Il discorso del re

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Re Carlo parla al Congresso americano riunito in seduta congiunta (foto LaPresse).

Il discorso del re Carlo al Congresso a Washington è stato un capolavoro di umorismo e retorica britannici. Ha ricevuto applausi e consenso da entrambi i partiti perché si è rivolto al Congresso nel suo insieme.

Allo stesso tempo, è stato un tentativo diplomatico accuratamente orchestrato per ricucire i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, con la religione al centro.

Le nostre tradizioni sono la nostra storia, e la nostra storia è una storia di generazione — ecco perché grava sulle nostre spalle come qualcosa che ci riguarda in prima persona, anche quando è diventata la storia di un’altra nazione. In breve, questo è stato il tema attorno al quale si è articolato il discorso del re d’Inghilterra al Congresso americano: «Questa roccaforte della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano al fine di promuovere i diritti e le libertà sacre».

Ricordando che la storia tra il «Regno Unito e gli Stati Uniti è, nel suo cuore, una storia di riconciliazione, rinnovamento e di una straordinaria collaborazione», re Carlo ha guidato il Congresso in un esercizio di memoria che l’America di oggi sembra accettare solo da quella «madrepatria» dalla quale si è emancipata 250 anni fa con la Dichiarazione d’Indipendenza.

Infatti, i Padri Fondatori «portarono con sé e portarono avanti la grande eredità dell’Illuminismo britannico — così come gli ideali che avevano una storia ancora più profonda nella Common Law inglese e nella Magna Carta».

Il rispetto del diritto costituzionale, ovvero «la certezza di regole stabili e accessibili, e una magistratura indipendente che risolve le controversie e amministra una giustizia imparziale, ha creato le condizioni per secoli di crescita economica senza pari nei nostri due paesi».

Questo costituzionalismo si intreccia con una visione aperta e cosmopolita della fede cristiana nel discorso di re Carlo, in cui ha ricordato di aver dedicato gran parte della sua vita alle relazioni interreligiose e a una maggiore comprensione tra esse. Attraverso questa fede cristiana – ha detto – «sono ispirato dal profondo rispetto che si sviluppa man mano che persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca».

In contrasto con l’attuale nazionalismo cristiano degli Stati Uniti, re Carlo ha offerto l’apertura di un Commonwealth delle religioni, chiamate a lavorare insieme «per impedire che gli aratri si trasformino in spade…».

Il tempo pasquale non è un momento in cui un gruppo trionfa su un altro, ma un momento per incarnare un “ordo amoris” senza limiti di sorta, che unisce le due nazioni nel «dovere di coltivare la compassione, promuovere la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare tutte le persone, di ogni fede e di nessuna».

In questo discorso, re Carlo riprende molti temi proposti da papa Francesco, ripresi poi da Leone XIV: un’alleanza tra le religioni; l’impegno per una pace giusta e duratura; la salvaguardia dell’ambiente; la nostra responsabilità verso le generazioni future; e il riconoscimento del valore sacro del sistema democratico.

Tale vicinanza tra i due capi di Stato cristiani, che sono anche capi delle rispettive Chiese confessionali, potrebbe rappresentare un terreno comune per un possibile sviluppo condiviso dell’impegno diplomatico da parte della Santa Sede e del Regno Unito.

Rappresenta inoltre un’opportunità per l’Unione Europea, chiamata a uscire da quello che sembra essere un vicolo cieco laicista, a riconsiderare le religioni e le Chiese come partner indispensabili nella costruzione di un ordine mondiale più giusto, che corrisponda alla dignità di ogni essere umano – così come si auspicava Jacques Delors negli anni della nascita dell’Unione.

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Un commento

  1. Angela 12 maggio 2026

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