Chiesa tedesca: esercizi di sinodalità

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chiesa italiana

Tra pochi giorni, i vescovi cattolici tedeschi decideranno se istituire un organo sinodale permanente a livello nazionale. Questa decisione avrà ripercussioni non solo sul cattolicesimo in Germania, ma anche sull’intera Chiesa cattolica. La posta in gioco è alta. Da un lato, l’esito in Germania avrà un impatto a livello globale, poiché la sinodalità rappresenta l’eredità più significativa che papa Francesco ha lasciato alla Chiesa. D’altra parte, interrompere la prassi sinodale in Germania potrebbe consegnare il papato di Leone XIV alle frange più intransigenti del cattolicesimo. Frange queste che si sentono rappresentate dal nuovo autoritarismo politico che vuole abbandonare la democrazia liberale e i suoi principi fondamentali (English version, here).

La sinodalità raccoglie le Chiese così come esse sono, con la loro storia e con le storie della fede che le innestano nel vissuto quotidiano delle nostre società umane. Ne raccoglie pratiche assodate, potenzialità inespresse e anche i limiti che caratterizzano ogni comunità cristiana quando vive veramente ancorata al mondo amato da Dio.

Raccoglie persone, comunità, Chiese, per inserirle in un processo di apprendimento, in primo luogo, e poi di discernimento in vista della configurazione della Chiesa che verrà. Perché la Chiesa, per essere fedele al Vangelo nei giorni della vita del mondo, deve essere aperta al futuro del tempo di Dio.

La destinazione della Chiesa è la sensibilità alle indicazioni dello Spirito, che dicono a essa e alla fede le inaudite localizzazioni del Dio di Gesù nell’oggi della storia umana. Si potrebbe dire che la sinodalità è il lento e paziente praticantato delle comunità cristiane, di ogni discepola e discepolo del Signore, alla sempre nuova acquisizione di questa fine sensibilità per l’operatività dello Spirito, per il suo incessante rilancio del Vangelo in modi e luoghi che non ci saremmo mai immaginati.

La sinodalità non ci conferma nel già noto, nella realizzazione delle nostre personali aspirazioni, ma ci ingiunge di avere il coraggio di lasciarci sorprendere dal desiderio di Dio – non per la Chiesa in primo luogo, ma per il mondo e l’umanità che lo abita. Perché la Chiesa non esiste per sequestrare Dio dentro le mura del suo vivere associato, ma per confermare il mondo e ogni essere umano sul desiderio di Dio: la lieta e riuscita destinazione di ogni esistenza umana e degli ambienti in cui essa si è dipanata.

L’ingiunzione della sinodalità è trinitaria e generatrice: mai senza l’altro, come direbbe Michel de Certeau. Perché solo la diversità dell’altro, ascoltato e riconosciuto, è in grado di mettere alla prova la qualità evangelica delle persuasioni più profonde della mia fede – per dare forma, insieme, a una sensibilità che ci accomuna nel seguire le divagazioni dello Spirito che porta a spasso nella storia il desiderio di Dio per il mondo e l’umanità.

La sinodalità non omologa, ma onora la differenza delle sensibilità della fede; non disperde, ma indirizza verso un orizzonte comune e aperto, quello del futuro del tempo di Dio, lo sforzo di ogni credente verso una fedeltà al Vangelo nella molteplicità delle storie e dei contesti in cui aspira a essere apprezzato per quello che è: la lieta notizia del desiderio di Dio.

Come tutto è incominciato

È passato abbastanza tempo dai primi passi ecclesiali nell’ignoto della sinodalità per raccogliere alcune suggestioni. Insieme a quella australiana, la Chiesa tedesca è stata una delle prime a percorrere questa strada e si trova ora davanti a un delicato passaggio in merito alla forma con cui proseguire, a livello nazionale, negli esercizi di apprendimento della sinodalità – che, come dicevamo, raccoglie le Chiese locali come la loro storia le ha disegnate nel tempo.

Di conseguenza, la sinodalità si attiva in maniera diversa a livello locale proprio perché è anche recezione di quello che una Chiesa è stata fino a quel punto. Questo ci permette di comprendere meglio i due modi diversi in cui la Chiesa australiana e quella tedesca si sono messe lungo questa via – che è un po’ come quella percorsa dai due discepoli dopo la morte di Gesù tra Gerusalemme ed Emmaus.

La Chiesa australiana ha optato per un modello che potremmo chiamare di rappresentazione del cattolicesimo locale, tessendo costantemente il filo tra le comunità locali, le parrocchie e le varie associazioni, e il lavoro della assemblea sinodale generale. Questa scelta ha favorito sicuramente un’ampia diffusione dello stile sinodale, lasciando aperta però l’incognita dell’efficacia formale dello stesso processo sinodale.

Diversa è la storia della Chiesa cattolica tedesca e, quindi, diverso è anche il modello sinodale adottato da essa – che ha assunto più la forma della rappresentanza istituita del cattolicesimo d’oltre alpe (con i due soggetti maggiori nella Conferenza episcopale tedesca e nel Zentralkomitee der deutschen Katholiken). Questo ha dato un alto livello di autorevolezza all’assemblea del Cammino sinodale, lasciando in parte scoperta la ricaduta del processo a livello di comunità cristiane e Chiese locali tedesche.

Nonostante questa differenze, ciò che accomuna profondamente questi avvii della sinodalità in Australia e Germania è il fatto che entrambe le Chiese hanno trovato in questa forma del convenire-insieme la risposta più adeguata per far fronte alle drammatiche responsabilità che esse avevano per ciò che concerne le violenze e abusi sessuali avvenute al loro interno nei decenni precedenti.

Come se la sinodalità fosse apparsa essere, a due Chiese che stanno agli antipodi l’una dell’altra, il “comandamento” di Dio per mettere mano a quella violenza del potere ecclesiale che rappresenta una vero e proprio peccato strutturale della Chiesa cattolica (e un grave reato a livello di giustizia civile).

Il tempo della illusione di innocenza si è oramai sbriciolato davanti all’evidenza dei fatti, che hanno mostrato e continuano a mostrare come la violenza del potere strutturale e gli abusi sessuali e spirituali non siano fenomeni circoscritti, ma chiamino in causa la Chiesa cattolica nella sua globalità (e quindi ogni Chiesa locale).

Davanti a questa drammatica evidenza oggi la Chiesa tutta, e ogni credente insieme con lei, dovrebbe essere grata ai cattolici e alle cattoliche australiane e tedesche per la schiettezza e onestà della fede con cui si sono assunte le responsabilità della storia delle loro comunità ecclesiali – e per aver iniziato a muovere per prime, nel cattolicesimo occidentale, i passi di danza sulle note sconosciute della musica sinodale.

Queste Chiese ci hanno dato l’abbrivio negli esercizi di sinodalità a cui dovremmo corrispondere con la consapevolezza che, in materia, siamo tutti apprendisti e nessuno maestro. Il percorso sinodale australiano si è formalmente concluso a livello nazionale, mentre quello tedesco ha deciso di darsi una forma stabile del convenire del cattolicesimo del paese. Come tutti i momenti di passaggio, soprattutto quelli che mirano alla stabilizzazione di una pratica, quello che sta attraversando ora la Chiesa cattolica tedesca è carico sia di potenzialità sia di criticità. Per meglio comprendere il momento presente di questa Chiesa, può essere utile ripercorrere alcune tappe del cammino che l’ha portata a questo passo della sua storia sinodale.

Cronologia sinodale tedesca

2018: nel corso dell’assemblea plenaria autunnale della Conferenza episcopale viene presentato il cosidetto MHG-Studie sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa tedesca, che mette a nudo la struttura sistemica che li ha resi possibili e la dinamica di occultamento che rendeva invisibili le vittime alle gerarchie ecclesiastiche.

2019: i vescovi tedeschi si ritrovano per la prima volta dopo la pubblicazione dello Studio e, nel corso della plenaria di primavera, decidono di avviare il Cammino sinodale della Chiesa locale. Il focus viene posto sulle strutture interne della Chiesa stessa, individuando quattro aree principali: il potere e la divisione dei poteri nella Chiesa; questioni di morale sessuale; la forma di vita del ministero ordinato; le donne e i ministeri della Chiesa.

Per ogni area viene istituito un gruppo di lavoro che redige un testo base da cui partiranno poi i lavori veri e propri dell’Assemblea sinodale, che si raduna per la prima volta nel dicembre del 2019 lungo un arco di tempo originariamente previsto per i due anni successivi.

Nel giugno del 2019, papa Francesco invia una lettera ai cattolici tedeschi in cui chiede apertura all’azione dello Spirito; il coraggio del discernimento; la libertà gioiosa che viene dal sapere che tutti siamo condotti da una Parola che ci anticipa sempre e circola ben oltre ogni nostra abilità; una sensibilità credente ad agire in quanto comunità discepolare – l’arte di declinare armonicamente il noi del corpo ecclesiale con l’io della confessione di fede.

2020: la pandemia rallenta i lavori e la possibilità di scambi e incontri diretti. Una delle quattro previste assemblee sinodali plenarie deve essere svolta online – questo spingerà poi la Presidenza del Cammino sinodale tedesco, nel dicembre del 2021, a prolungare il processo fino alla primavera del 2023. Nel frattempo iniziano anche i lavori di preparazione in vista del Sinodo della Chiesa cattolica, sotto la guida di papa Francesco, sul tema della sinodalità (2021-2023).

2022-2023: più il Cammino sinodale tedesco si avvicina alle sue fasi finali, e più – volente o nolente – esso si interseca con le vicende del Sinodo della Chiesa universale, più diventa in vario modo materia conflittuale (sia in Germania che a livello mondiale). È soprattutto il ceto conservatore del cattolicesimo occidentale a farne un bersaglio, con critiche anche scomposte e poco eleganti (come alcuni interventi dei vescovi polacchi e lettere ispirate dal cattolicesimo americano anti Francesco che riescono a coinvolgere alcuni vescovi dell’Africa e dell’Asia).

Dietro questi attacchi al Cammino sinodale della Chiesa tedesca si nasconde, di fatto, una strategia che tende a indebolire la svolta sinodale voluta da Francesco per l’intera Chiesa cattolica. Una congiuntura, questa, che investe oggi gli esercizi di sinodalità del cattolicesimo tedesco di una responsabilità che va ben oltre le questioni di casa, espandendosi verso la Chiesa cattolica nella sua globalità.

Questa responsabilità chiede, in questo momento in cui si va decidendo come stabilizzare la sinodalità in Germania, a questo cattolicesimo (istituzioni e associazioni, comunità, parrocchie, vescovi) di pensare e agire oltre se stesso – affinché la sinodalità possa continuare a essere una possibilità della Chiesa che verrà.

2023: con la quinta sessione dell’Assemblea sinodale tedesca (marzo 2023) non si approva solo la versione finale dei documenti inerenti le aree tematiche su cui ha lavorato il Cammino sinodale della Chiesa tedesca, ma viene anche deciso di creare una istanza sinodale permanente a livello nazionale.

Trattandosi di qualcosa di nuovo, si crea un gruppo di lavoro (il cosiddetto Synodaler Ausschuss) a cui spetta il compito di elaborare le linee fondamentali di un contesto di sinodalità permanente per la Chiesa tedesca a livello nazionale. Già prima di questa tappa alcuni dicasteri della Curia romana avevano espresso dubbi e preoccupazioni in merito agli esiti possibili del Cammino sinodale tedesco, espressi in maniera diretta ai vescovi in un incontro interdicasteriale (Segreteria di Stato, card. Parolin; dottrina della fede, card. Ladaria; vescovi, card. Oullet) in occasione della loro visita ad limina nel novembre del 2022.

Al di là dei toni ineleganti usati da qualche rappresentante della Santa Sede e delle riserve avanzate, alcune delle quali erano più frutto dell’aver usato come fonte il sistema mediatico avverso alla sinodalità nella Chiesa cattolica più che i documenti del Cammino sinodale tedesco, questo incontro ha rappresentato l’inizio di un confronto aperto e diretto tra la Curia Vaticana e la Chiesa tedesca (con il coinvolgimento non solo dei vescovi ma anche di membri del Cammino sinodale).

2023-2025: al Synodaler Ausschuss appartengono di diritto i 27 vescovi diocesani (quattro dei quali hanno scelto di non partecipare in quanto ritengono che questo gruppo di lavoro non corrisponda ai dettami del Codice di diritto canonico e della dottrina cattolica – il vescovo di Colonia, card. Woelki; il vescovo di Regensburg, mons. Vorderholzer; il vescovo di Eichstätt, mons. Hanke ora emerito; e il vescovo di Passau, mons. Oster), 27 memebri del ZdK e 20 rappresentanti dell’Assemblea sinodale.

Tra i suoi compiti sono previsti tra l’altro: un approfondimento del significato della sinodalità per la Chiesa cattolica, mediante la recezione del processo sinodale a livello di Chiesa globale; una verifica sulla implementazione delle decisioni prese in Assemblea sinodale; l’integrazione nel cammino della Chiesa tedesca dei testi e degli orientamenti su cui non è stato possibile deliberare per mancanza di tempo; l’individuazione di un’istanza sinodale permanente per le questioni che coinvolgono tutte le diocesi, questo seguendo gli spazi consentiti dall’attuale Codice di diritto canonico.

Gli esiti dei lavori del Synodaler Ausschuss vengono presentati nell’ultima plenaria dell’Assemblea sinodale del Cammino tedesco cche si è tenuta a Stuttgart a fine gennaio del 2026.

Intermezzo: un tedesco a Roma e la fine dell’affetto anti-romano

La forza inedita della sinodalità è quella di essere una pratica, che non può e non deve essere codificata – la apprendi e la comprendi solo esercitandola. Ma è una forza fragile, che non si impone: nel momento in cui, per controllarla, si volesse distillare in laboratorio una sua forma universale questo andrebbe a scapito della sua efficacia nell’universalità della Chiesa cattolica.

Immaginare un modello centralizzato di sinodalità, deciso dal magistero della Chiesa, da applicare ovunque significa già essere fuori dalla sinodalità. È così che si deve guardare all’esperienza pratica delle due sessioni del Sinodo sulla sinodalità della Chiesa cattolica – il grande lascito che Francesco ha consegnato alla nostra responsabilità della fede per il mondo.

Imbastire i nessi fra questa esperienza e la forma sinodale che ogni Chiesa locale genererà dal suo essere convocata dallo Spirito (convocazione a cui è chiamato anche il vescovo che la guida) è il compito a lungo termine che spetta a ogni comunità credente sparsa nel mondo amato da Dio.

Certo, questo sarà possibile se ogni Chiesa locale saprà guardare oltre i propri confini e la propria storia, da un lato, e se la Curia romana insieme al papa saranno capaci di assecondare le movenze dello Spirito nelle molte sensibilità della fede, dall’altro.

Ma anche qui, siamo tutti in condizione di apprendisti – questo chiede tempo, lungimiranza, ma anche spazi per sbagliare senza considerarlo né un fatto drammatico né un decadimento dall’ortodossia del Vangelo. Chi ha partecipato alle due assemblee sinodali della Chiesa universale ha potuto toccare tutto questo con mano. Detta in una battuta: la scoperta della fede dell’altro come qualcosa di irrinunciabile anche quando non è sintonica alle persuasioni più profonde del mio credere; e la sorpresa della inesauribile fantasia del Vangelo nel disegnare vissuti credenti ovunque esso giunge (tante volte senza neanche che noi ce ne accorgiamo).

Gli esercizi di sinodalità dovrebbero generare non solo una fede, ma anche un magistero, meno arrogante e meno sicura di essere certamente nel giusto – quello voluto da Dio, ora in questo momento della storia.

Le due occasioni del convenire delle fedi e delle Chiese a Roma hanno fatto entrare quelli che vi hanno partecipato in un territorio nuovo e ignoto del cattolicesimo – offrendo anche l’occasione di scoprire l’altro al di là degli stereotipi e delle reciproche distanze o differenze di visione sull’avvenire della comunità ecclesiale. Un’esperienza, questa, che ha lasciato il suo segno in molti e molte delle sinodali provenienti dalla Germania.

È stata un’occasione per sentire e vivere la Chiesa di Roma non come una centrale di controllo globale, ma piuttosto come l’adunanza dello Spirito della multiformità del credere cattolico. Sciogliendo così antichi preconcetti che allontanvano – molte volte solo perché non si era mai incontrato e ascoltato l’altro. Si è aperta così la possibilità di uscire dall’ombra lunga di quell’affetto anti-romano con cui von Balthasar aveva marchiato a lettere di fuoco il cattolicesimo tedesco (non senza qualche buona ragione e con qualche esagerazione di troppo).

Quando ci si incontra sinodalmente, ascoltandosi reciprocamente, parlandosi come compagni di via e non come acerrimi nemici, ci si libera – in Germania e in Vaticano – dall’essere oggetti della narrazione fatta da un altro, per diventare soggetti protagonisti di un racconto scritto a quattro mani.

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Quindi, cosa è successo nell’ultima plenaria dell’Assemblea sinodale della Chiesa tedesca a Stoccarda solo qualche settimana fa, quando il Synodaler Ausschuss ha presentato il lavoro svolto, insieme agli statuti della forma stabile di sinodalità sovra-diocesana in Germania e alle sue procedure formali?

I titoli della Frankfurter Allgemeine sono stati impietosi: “Synodaler Irrweg” (la traduzione italiana, che potrebbe essere più o meno “deragliamento sinodale”, non rende onore alla perfidia del gioco di parole); “Profonda frustrazione”; “Delusione”… sicuramente non è andata bene, mettendo in pericolo una significativa prosecuzione della sinodalità in Germania – con tutte le ripercussioni che un suo eventuale deragliamento potrebbe avere a livello di Chiesa universale.

Qui non è questione di contenuti (si trattava di testi fondamentalmente giuridici, calibrati da ripetuti incontri tra una rappresentanza del Synodaler Ausschuss e i dicasteri romani), ma di atmosfera si potrebbe dire. Nessuno è tornato a casa contento, tutti erano delusi a prescindere, come se improvvisamente ci si fosse ritrovati al punto di partenza – che si credeva di essersi lasciato alle spalle.

Cosa è successo, allora? Si potrebbe leggere l’ultima plenaria dell’Assemblea sinodale tedesca in chiave psicologica – come la messa in scena di uno psicodramma. Interventi emotivi, linguaggio veemente, finanche i corpi esprimevano una scompostezza di fondo. Ma quello che è successo ha veramente a che fare con tutto questo? Con il fatto che il Vaticano continua non solo a ritenere il ministero del prete una esclusiva maschile, ma mostra anche il braccino corto sulla questione di un diaconato di donne e di uomini?

Credo che a questa lettura offerta dai media, che in fin dei conti è la rappresentazione di uno scontro di potere sostitutivo (laici al posto di vescovi e preti, donne al posto di uomini, e così via) condotta da lobby in competizione fra loro, si potrebbe cercare di offrirne una alternativa. Dunque, cosa è successo?

Il gruppo di lavoro del Synodaler Ausschuss, di cui alcuni membri avevano partecipato a Roma alle due assemblee del Sinodo della Chiesa universale sulla sinodalità, sono stati colti di sorpresa, tutto si aspettavano tranne che un evento assembleare che si è svolto come se la sinodalità non fosse mai stata. Come se ci fosse una discrepanza emotiva e spirituale tra chi è andato avanti a praticare l’esigente esercizio della sinodalità e chi, per due anni almeno, è stato alla finestra a guardare e ad attendere gli esiti.

Forse sta proprio qui la chiave di lettura più adeguata, che può aiutare certo la Chiesa tedesca a uscire dalle secche in cui si trova ora – ma serve anche a tutti noi (magari semplicemente più cinici, oppure che non abbiamo ancora raschiato il fondo del barile della speranza di una Chiesa più prossima al desiderio di Dio).

La sinodalità può essere solo praticata e non guardata dall’esterno in attesa che funzioni assecondando quelle che sono le proprie aspettative personali. Queste ultime devono scendere nella dinamica sinodale, parteciparvi in maniera più prossima possibile, non solo per poterne comprendere gli esiti ma anche per sentirli propri – anche quando chiedono il prezzo di uno scarto da quelle che sono le nostre personali attese.

L’impasse di Stoccarda trova qui non solo le sue ragioni, ma anche le sue radici profonde. Questo dovrebbe servire da monito alla Chiesa tedesca per ciò che concerne il modo di dare forma a una sua istanza sinodale sovra-diocesana permanente (la Synodalkonferenz, di cui gli statuti dovranno essere approvati, a maggioranza semplice, nel corso della prossima assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca che si terrà a Wuerzburg a partire da lunedì 23 febbraio. Votazione che verrà preceduta dalla elezione del nuovo presidente della Conferenza episcopale, dato che l’attuale, mons. Baetzing, ha già avvisato da qualche tempo di non avere intenzione di ricandidarsi).

Cosa può apprendere il desiderio di sinodalità della Chiesa tedesca dalla chiusura “deludente”, come l’ha definitia la FAZ, dell’ultima Assemblea sinodale di Stoccarda?

Apprendere dalle difficoltà e dagli errori

Un primo aspetto importante è che, per funzionare, la sinodalità non può basarsi unicamente su criteri di rappresentanza di realtà formalmente istituite (come sono la Conferenza episcopale o il ZdK), ma deve diventare uno spazio che aduna le rappresentazioni quotidiane del cattolicesimo tedesco.

Un secondo aspetto riguarda il raccordo tra l’istanza sinodale sovra-diocesana e i processi sinodali in atto nelle diocesi (raccordo attualmente debole, se non addirittura mancante). In fin dei conti, la Synodalkonferenz è pensata come qualcosa che “sta sopra” in senso sostanzialmente gerarchico. E gran parte del Cammino sinodale tedesco, imperniato sulla rappresentanza, è volato sopra le teste delle comunità cristiane locali senza intercettarne veramente le sue molteplici rappresentazioni.

Per divenire effettivamente sinodale, questa Conferenza sinodale sovra-diocesana dovrà pian piano capovolgere la sua forma mentis e il suo modus operandi: non un’istanza al di sopra dei processi sinodali in atto nelle Chiese locali tedesche, ma il luogo della loro confluenza e incontro – cosicché la rappresentazione reale del cattolicesimo di cui essi sono portatori possa diventare il perno di una partecipazione diffusa e sentita anche sul piano nazionale (interdicendo in questo modo la posizione comoda dello “spettatore” che apprezza gli esiti sinodali solo nella misura in cui soddisfano le sue attese).

Infine, si tratta di fare chiarezza su un’ambiguità di fondo che accompagna l’avviamento del processo sinodale nella Chiesa cattolica – non solo in Germania. La sinodalità non è una contrattazione per la redistribuzione del potere e delle sue logiche, ma l’occasione per rendere operativo un esercizio di potere condiviso che sia all’altezza di quella giustizia che Dio desidera essere la norma ultima delle relazioni umane nel mondo – e ancora di più nella comunità di coloro che sono alla sequela di Gesù e vengono introdotti alla sua intimità con il desiderio di Dio.

Su questa ambiguità molti hanno giocato, anche in maniera perversa e poco evangelica; altri, invece, sembrano semplicemente non accorgersi di continuare ad aspirare a una Chiesa comunque gerarchica dove il potere è strumento di violenza (magari gentile) e non forza trasformativa per rendere giustizia al desiderio di Dio di una comunità sempre più prossima al tempo in cui “spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci” (Is 2,4).

Uno sguardo sul futuro prossimo

Fra pochi giorni i vescovi tedeschi dovranno prendere delle decisioni importanti per ciò che riguarda la Chiesa cattolica in Germania: eleggere un nuovo presidente della Conferenza episcopale e approvare o meno (a maggioranza semplice) gli statuti della Synodalkonferenz.

Scelte, queste, che troverebbero giovamento e sostegno in una sinodalità effettiva tra i vescovi tedeschi; ma che, al momento, sembra essere ancora un sogno là da venire. Le tensioni e le propensioni per un uso di politica ecclesiastica di queste due decisioni da prendere sono ancora il motore che muove non solo la Chiesa locale tedesca.

Nel frattempo, sul sito del Cammino sinodale, sono stati pubblicati gli statuti della Synodalkonferenz. L’aspirazione di questa istanza sinodale stabile a livello sovra-diocesano va sicuramente apprezzata: “Per il rafforzamento della sinodalità e recependo il Sinodo dei vescovi, il cui documento finale è parte del magistero ordinario, e le indicazioni della Segreteria generale del Sinodo contenute nella lettera inviata il 15 marzo 2025 ai presidenti delle conferenze episcopali, si dà nella Chiesa cattolica in Germania la Conferenza sinodale come gruppo sinodale in cui i vescovi e altri fedeli, secondo la loro comune dignità battesimale e la loro specifica vocazione, si riuniscono insieme in consiglio e prendono decisioni per corrispondere al compito missionario della Chiesa. La Conferenza sinodale tiene conto dell’ordinamento costitutivo della Chiesa e garantisce i diritti dei vescovi diocesani e della Conferenza episcopale – così come delle procedure e delle commissioni diocesane” (Art. 1).

Più problematico appare invece il “come” si attua questa stabilizzazione della sinodalità nella Chiesa tedesca a livello nazionale – ossia attraverso quella che sembrerebbe essere una quasi completa istituzionalizzazione e giuridicizzazione della sinodalità stessa.

Quale ordinamento giuridico per la sinodalità?

E qui la domanda è lecita se il diritto positivo, unito a un inquadramento prettamente istituzionale in senso classico, siano gli strumenti adeguati per stabilizzare la sinodalità – che è nella sua essenza un pratica mediante la quale il corpo sociale della comunità ecclesiale si organizza e ordina nella sua convivenza.

La riduzione del diritto a essere quasi esclusivamente diritto positivo – emanato da una istanza (di potere) che, in qualche modo, sta al di sopra e al di fuori del corpo sociale – è un fenomeno giuridico tipico della modernità. Ma non è l’unico modo possibile di pensare l’ordinamento giuridico stesso. Ritornando alla genesi del diritto, prima agli inizi del XX secolo con Santi Romano e poi nella sua seconda metà con Paolo Grossi, la giurisprudenza italiana ha liberato il diritto dall’essere uno strumento del potere costituito per riconsegnarlo al suo essere un fatto sociale: l’ordinamento giuridico trova la sua origine, secondo questa linea di pensiero, nel corpo sociale stesso che si organizza e si ordina nella sua attiva e dinamica esistenza.

È questa accezione dell’ordinamento giuridico, e non quella che lo fa da ultimo coincidere esclusivamente con il diritto positivo emanato dal potere sovrano, quella che più si addice alla sinodalità come pratica del corpo sociale ecclesiale – ed è proprio secondo questa accezione che si apre lo spazio, anche secondo il diritto, per non positivizzare la sinodalità.

Esattamente perché essa non è un atto del potere ecclesiastico ma il fatto sociale del convenire, su convocazione dello Spirito, della comunità ecclesiale nella molteplicità delle sue localizzazioni nel mondo. Solo se non imbrigliata nelle maglie del diritto positivo, come tendenzialmente sembrano fare anche gli statuti della Conferenza sinodale tedesca, la sinodalità potrà essere stabilizzata esattamente come pratica sociale del corpo ecclesiale che va ordinandosi contestualmente a livello locale.

La sinodalità così intesa non è a-giuridica, per il semplice fatto di sfuggire alla legge positiva; ma va disegnando da sé il proprio ordinamento giuridico, che le consente di essere quello che deve essere: ossia non un atto di potere superiore, ma un fatto sociale che si ordina riconoscendo una regola di convivenza condivisa da tutti.

Ed è così che la sinodalità può rimanere nella sua buona alterità rispetto all’istituzione ecclesiale, come fatto sociale del suo essere comunità che si organizza e ordina secondo la pratica sinodale. Di questa alterità, che è quella della forza istituente, la Chiesa cattolica come istituzione della fede non solo ha urgentemente bisogno per ragioni di congiuntura storica, ma anche e soprattutto per ragioni di fedeltà al Vangelo e alla comunità immaginata da Gesù che esso attesta.

Se l’ordinamento giuridico proprio della sinodalità non è quello del diritto positivo così come esso si è sviluppato nella modernità occidentale, ossia non può essere inquadrata giuridicamente in maniera adeguata in quella espressione totale del diritto moderno che è il codice, risulta chiaro che se la Chiesa cattolica vuole ordinarsi secondo la pratica sinodale allora serve molto più e altro da un semplice adattamento del Codice di diritto canonico alla sinodalità stessa.

Se la sinodalità è una pratica che deve rimanere tale per poter essere, e se poi il suo senso è quello di essere forza istituente del corpo sociale della comunità ecclesiale cattolica anche in quanto istituzione, allora all’interno dell’ordinamento giuridico come fatto sociale si dovrà individuare qual è la forma del diritto, che scaturisce dalla stessa sinodalità praticata, che le consente di essere quello che deve essere. È molto probabile che questa forma sia quella “costituzionale” così come essa si è venuta declinando nella seconda metà del XX secolo.

La cultura giuridica tedesca è familiare con una simile visione del costituzionalismo e la Chiesa cattolica in Germania potrebbe iniziare a interloquire con essa per elaborare quell’ordinamento che più si addice alla sinodalità in termini di diritto. In questo modo la Synodalkonferenz potrebbe diventare anche un grande laboratorio, a favore di tutta la Chiesa cattolica, per riaprire un confronto giuridico-teologico su quell’idea della Lex fundamentalis ecclesiae che troppo presto venne accantonata dopo il Vaticano II.

Dal punto di vista della storia delle idee, quelli erano gli anni più adatti per portare a compimento una simile impresa – e avervi rinunciato ha di fatto spalancato le porte al Codice di diritto canonico attuale che risolve tutto l’ordinamento giuridico della Chiesa cattolica nel diritto positivo quale atto del potere sovrano. Oggi, è oramai evidente l’impossibilità per un tale ordinamento di fare spazio alla sinodalità come forza istituente di quel corpo sociale che chiamiamo Chiesa cattolica.

Non si tratta quindi di ritoccare qua e là qualche articolo del Codice e nemmeno di scriverne uno nuovo (per quanto questo possa essere auspicabile); si tratta piuttosto di ripensare da cima a fondo l’ordinamento giuridico della Chiesa stessa, riconoscendo che esso si genera dalla pratica della sinodalità come fatto sociale del corpo ecclesiale dei credenti e delle credenti.

Il paradosso degli attuali statuti della Conferenza sinodale tedesca è quello di avere una concezione del diritto positivo che è molto più vicina alla mentalità della Curia romana anziché a quella della Repubblica di Weimar. Ma è proprio raccogliendo questo pezzo di storia giuridica del paese, come chiede la stessa prassi sinodale, che la Chiesa tedesca potrebbe scrivere un pezzo della sua storia a venire come pagina della Chiesa cattolica universale che verrà.

Questa è probabilmente la prossimità più alta al Vangelo del Regno della frase posta ad esergo degli statuti della Synodalkonferenz nel loro Preambolo: “La Chiesa cattolica in Germania fa suoi con gratitudine gli impulsi dell’Assemblea plenaria del Sinodo dei vescovi Per una Chiesa sinodale. Comunione – Partecipazione – Missione (2021-2024) – e nella sua luce va avanti con rinnovata speranza e nuove forme lungo il Cammino sinodale che essa ha iniziato a percorrere nel 2019”.

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Un commento

  1. Adelmo li Cauzi 18 febbraio 2026

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