per pagare i trafficanti, come facciamo a considerarli “poveri”…,

– che, se scappano da guerre combinate tra loro, cosa c’entriamo noi,

– che la loro è un’invasione che vuol far diventare musulmana l’Europa ecc.

Per ricondurre tutto al motivo centrale, lo “scarto” nasce dalla paura della “diversità”, che viene percepita come una minaccia, quando invece si sa che le migrazioni ci sono sempre state per le ragioni più varie: si pensi solo a quanto è accaduto in Italia, nel primo novecento, con quelle che da regioni povere portavano verso le Americhe e, nel secondo dopoguerra, con quelle interne da una regione all’altra nel passaggio dalla cultura contadina a quella industriale.

Si deve prendere coscienza che le diversità, bene interpretate e simpaticamente accolte, sono una ricchezza che fonde le culture, ne produce di nuove e anche di migliori, favorisce l’atteggiamento di accoglienza che crea nel mondo un’aria più respirabile.

Si tratta di passare da una visione esclusiva a una inclusiva, di essere capaci di apprezzare ciò che ci appare nuovo ed estraneo, di accettare che ci sono tante “minoranze” per le ragioni più svariate, e che una buona convivenza non è mai il frutto della vittoria di una “maggioranza”. Fatto questo salto, molte cose possono cambiare.

È un fatto, e non una leggenda, che la “conversione” di Francesco d’Assisi da una vita spensierata a una scelta di radicale povertà coincise con il bacio dato da lui a un lebbroso, tanto potente da segnalare l’inizio di un “restauro” più importante di quello della chiesetta di San Damiano, mirato a innescare nella famiglia umana lo spirito di una vita “fraterna” contro le ingordigie del mondo “mercantile” allora in piena fioritura, al quale la sua stessa famiglia apparteneva.

Dio, Padre di tutti

La seconda lettura (1Cor 10,31-11,1) può benissimo essere letta come un commento di quanto si è appena detto circa l’apertura e l’accoglienza. Paolo dice chiaramente che questo atteggiamento ha una sola base e una sola motivazione: fare tutto per la gloria di Dio, cioè in sintonia con il suo modo di fare, lui che è Padre “di tutti”, arrivando a far «sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, e a far piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45).

Imitare Dio in questo atteggiamento di vasta e basilare accoglienza è sicuramente impegnativo, perché comporta non solo soccorrere l’indigente, ma anche evitare di creare difficoltà a chi è per una qualche ragione “debole”, per il suo temperamento, per l’appartenenza a qualche minoranza vilipesa, per essere di un’altra razza e di parlare un’altra lingua ecc.

Pensate a cosa significhi quanto scrive l’apostolo: «io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano a salvezza».

“Se vuoi, puoi…”

Il miracolo raccontato da Marco (Mc 1,40-45) appare in una versione più breve di quella che si trova in Matteo (8,2-4) e soprattutto in Luca (5,12-16), ma le tre versioni nella sostanza coincidono, soprattutto in verbi chiave che meritano di essere considerati con attenzione.

In tutti i racconti, è anzitutto il lebbroso che prende l’iniziativa, e questo è già un elemento rivelatore della sua fede: l’uomo non ha paura di violare la legge molto chiara stabilita nel Levitico, che imponeva al lebbroso di far di tutto perché nessuno si avvicinasse a lui. Ma poi “si inginocchia” (per Matteo e Luca “si prostra”) e, infine, rende la sua fede ancora più esplicita quando lo prega dicendo «Se vuoi, puoi purificarmi» (Matteo e Luca fanno precedere la richiesta chiamando Gesù “Signore”).

L’affermazione espressa nel «se vuoi, puoi», rivela che il lebbroso riconosce in Gesù un “potere” che appartiene solo a Dio. La reazione di Gesù è mirabile: «Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato».

La compassione, segnata da un “sommovimento delle viscere”, non compare negli altri due sinottici, e il passo è controverso perché manca in importanti manoscritti, ma è in linea con altri racconti di guarigione in Marco (6,34; 8,2; 9,22). Più sorprendente è la reazione di Gesù dopo la guarigione: ammonisce severamente e caccia via subito il guarito dicendogli di non dire a nessuno ciò che gli è capitato, cosa che invece l’altro fa.

La ragione è presto detta: è il famoso “segreto messianico” che, secondo Marco, deve essere mantenuto per evitare che la gente fraintenda la persona di Gesù, perché il riconoscimento della sua natura di Figlio di Dio deve passare attraverso il fallimento della crocifissione, quando sarà riconosciuto tale, e per giunta da un pagano (Mc 15,39).

Ma il verbo più importante in questa narrazione è un altro: “lo toccò”. Il gesto che rivela in modo chiaro e decisivo il frutto della compassione. Alla trasgressione del lebbroso, che gli “si avvicina” contro la prescrizione della legge, Gesù risponde con un’altra trasgressione e, sorvolando su ogni rischio di contagio, lo “tocca”.

Isacco della Stella, un grande cistercense del XII secolo, noto per la sua altissima sensibilità al valore delle parole, nella conclusione del Sermone 12 dedicato all’esegesi di questo miracolo, scrive una frase lapidaria: «Colui che poteva facilmente operare con la sola parola, avendo guarito con il tatto, lui che è sapienza e forza di Dio, ci ha insegnato l’affetto» (S. 12,12).

È sorprendente che uno come lui che, prima di farsi monaco, era passato dalle scuole cattedrali dove stava nascendo la scolastica, un maestro in teologia che ricorda spesso e volentieri come trovasse il suo piacere più alto nell’esplorazione dei “misteri”, sa – e lo dice – che, a volte, l’accoglienza si rivela molto meglio in certi gesti di affetto, nello sguardo con cui trasmettiamo alle persone ciò che sentiamo, in un abbraccio o in una carezza. Certo, il tatto è, come tutto ciò che c’è in noi, ambivalente: può esprimere accoglienza, ma anche oppressione e violenza.

Uno dei testi che meglio ha descritto tale ambiguità è una poesia di Elizabeth Jennings (1926-2001), intitolata appunto Tatto. Posso citarla per intero. «Il tatto. Quanto conta nel far partire e nel far finire. / Ogni sacramento lo esige, e ogni amore, / sia esso passione o un giocare tra amici, // chiede che lo si usi. È il tatto che ha fatto partire questo mondo. / Il tocco di Dio, e tutto l’universo / scattò nell’essere ad ogni suo movimento. // L’Eden, possente storia del nostro rovescio, / fu oscurato da un gesto che colse un frutto / quando il tatto disobbedì. La maledizione // rovinò il tatto, e però questo in qualche modo portò / il Dio-uomo fino a noi e lo mise nelle nostre mani. / Il tatto può rendere chiaro un pensiero arcano. // E l’amore si abbandona quando la forza del tatto si acquieta».

Questa è alta e pura teologia, a cominciare dal fatto che i “sacramenti” sono tali perché sono realtà “fisiche”, come il tatto, appunto, che nascondono e misteriosamente donano quella realtà sommamente spirituale che è la grazia. L’importante è avere occhi, quelli del cuore, per vederla.

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