
Ieri a New York Gerard O’Connel ed Elisabetta Piqué hanno presentato il loro volume The Election of Pope Leo XIV. The Last Surprise of Pope Francis, Orbis Book (L’elezione di papa Leone XIV. L’ultima sorpresa di papa Francesco). La serata è stata organizzata dal Center on Religion and Culture della Fordham University in collaborazione con America Media – il gruppo editoriale che fa capo all’omonima rivista dei gesuiti statunitensi.
Il libro è costruito come un diario di viaggio – l’unico modo, come ha ricordato O’Connel, per comporre nell’unità di una narrazione tutto il materiale che la coppia di vaticanisti aveva raccolto tra i mesi che avevano preceduto la morte di papa Francesco e quelli immediatamente seguenti all’elezione del primo papa statunitense – il card. Robert Prevost, Leone XIV. Un diario che non è solo la narrazione di un evento ecclesiale a livello globale, ma anche il racconto di un legame profondo che univa Piqué e O’Connel come famiglia a “padre Jorge” − come hanno continuato a chiamarlo anche dopo l’assunzione del ministero petrino del loro amico argentino.
Il sottotitolo indica chiaramente quale sia la chiave di lettura che gli autori hanno scelto per raccontare i giorni che sono passati tra il 21 aprile 2025, giorno della morte di Francesco, e la domenica 18 giugno che conclude il loro racconto: intestare narrativamente l’elezione di Leone XIV a papa Francesco significa dare forma a un immaginario globale che incastona il nuovo papa nel lascito ecclesiale e spirituale del suo predecessore.
La scrittura avvincente, tra ricostruzione della cronaca e memorie esistenziali, giornalismo d’indagine e storie di strade, fa leggere il volume come un giallo intrigante scritto con un tono di affetto che scorre discreto dietro le righe. Un giallo di cui si sa fin dall’inizio la fine, ma i motivi che hanno condotto a essa rimangono come celati dietro le, teoricamente, rigorose procedure di segrete e silenzio che accompagnano un Conclave.
Pian piano, sul filo della narrazione, emergono stralci degli interventi dei cardinali nel corso delle Congregazioni generali; i timori di alcuni e le esigenze di altri; le volate tirate dai media italiani e un lavoro di tessitura discreta che ha portato Prevost a essere il secondo per numero di voti già in occasione della prima votazione.
Ma perché l’ultima sorpresa di Francesco? Si potrebbe forse pensare al fatto che i cardinali elettori erano praticamente quasi tutti frutto del suo pontificato – un modo politico, quindi, per indirizzare la Chiesa dopo di lui (ma questo si potrebbe dire probabilmente di ogni papa). Oppure alla rappresentanza davvero globale dei partecipanti al Conclave, frutto della chiara scelta di Francesco non solo di internazionalizzare la Chiesa cattolica in un suo passaggio cruciale, ma di fare in modo che quest’ultimo fosse davvero rappresentativo della disseminazione della Chiesa nei territori del mondo – anche quelli lontani, marginali, quasi dimenticati. Oppure perché − come ha affermato Piqué rispondendo a una domanda del direttore di America p. Sam Sayer su come le due frazioni a favore di Prevost e di Parolin si sono rapidamente ricomposte convogliando i voti sul primo – questo Conclave è stato anche un esercizio applicativo di quella sinodalità che molti dei partecipanti avevano appreso negli anni precedenti con il processo sinodale della Chiesa cattolica a livello globale voluto da papa Francesco.
Probabilmente, un po’ per tutte queste ragioni. Ma, forse, quello che ha trovato la sintesi più felice per dare ragione di questa “ultima sorpresa di Francesco” è stato il cardinale S. Chow, vescovo di Hong Kong: «Penso che sia estremamente chiaro il fatto che Francesco era un papa pastorale, perché al suo funerale abbiamo potuto vedere che 400000 persone sono venute qui in soli pochi giorni. Dopo la sua morte tutto il mondo, non solo la Chiesa, ha fatto lutto e preso congedo da lui. A quel punto divenne chiaro che non stavamo eleggendo un papa solo per la Chiesa ma anche per il mondo. E potevamo vedere come Francesco ha influenzato il mondo, ha lasciato il segno nel mondo come pastore, un pastore del mondo».
Forse la sorpresa è stata proprio questa: quella di una fedeltà pastorale al Vangelo che ha riposizionato il ministero del papa nel cuore delle vicende odierne del mondo – rendendo chiaro che la cura delle cose del mondo è al tempo stesso aderenza fedele alla missione della Chiesa. Questa è la chiave per leggere il transito da Francesco a Leone come lascito al mondo e alla Chiesa del papa argentino.
Se il papa è (anche) pastore del mondo, allora bisogna che la sua Chiesa lo aiuti e lo accompagni in questo ministero. Comprendendo che oggi ci sono questioni ben più urgenti e decisive delle molte contese che continuano a drenare energie al corpo ecclesiale e all’efficacia storica della fede. Non essendo un gesuita, papa Leone non potrà essere da solo pastore del mondo – ha bisogno che tutta la Chiesa cattolica lo coadiuvi in questo compito da cui dipende il futuro immediato del mondo e, in esso, della Chiesa stessa.






Sono grato a Francesco. Non invidio la difficile posizione di Leone. Continuo a vedere A) la Chiesa cattolica universale immobile sulla dottrina (mentre credo sia urgente essenzializzare il messaggio eliminando tante piccole scorie prive di rilevanza evangelica). B) la Chiesa occidentale largamente incapace di un annuncio efficace. C) la Chiesa italiana troppo timida nell’assumere scelte pastorali incisive, coerenti con il mutato quadro della fede, delle comunità, della società.
La Chiesa Italiana più che altro mangia. Altrimenti non sarebbe italiana e in Italia risulterebbe un miracolo..
La preghiera per i morti mi fa dire: riposino in pace amen. Nel contempo non caricherei di richieste, profezie e pronostici il pontificato attuale per lasciare a Leone XIV la giusta libertà di spirito e di azione: il Signore ce lo ha dato, Egli ce lo conservi. Sia benedetto il nome del Signore.
Commento
L’articolo di Marcello Neri è scritto con eleganza e passione, e offre una lettura coerente dell’elezione di Leone XIV come continuità del progetto di Francesco. Tuttavia, proprio la fluidità narrativa invita a una lettura critica.
Applicando un framework di analisi argomentativa da me elaborato — il PTO 2.0 (Prudenza Tomistica Operativa), noto agli addetti ai lavori come metodo Pirrone — emerge che alcune affermazioni centrali del pezzo non sono falsificabili: la rapidità del conclave, ad esempio, viene letta come “trionfo della sinodalità”, mentre potrebbe riflettere equilibri politici interni, urgenza di stabilità o mediazioni tra fazioni molto diverse. Il dato è reale; l’interpretazione è una scelta.
Sul piano retorico, si osservano alcune figure ricorrenti: la profezia retrospettiva (l’elezione come epilogo inevitabile di un piano già scritto) e la metonimia affettiva (amicizie personali come garanzia di continuità ecclesiale). Non si tratta di disonestà, ma di parzialità consapevole — legittima, a patto di riconoscerla come tale.
La giustizia argomentativa richiede che le posizioni contrarie vengano trattate con equità, non ridotte a “rumore di fondo”. Triangolare con voci diverse — anche critiche — non indebolisce l’analisi: la rafforza.
Nota metodologica — Griglia PTO 2.0 (metodo Pirrone):
Receptio (raccolta fatti): Morte di Francesco (21/4/25), elezione di Prevost (8/5/25); autore: teologo progressista.
Inventio (pilastri narrativi): Leone XIV come lascito di Francesco; rapidità del conclave come trionfo sinodale; resistenze interne ridotte a rumore di fondo.
Iuditium (valutazione critica): la rapidità può avere mille cause — leggerla come “trionfo sinodale” è un salto logico non dimostrato.
Elexio (analisi retorica): metonimia affettiva (amicizie come garanzia di continuità); profezia retrospettiva (epilogo presentato come inevitabile).
Applicatio (lezione pratica): il testo è parziale, non disonesto — occorre triangolare con voci contrarie per una lettura equilibrata.
Connexio (virtù tomistiche): prudenza e temperanza presenti; giustizia argomentativa assente — le posizioni contrarie non vengono trattate equamente.
Un articolo stimolante, dunque, che merita di essere letto insieme ad altre prospettive.
L’analisi di Marcello Neri ha il pregio di trasformare la cronaca dell’elezione di Papa Leone XIV in una categoria teologica raffinata. Leggere il conclave come «sviluppo organico» dell’eredità di Papa Francesco è un’operazione ermeneutica suggestiva: la sinodalità e l’internazionalizzazione del collegio cardinalizio vengono presentate non come semplici dati statistici, ma come i binari di un processo giunto a maturazione. L’immagine del papa come «pastore del mondo» sintetizza efficacemente l’attuale riconfigurazione del ministero petrino.
Proprio questa coerenza narrativa rappresenta, tuttavia, anche il limite dell’analisi. Il rischio è di trasformare una lettura plausibile in un’evidenza quasi deterministica: presentare l’elezione di Prevost come «ultima sorpresa» di Francesco tende infatti a opacizzare la complessità dei reali equilibri interni e le tensioni fisiologiche di ogni conclave, che raramente rispondono a una progettualità così lineare.
Il contributo di Neri è di alta qualità e offre una bussola preziosa per orientarsi nel post-Francesco. La sua tesi «forte» sulla continuità meriterebbe però di essere messa a confronto con prospettive capaci di dare voce anche alle discontinuità e alle frizioni storico-ecclesiali che questo passaggio inevitabilmente comporta.
Vincenza Pirrone
Ci sarà una edizione in Italiano?
Se Francesco è stato tanto amato da tantissimi è perché il Vangelo lo ha vissuto, lo ha incarnato nella sua vita, non si è limitato a predicarlo; ed è lo stesso motivo per cui alcuni “credenti” hanno gioito quando è morto
Papa Francesco pastore del mondo e non dei cattolici. Non di tutti sicuramente.
Non vedo molte sorprese a dire la verità. Ma penso sia comunque il papa che ci voleva sicuramente per la chiesa. Scossa fin dalle fondamenta da Francesco necessitava di un periodo di tranquillità interna mentre il mondo però va a fuoco.