Dieci catechesi sulla sinodalità

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sinodalità

Il 4 marzo scorso è stato presentato a Roma (presso la Sala Marconi della Radio Vaticana) l’ultima fatica editoriale del card. Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio consiglio per i testi legislativi. Il titolo Chiesa sinodale in cammino si specifica in: il Documento finale del sinodo dei vescovi 2023-2024. Una rilettura pastorale (LEV, Roma 2025). L’agile libretto non è solo una rilettura del Documento finale ma, nei suoi dieci brevi capitoli, si presenta come un’essenziale catechesi alla comprensione e all’attualizzazione delle strutture di sinodalità nelle parrocchie. Riprendiamo qui l’intervento di mons. Piero Coda, segretario generale della Commissione teologica internazionale, alla presentazione del volume.

Nel volumetto di cui ci fa dono, il card. Francesco Coccopalmerio ci offre al momento giusto, col rigore, la passione e la parresia che lo contraddistinguono, una «rilettura pastorale» del Documento finale (DF) dell’ultima assemblea del sinodo dei vescovi. Un contributo prezioso: che guarda al concreto della vita delle nostre comunità ecclesiali (in particolare alle parrocchie) e, al tempo stesso, guarda lontano. Perché guarda, nel profondo, alla posta che è in gioco nel processo sinodale, in quanto esso costituisce – così il DF – «un atto di ulteriore recezione del Concilio Vaticano II, [che] ne prolunga l’ispirazione e ne rilancia per il mondo di oggi la forza profetica» (n. 5).

Del resto – non bisogna dimenticarlo – il processo sinodale non è terminato con la pubblicazione del DF (lo scorso 24 ottobre 2024): che in questo momento è oggetto di studio e d’implementazione nelle Chiese locali, dopo la fase consultiva e celebrativa i cui frutti sono stati vagliati e proposti in esso.

Dentro la terza fase del sinodo

Ci troviamo così in pieno svolgimento della terza fase prevista dalla costituzione apostolica Episcopalis communio sul sinodo dei vescovi (2018): la fase di recezione e attuazione nei diversi contesti ecclesiali, che confluirà in un’assemblea sinodale a Roma, nell’autunno del 2028, per uno scambio di doni e un discernimento di quanto sarà emerso in questa terza fase.

Il cantiere, dunque, è aperto. Papa Leone lo ha ribadito all’apertura dell’anno pastorale nella diocesi di Roma, lo scorso 19 settembre: «Attraverso il processo sinodale lo Spirito ha suscitato la speranza di un rinnovamento ecclesiale, in grado di rivitalizzare le comunità, così che crescano nello stile evangelico, nella vicinanza a Dio e nella presenza di servizio e testimonianza del mondo».

Ma veniamo al nostro libro. Che parte da una presa d’atto di non piccola rilevanza. Disponendo la pubblicazione del DF, votato e approvato dall’assemblea sinodale – ha precisato papa Francesco nella Nota di accompagnamento – «anch’io l’ho approvato […] unendomi al “noi” dell’assemblea che, attraverso il documento finale, si rivolge al santo popolo fedele di Dio». Una formula chiara e impegnativa.

Richiamando la prassi della Chiesa delle origini, attestata in modo paradigmatico e generativo negli Atti degli Apostoli al capitolo 15 («È parso bene, allo Spirito Santo e a noi», si legge al versetto 28), con questa formula il sinodo dei vescovi – cito il DF – è riconosciuto e promosso, nella configurazione che ha assunto con la sua convocazione e il suo svolgimento, quale «espressione e strumento della relazione costitutiva tra l’intero popolo di Dio, il collegio dei vescovi e il papa… (essi tutti) partecipano infatti a pieno titolo al processo sinodale, ciascuno secondo la propria funzione» (DF 136).

Di qui il contributo più che opportuno che ci viene offerto con questo libro: «rendere accessibile – questo il suo intento – l’importante messaggio del DF», mettendone in rilievo «gli elementi fondamentali».

Sinodalità: precisazioni

Almeno tre, a mio giudizio, sono gli «elementi fondamentali» che il card. Coccopalmerio, in esecuzione di questo assunto, mette in rilievo, ma, allo stesso tempo, precisa come acquisizioni di principio che si sono guadagnate e che invita a declinare a livello pratico, in coerenza con il contenuto e l’intenzionalità del DF: in una logica di recezione ermeneutica, esplicativa e pragmatica che attesta la perizia del canonista, l’esperienza del pastore, l’afflato evangelico del discepolo.

Il primo «elemento fondamentale» concerne il concetto stesso di sinodalità. Un termine che – come sempre succede quando se ne inflaziona l’uso – rischia di ridursi a un slogan privo di realistico contenuto. Esaminando il DF, Coccopalmerio giunge a proporre questo preciso e circostanziato concetto: «Considerata dalla prospettiva dell’attività specifica, la sinodalità ecclesiale è l’attività compiuta da pastori e fedeli nelle strutture di sinodalità ecclesiale e consistente nel radunarsi al fine di dialogare e così di arrivare a discernere qual è il bene della Chiesa e quindi ad assumere la decisione di dare attuazione al bene stesso» (p. 33).

In questa descrizione, la sinodalità è specificata – sul livello fenomenologico del suo prodursi nella vita della Chiesa – come quell’attività in cui i soggetti della comunità ecclesiale (pastori e fedeli), in grazia delle strutture ecclesiali a ciò espressamente deputate, si radunano, dialogano, discernono e decidono a proposito del bene della Chiesa e della sua missione. Ognuno dei verbi presenti in questa descrizione è essenziale.

Questa precisazione concettuale non è però sufficiente. Occorre passare dal livello fenomenologico a quello ontologico, e cioè teologicamente fondativo: agere sequitur esse. Ecco il secondo «elemento fondamentale»: la sinodalità, infatti, descrive con pertinenza il modo di agire che è proprio della Chiesa come soggetto storico perché ne esprime il «mistero», per riprendere il linguaggio della tradizione attualizzato dal Vaticano II: e cioè l’intrinseca identità e missione in Cristo e nello Spirito.

Sentire nello Spirito

È a questo livello – mi sia permessa una nota personale – che si avverte in queste pagine la risonanza profonda e vibrante del «messaggio» generativo che l’assemblea sinodale, attraverso il DF, trasmette al popolo di Dio. Non è un caso che, nel mettere in luce questo elemento, la penna di consueto contenuta ed essenziale dell’autore scelga aggettivi che trasmettono un certo genuino pathos nel qualificare la natura – che è poi… di grazia! – di questo fondamentale elemento teologico: aggettivi come «straordinario» (p. 43), «speciale» (p. 45), «sorprendente» (p. 45), «emozionante» (p. 65)…

Il fatto è che «la sinodalità ecclesiale – si legge – è innanzitutto una «disposizione spirituale, una struttura spirituale, un modus sentiendi e perciò operandi. È un sapere, anzi un sentire, di essere unità nella Chiesa e per tale motivo è un pensare e un operare come unità nei vari settori della vita della Chiesa» (p. 34). Spontaneo il riferimento a quanto attesta, con altrettanto pathos, l’apostolo Paolo: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,26-28).

Il messaggio del DF va colto in primo luogo in questo: in quanto è intenzionalmente rivolto a risvegliare il «sentire», nello Spirito, la coscienza vissuta ed esercitata di ciò che i battezzati sono in quanto Chiesa: e cioè la grazia che la costituisce – la Chiesa –, la vocazione che la plasma, la dinamica di vita che ne anima la missione. Come invitava san Paolo VI nell’Ecclesiam siam, quasi condensando ante litteram il messaggio del Vaticano II: «Pensiamo – scriveva – che sia doveroso oggi per la Chiesa approfondire la coscienza ch’ella deve avere di sé, del tesoro di verità di cui è erede e custode e della missione che deve esercitare nel mondo» (n. 19), la Chiesa «ha bisogno di sentirsi vivere […] ha bisogno di sperimentare Cristo in sé stessa» (n. 27).

Sperimentare Cristo in sé stessa: ecco, l’esercizio della sinodalità conduce la Chiesa a sperimentare Cristo in sé stessa, Cristo che efficacemente è con i suoi discepoli «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (cf. Mt 28,20), per guidarli in ascolto della voce dello Spirito sui sentieri della storia nel servizio di chi cerca la giustizia e anela alla verità. Le pratiche del «discernimento ecclesiale» e della «conversazione nello Spirito», proposte alle Chiese locali dal DF e già sperimentate nell’assemblea sinodale hanno un valore «sacramentale»: in quanto esprimono e storicizzano nella dinamica delle relazioni vissute nella Chiesa per la missione la grazia ricevuta nei Sacramenti.

Attraverso queste pratiche, infatti, la Chiesa si pone comunitariamente in ascolto della voce dello Spirito alla presenza del Signore risorto, e giunge ad assumere le decisioni che s’impegnano a interpretare questa voce e a metterla in atto: «È parso bene allo Spirito Santo e a noi…». L’esercizio della sinodalità, in una parola, fa sì che la Chiesa sperimenti Cristo in sé stessa: essendo la Chiesa – insegna la Lumen gentium – «in Cristo, come il sacramento, e cioè il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 1).

È questo il secondo «elemento fondamentale» messo in rilievo in queste pagine. Non è difficile concluderne che, se questo «elemento» non è adeguatamente recepito e implementato, la grazia, anche «a caro prezzo», che il processo sinodale rappresenta oggi per la Chiesa, risulta inevitabilmente disattesa.

Strutture di sinodalità ecclesiale

Ma non è sufficiente neppure questo secondo elemento, perché il processo cammini: occorre che questa fondamentale presa di coscienza trovi preciso ed effettivo riscontro nella comprensione del significato e nel funzionamento operativo delle «strutture di sinodalità ecclesiale». Ecco il terzo «elemento fondamentale», proponendo il quale il card. Coccopalmerio propone in verità un passo più in là rispetto a ciò che viene registrato nel DF.

La proposta è di transitare dal riconoscimento canonico vigente del valore solamente consultivo delle strutture ecclesiali della sinodalità ecclesiale – una clausola presente nel CJC che il DF chiede, pur con una certa timidezza, di riesaminare – al riconoscimento della loro capacità propriamente deliberativa.

Tale proposta risulta a mio parere pertinente, praticabile e opportuna: a motivo sia della ragione teologica da cui promana, sia della modalità canonica e pastorale in cui concretamente viene configurata.

Il fulcro della proposta consiste infatti nel riconoscimento del significato teologico, e di conseguenza canonico, delle strutture di sinodalità ecclesiale in quanto in esse si fa presente e operante – in forma sacramentale e istituzionalmente apprezzabile – quel «soggetto comunionale» che la Chiesa, nelle sue diverse manifestazioni, è per grazia. Un «soggetto comunionale» in cui vige la radicale uguaglianza, in-Cristo, dei singoli soggetti personali che lo compongono, in quanto abilitati e chiamati a esercitare in solido quella che Coccopalmerio definisce la «potestà del sacramento del battesimo»; e che, al tempo stesso, si articola in modo conforme alla natura misterica e sacramentale propria della Chiesa, grazie all’esercizio specifico del ministero di presidenza cui sono abilitati e chiamati coloro che, tra i battezzati, in virtù del sacramento dell’Ordine, ricevono «la potestà dell’Ordine».

Si tratta – propone Coccopalmerio – di «formulare un nuovo canone, il quale riconosca e affermi chiaramente che è la struttura di sinodalità ecclesiale il soggetto che compie l’atto di volontà di dare attuazione al bene della Chiesa e con ciò affermi che non soltanto il pastore bensì anche i fedeli hanno voto deliberativo» (p. 119). «In effetti – chiarisce – affermare che nelle strutture di sinodalità come soggetto comunionale è solo il pastore che compie l’atto di volontà di dare attuazione al bene della Chiesa, non avrebbe alcun senso, per il semplice motivo che significherebbe contraddire l’essenza stessa del soggetto comunionale in cui ogni componente compie un atto di volontà» (p. 99).

L’impegno richiesto, in definitiva, è duplice: da un lato, maturare la coscienza della soggettualità di tutti i fedeli nel comporre quell’unico e articolato soggetto comunionale che la Chiesa è e che si esprime nelle «strutture di sinodalità ecclesiale»; dall’altro, precisare e normare il dispositivo di deliberazione di tale soggetto secondo una modalità che sia specifica e qualificata espressione dell’ecclesialità in conformità alla sua natura misterica com’è espressa attraverso i sacramenti del battesimo, dell’ordine, e in ultima istanza dell’eucaristia.

Il deliberativo nella Chiesa

Così Coccopalmerio illustra il dispositivo procedurale che, a suo parere, ne deriva: «Nel deliberativo ecclesiale, ogni fedele di un soggetto comunionale deliberante compie un atto di volontà e lo esprime attraverso un voto, si calcola la maggioranza dei voti, ma, a questo punto, perché ci sia in realtà la decisione del soggetto comunionale, non è sufficiente che ci sia la maggioranza dei voti (tale sarebbe il deliberativo civilistico), bensì risulta requisito essenziale che nella maggioranza dei voti sia contenuto il voto concorde del pastore, da lui liberamente espresso (tale è il deliberativo ecclesiale)».1

A mio giudizio, i tempi sono maturi per compiere questo passo: che rappresenta la coerente messa in opera di quella «conversione» non solo personale e relazionale, ma anche pastorale che è propiziata dal processo sinodale nel solco dell’ecclesiologia del Vaticano II. Senza dimenticare ciò di cui ci avvertiva papa Francesco: «Sinodo è ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa nel terzo millennio», non nei prossimi due o tre o dieci anni… Abbiamo a che fare con un cammino a lunga gittata, che chiede perseveranza e pazienza, ma anche lungimiranza e coraggio, determinazione e concretezza.

Affinché maturino e si esprimano, in tutti, questa coscienza e questa figura di Chiesa, occorre impegnarsi in un adeguato ed esigente cammino di formazione, come ampiamente richiesto dall’assemblea sinodale e registrato dal DF. «La formazione alla sinodalità ecclesiale – scrive Coccopalmerio – dovrebbe essere attuata a partire dalla catechesi dell’iniziazione. Come, infatti, la catechesi, anche per i fedeli bambini, indica la capacità, il dovere e il diritto di partecipare alla celebrazione dell’eucaristia in modo speciale alla domenica, così dovrebbe indicare la capacità, il dovere e il diritto di essere soggetti di sinodalità» (p. 76).

Ma una corrispondente formazione, necessariamente, deve riguardare coloro che sono chiamati ad esercitare il ministero ordinato: in conformità al mandato che, a seguito dell’assemblea sinodale, in modo iniziale, è stato dato al «Gruppo 4» per «una verifica della formazione al ministero ordinato e a una revisione della Ratio fundamentalis nella prospettiva della Chiesa sinodale missionaria».


1 F. Coccopalmerio, Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata” o dal consultivo al deliberativo?, LEV, Città del Vaticano 2021, p. 78.

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