Spagna: lettera aperta al Vescovo di Vitoria

di:
Juan Carlos Elizalde

Il vescovo di Vitoria, mons. Juan Carlos Elizalde

Un gruppo di sacerdoti diocesani di Vitoria (Spagna) prende parola rivolgendosi al proprio vescovo, mons. Juan Carlos Elizalde, per condividere con lui la loro fatica e disillusione e per fargli presente alcune divergenze di visione pastorale particolarmente gravose «che oggi rendono più difficile la comunione» nella diocesi. La lettera, datata 28 aprile 2026, è stata pubblicata dal portale Religion Digital lo scorso 7 maggio 2026 (qui l’originale spagnolo).

Eccellenza Reverendissima,

un gruppo di sacerdoti diocesani, membri del Popolo di Dio (52), si rivolge a Lei, attraverso questa lettera, per farLe conoscere il nostro stato d’animo e alcune divergenze pastorali che gravano pesantemente su una parte significativa del clero e non pochi laici della diocesi di Vitoria. Cerchiamo il bene della nostra Chiesa diocesana.

Facciamo appello a quelle parole con cui siamo stati incoraggiati a partecipare al processo sinodale: «Lo scopo del Sinodo è far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare la fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, far risorgere un’alba di speranza, imparare gli uni dagli altri e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori e dia forza alle mani».

Con questa comunicazione non intendiamo dire tutto né tracciare un bilancio di pro e contro, ma mettere l’accento su quelle questioni che oggi rendono più difficile la comunione. Vogliamo esprimere, in modo diretto, alcune esperienze di malcontento che persistono fino a oggi, affrontandole da una prospettiva personale e pastorale; la dimensione dottrinale riteniamo appartenga a un altro momento.

I. Dimensione personale e relazionale

Una prima esperienza, di carattere personale e affettivo, è la percezione di non sentirci riconosciuti né valorizzati da anni, praticamente fin dal Suo arrivo. È comprensibile che ogni processo richieda tempo e che gli stili relazionali evolvano; tuttavia, a partire da diversi Suoi gesti — omelie, lettere e decisioni riguardanti persone e responsabilità — si è generata una crescente sfiducia che continua ad aumentare.

Senza entrare in esperienze concrete, constatiamo un fatto condiviso: molti sacerdoti e anche laici hanno sperimentato scoraggiamento, incomprensione e perfino irritazione nel rapporto con Lei. La maggior parte di noi condivide l’impressione che Lei gestisca con grande difficoltà il conflitto, le differenze di criterio e le critiche. Non sembra disposto a «dedicare tempo di qualità» a tali divergenze.

Noi pensavamo, fin dall’inizio, che proprio a causa del cambiamento rappresentato dal Suo modo di essere vescovo, il dialogo fosse più necessario che mai; ma Lei ha ritenuto che non vi fosse né tempo né bisogno. Anzi, si è diffusa l’idea che considerasse tale richiesta quasi come un’offesa da parte di un clero piuttosto pigro, poco sacerdotale e senza futuro. Abbiamo spesso avuto la sensazione che Lei ci vedesse come inutili e falliti. Sono parole generali, sostituibili con altre, ma il nodo personale è questo.

II. Dimensione pastorale ed ecclesiale

Sul piano pastorale constatiamo una rilevante differenza di criterio nelle priorità dell’azione evangelizzatrice. Non si tratta soltanto di diversità, ma di un cambiamento di orientamento che ha comportato, di fatto, la sostituzione di stili, accenti e processi precedentemente esistenti, per quanto imperfetti e criticabili.

La nostra diocesi era segnata da una storia complessa, influenzata sia dalle violenze e dai conflitti vissuti nei Paesi Baschi, sia dal processo di secolarizzazione generale delle società moderne. Ciò rendeva difficile attuare in breve tempo un rinnovamento pastorale, tanto meno fondato su vocazioni religiose e presbiteri del luogo. In quel contesto si stavano compiendo passi — lenti ma reali — verso un rinnovamento pastorale, con particolare attenzione allo sviluppo di ministeri laicali, maschili e femminili, impegnati nell’evangelizzazione integrale.

Il Suo arrivo non ha dato continuità a questo processo nascente; al contrario, ha immediatamente promosso con decisione un altro modello pastorale, applicato con convinzione ma senza previo dialogo sulla realtà diocesana. Non si è mai tentato — né Lei lo ha ritenuto necessario — un discernimento condiviso sulla diocesi. Questo ha contribuito ad aumentare la distanza tra le diverse sensibilità e i differenti gruppi diocesani. Comprendiamo, naturalmente, che non tutto possa essere promosso con la stessa intensità in ogni momento, ma la differenza di atteggiamento è stata tale che le conseguenze sono evidenti e deludenti.

In questo contesto desideriamo segnalare alcune mediazioni concrete della vita pastorale della diocesi che, in termini di trasparenza e partecipazione, lasciano molto a desiderare. Ora che si parla tanto di sinodalità, crediamo che essa si fondi sul dialogo evangelico e su un modo di essere Chiesa che consideriamo irrinunciabile. La misericordia di Dio verso di noi, la giustizia e la speranza contro ogni speranza, una spiritualità dagli occhi aperti e una fede fatta vita nella carità, come in Gesù, a partire dagli ultimi, dai poveri e dai piccoli, devono stare al centro del discernimento. A partire da loro per tutti; ma a partire da loro, dalla loro dignità fragile e ignorata.

Ebbene, alcune esperienze riguardanti le principali mediazioni pastorali non sono all’altezza di quanto promesso e ancor meno pensate in chiave sinodale come dialogo evangelico.

Sinodalità indebolita

Vediamo:

  • Una diocesi in cui esistono un Consiglio Episcopale e un Consiglio di Governo.

Alla fine del 2016, ormai più di nove anni fa, ci fu proposta una consultazione per la scelta dei membri del suddetto Consiglio Episcopale, cioè del Vicario Generale e degli altri Vicari. Da allora vi sono stati cambiamenti e sostituzioni… ma sempre secondo il gradimento del Vescovo.

Successivamente è apparso il Consiglio di Governo, formato dai membri del Consiglio Episcopale, da tre laici e da una religiosa. La proposta risulta viziata dal fatto che tutte le persone, vicari e laici, sono state scelte dal Vescovo senza rispettare tempi e modalità di consultazione.

Sarebbe più sinodale una consultazione aperta, affinché si possano proporre al Vescovo le persone che dovrebbero comporre questi Consigli. Di fatto, se la consultazione non è pubblica, il passare del tempo trasforma inevitabilmente questi organismi in Consigli costruiti a misura di chi li sceglie. Tutte le persone, vicari e laici, sono state scelte dal Vescovo senza rispettare i tempi e le modalità della consultazione.

  • Una diocesi in cui esiste un Consiglio Presbiterale.

È difficile che questo Consiglio possa esprimere il pensiero del presbiterio diocesano quando ha sofferto e continua a soffrire l’astensione di una parte significativa dei presbiteri della diocesi. Di fatto, sappiamo che esso finisce per diventare un organismo che ratifica, con scarso dibattito, le scelte del Vescovo.

Il problema viene da lontano, ma oggi si è aggravato. Si afferma che sia rappresentativo dei presbiteri, ma non abbiamo mai saputo quanti abbiano partecipato alla sua elezione né quale sostegno abbiano ottenuto i diversi consiglieri. La trasparenza è molto limitata. Inoltre, quasi la metà dei membri del Consiglio è scelta direttamente dal Vescovo (otto) oppure indirettamente, in quanto membri di diritto perché titolari di incarichi scelti o confermati da lui nelle diverse istanze diocesane (Vicari, Rettori…).

Gli Statuti lo consentono, e ciò è accaduto nel 2022 e si è ripetuto nell’attuale composizione del marzo 2026. In larga misura accadeva anche prima.

Non sono forse troppi i sacerdoti scelti dal Vescovo, il quale per di più li seleziona secondo il medesimo profilo presbiterale e si riserva praticamente l’intero ordine del giorno, tanto più quando vi è da parte sua un sovraccarico di pareri richiesti?

  • Una diocesi in cui esiste un Consiglio Pastorale Diocesano, formato da laici e laiche rappresentanti delle zone, religiosi e religiose, sacerdoti anch’essi rappresentanti delle zone e altre persone che, per il loro incarico, sono membri di diritto.

Si riunisce quattro volte all’anno e gli ordini del giorno vengono comunicati con scarso anticipo, senza possibilità di confrontarsi o preparare adeguatamente la riunione. Sarebbe più sinodale seguire ordini del giorno preparati dalla commissione permanente, nei quali si possano trattare i punti proposti dal Vescovo e altri temi di interesse per la diocesi, oltre a conoscerli con maggiore anticipo.

  • Una diocesi in cui vi sono parrocchie cittadine e rurali affidate a sacerdoti che quasi non si collegano alla realtà locale che hanno trovato. Il modo di imporre i propri criteri passa anzitutto attraverso il Codice di Diritto Canonico.

D’altra parte, nelle parrocchie vi sono persone che partecipavano profondamente alla vita parrocchiale e che hanno sentito di non poter più vivere nello stesso modo ciò che hanno vissuto per tanti anni e che tanto bene ha fatto loro nella fede; sono persone che si sentono escluse da una comunità che hanno sostenuto per molti anni sia nella partecipazione sia economicamente. Persone per le quali la parrocchia di sempre appare ormai lontana ed estranea. Si sentono espulse e sono le grandi vittime di questo processo. E ciò avviene perché, in fondo, non esiste alcun tipo di dialogo nelle nomine. Non ci si confronta con le comunità e con i consigli parrocchiali. Tutto resta subordinato ai progetti del Vescovo, che seleziona parrocchie urbane e rurali e persone, spesso arrivate da fuori su suo invito, corrispondenti a un ri-orientamento pastorale che lui conosce e impone.

Non sarebbe più sinodale il dialogo nel momento dei cambiamenti dei sacerdoti? Non sarebbe più sinodale parlare con i consigli parrocchiali per comprendere in quale situazione si trovi la parrocchia e quale tipo di sacerdote necessiti? Non sarebbe più sinodale dialogare invece di imporre?

  • Una diocesi in cui nell’edificio del Seminario coesistono due percorsi «differenti» per la formazione di coloro che saranno responsabili delle parrocchie della diocesi.

Uno dei seminari è quello diocesano, che ha un rettore della diocesi di Vitoria, mentre i formatori e il direttore spirituale sono sacerdoti di altre culture e continenti, recentemente giunti a Vitoria. L’altro seminario è il Redemptoris Mater, diretto e configurato dal Cammino Neocatecumenale. Sia il rettore sia i formatori e il direttore spirituale sono scelti dal movimento e i rapporti tra loro e con il resto della diocesi sono molto scarsi.

Un ulteriore dettaglio: entrambi i seminari vivono separatamente la vita comunitaria (mangiano, convivono e pregano separatamente). Ognuno gestisce il proprio discernimento vocazionale e mantiene riservate le entrate e le uscite. Ciò sembra poco coerente con l’insistenza sul fatto che tutti questi seminaristi saranno integrati in un unico presbiterio.

Nessuno, per quanto ne sappiamo, è stato interpellato o consultato per l’introduzione di questo seminario nella nostra diocesi. Si tratta di una decisione unilaterale del Vescovo che condizionerà la diocesi per molti anni. È significativo che, di fronte al raggruppamento dei seminari per mancanza di seminaristi richiesto da Roma, nessuna delle diocesi sorelle basche, Bilbao e San Sebastián, abbia voluto unirsi al seminario di Vitoria. Questo ci induce a riflettere sulle ragioni e siamo certi che Lei ne sia consapevole.

Non sarebbe più sinodale consultare questioni tanto importanti per la diocesi? Non sarebbe più sinodale che coloro che saranno responsabili delle parrocchie si formino tutti insieme e nello stesso modo, secondo la prospettiva della diocesi, senza dipendere da movimenti particolari estranei alla nostra realtà?

  • Una diocesi in cui la maggior parte dei sacerdoti diocesani, ordinati qui e che hanno esercitato tutto il loro ministero in questa diocesi di Vitoria, alla quale avevano detto di voler offrire la propria vita, si sente delusa, umiliata e con la sensazione che il lavoro svolto per tanti anni sia servito a ben poco.

Sappiamo che molti si confessano disorientati e ritengono che quanto fatto prima che il Vescovo cercasse, lontano o vicino, molti altri sacerdoti da inserire a Vitoria con altri orientamenti pastorali, sia appena considerato; quasi sempre, inoltre, senza che si possa sapere direttamente quale sia la loro formazione, dove lavorassero prima, per quanto tempo resteranno, che cosa li abbia motivati a questo cambiamento, eccetera. Nulla, se non il nome. Non sarebbe più normale che questi sacerdoti inseriti nella diocesi partecipassero a un processo formativo di inserimento nella nuova realtà culturale ed ecclesiale che li accoglie?

Non sarebbe più sinodale valorizzare anzitutto l’esperienza e la parola degli operatori pastorali che appartengono alla diocesi? Non sarebbe più sinodale conoscere questi sacerdoti, voler loro bene, valorizzarli il più possibile e solo in seguito affrontare ciò che eventualmente debba essere corretto? Di fatto, crediamo che il Vescovo abbia espresso troppe volte giudizi poco rispettosi verso i sacerdoti della diocesi come gruppo. Lo abbiamo constatato in omelie e interviste.

  • Una diocesi in cui il Vescovo esprime abitualmente, nelle omelie e nelle interviste pubbliche, parole di rimprovero verso i sacerdoti diocesani come gruppo. L’eccezione sembra verificarsi solo nei funerali di questi sacerdoti.

Un vescovo la cui interpretazione del ministero lo conduce a comportamenti di abuso di potere. Un vescovo che, invece di creare unità, ha diviso la diocesi: da una parte coloro che egli stesso ha chiamato secondo i suoi criteri e progetti, dall’altra una gran parte del clero diocesano.

Non sarebbe più sinodale un vescovo che tenga conto dei sacerdoti diocesani, poiché siamo «necessari» e quindi il vescovo ha bisogno di noi? Non sarebbe più sinodale un vescovo che incoraggi e sostenga i sacerdoti, anche quelli diocesani, con tutti i loro limiti, invece di considerarli nemici?

  • Una diocesi con una facoltà di teologia dalla quale il Vescovo ha rimosso dal ruolo di Decano colui che era stato scelto per primo dalla terna proposta dal Consiglio della Sede.

Da allora sono stati assunti diversi professori estranei alla diocesi e alla storia stessa della Facoltà, che si è riempita di uno stile particolare di studenti, tra i quali oggi vi sono meno laici e laiche rispetto a non molto tempo fa. Una Facoltà che sta servendo al Vescovo per la propria strategia pastorale.

  • Una diocesi in cui il laicato aveva compiuto passi importanti, anche se insufficienti, nella corresponsabilità e in cui le donne andavano assumendo servizi di tale natura.

Il laicato si sente sempre più emarginato e vede che il proprio «valore» viene concepito e richiesto come complemento del clero. Una diocesi in cui il laicato occupa a malapena il posto privilegiato che gli spetta come Popolo di Dio, figlie e figli del Padre.

Una Chiesa più clericale

Si è indebolita l’idea di Popolo di Dio a favore di una Chiesa più clericale, più verticale e meno corresponsabile. Diversi sacerdoti e laici dell’ambiente personale del Vescovo, provenienti da fuori della diocesi di Vitoria, sono stati invitati e assunti per assumere responsabilità di fiducia e coordinamento pastorale. È una questione che il Vescovo gestisce privatamente: chi siano, cosa abbiano fatto prima, da dove vengano, quale incarico ricevano, perché se ne vadano. Nessuna informazione. Ciò non sembra coerente con la sinodalità e con il concetto di Chiesa locale.

Constatiamo che sono pochissime le donne che esercitano ministeri o responsabilità significative. Evidentemente ciò viene da lontano in tutte le diocesi. La donna continua a non occupare il posto che le spetta nella Chiesa, e questo appare incomprensibile. Oggi, in alcune parrocchie della nostra diocesi, non è consentito alle donne accedere all’altare o distribuire la comunione. In una società nella quale uomini e donne camminano in modo sempre più paritario negli ambiti sociale, lavorativo e politico, diventa difficile continuare a imporre e ignorare che questo progresso non si rifletta nella vita della nostra Chiesa diocesana. Le donne, non solo presenti ma indispensabili fin dall’inizio della nostra storia, hanno condiviso la fede, sostenuto le comunità ed erano testimoni fedeli di Gesù; scelte tante volte per prime nelle cose importanti, e tuttavia quasi sempre nell’invisibilità e senza un reale riconoscimento.

Questa realtà non interpella forse coloro che hanno la responsabilità di guidare la Chiesa? Gli stessi documenti del Sinodo elaborati dai gruppi della nostra diocesi indicano con chiarezza la necessità di avanzare verso una Chiesa più egualitaria e corresponsabile. Perché dunque questo cammino non si sta realizzando? Non è forse responsabilità del Vescovo promuovere con decisione questi cambiamenti, aprendo spazi reali di partecipazione, discernimento e decisione per le donne? Non impoverisce la nostra Chiesa continuare a rimandare questo riconoscimento, quando è già stato indicato come necessario e urgente? Non sarebbe più sinodale assumere senza ulteriori ritardi che l’uguaglianza nella dignità debba tradursi anche in un’effettiva uguaglianza nella vita e nella missione della diocesi?

Siamo una diocesi erede di una spiritualità riconosciuta, quella del Seminario di Vitoria, con un’identità sacerdotale profondamente incarnata nella realtà e missionaria. In questi ultimi dieci anni la nostra diocesi ha conosciuto lo sviluppo di forme spirituali che hanno poco a che vedere con quanto ricevuto nel nostro seminario: Pro Ecclesia Sancta, Peregrinos de la Eucaristía, Opus Dei (che, pur essendo presente in diocesi, non aveva responsabilità parrocchiali), Neocatecumenali (che, pur avendo già comunità, non avevano responsabilità parrocchiali).

Con l’aggravante che una di queste associazioni ha trasferito la propria sede principale nella nostra diocesi, con tutto ciò che ne consegue. Altri sacerdoti provenienti da altri luoghi, sotto la responsabilità del Vescovo, gli stanno servendo per sviluppare questa strategia pastorale di sostituzione dell’identità pastorale e spirituale di Vitoria.

Un ritorno al passato

Le nuove forme pastorali promosse dal Vescovo, con i loro modi di procedere, ci richiamano un passato ecclesiale che non riteniamo né opportuno né possibile. Colui che dovrebbe essere il massimo segno di comunione è diventato segno di contrapposizione e divisione.

Il bilancio personale e pastorale è molto negativo. La nostra diocesi vive profondamente divisa per motivi che il Vescovo non ha saputo o non ha ritenuto necessario affrontare; gran parte di essa vive delusa, perché gli orientamenti «cristiani» verso i quali ci si dirige sembrano lontani dalla spiritualità incarnata nella quale siamo stati educati; gran parte della diocesi si sente confusa di fronte alle nuove forme pastorali promosse dal Vescovo, con modalità che ci richiamano un passato ecclesiale che non consideriamo né opportuno né possibile. Colui che dovrebbe essere il massimo segno di comunione è diventato segno di scontro e disunione.

Qui desideriamo far risuonare alcuni testi del magistero particolarmente illuminanti:

«Siate vescovi capaci di accompagnare. Accompagnate per primo, e con paziente sollecitudine, il vostro clero. Siate vicini al vostro clero. (…) Vi prego pure di agire con grande prudenza e responsabilità nell’accogliere candidati o incardinare sacerdoti nelle vostre Chiese locali. Per favore, prudenza e responsabilità in questo. Ricordate che sin dagli inizi si è voluto inscindibile il rapporto tra una Chiesa locale e i suoi sacerdoti e non si è mai accettato un clero vagante o in transito da un posto all’altro. E questa è una malattia dei nostri tempi».

(Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti a un corso di formazione per nuovi vescovi. Sala Clementina, 16 settembre 2016.)

«Vi invito pertanto a coltivare un atteggiamento di ascolto, crescendo nella libertà di rinunciare al proprio punto di vista (quando si mostra parziale e insufficiente), per assumere quello di Dio. Senza lasciarsi condizionare da occhi altrui, impegnatevi per conoscere con i vostri propri occhi i luoghi e le persone, la “tradizione” spirituale e culturale della diocesi a voi affidata, per addentrarvi rispettosamente nella memoria della sua testimonianza di Cristo e per leggere il suo presente concreto alla luce del Vangelo, al di fuori del quale non c’è alcun futuro per la Chiesa».

(Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti a un corso di formazione per vescovi ordinati durante l’anno. Sala Clementina, 14 settembre 2017)

«La prudenza pastorale è la sapienza pratica che guida il Vescovo nelle sue scelte, nel governare, nei rapporti con i fedeli e con le loro associazioni. Un chiaro segno della prudenza è l’esercizio del dialogo come stile e metodo nelle relazioni e anche nella presidenza degli organismi di partecipazione, cioè nella gestione della sinodalità nella Chiesa particolare. Su questo aspetto Papa Francesco ci ha fatto fare un grande passo avanti, insistendo, con saggezza pedagogica, sulla sinodalità come dimensione della vita della Chiesa».

(Discorso del Santo Padre Leone XIV ai Vescovi in occasione del loro Giubileo, 25 giugno 2025)

La realtà mostra che non ha saputo prendersi adeguatamente cura di ciò che già esisteva né integrare in modo costruttivo le novità introdotte. Forse il problema non è la pluralità in sé, ma la capacità di gestirla. Riteniamo che questa situazione non possa protrarsi oltre.

III. Dimensione teologica

Infine, con la brevità annunciata all’inizio, segnaliamo una questione di impostazione nell’insegnamento e nella pratica pastorale.

Si percepisce una forte insistenza su determinati aspetti — sacerdozio ministeriale, centralità dell’Eucaristia, adorazione e confessione — che, pur essendo molto importanti, generano un forte squilibrio quando non vengono integrati con altre dimensioni essenziali del Vangelo di Gesù. Si prenda ad esempio il riferimento del Vescovo nella Messa del Giovedì Santo del 2 aprile 2026, in cui accoglie la visione teologica e pastorale più restrittiva possibile sulle celebrazioni liturgiche domenicali in assenza di presbitero.

In particolare, sentiamo la mancanza di una maggiore centralità di aspetti quali una Chiesa al servizio del Regno («siamo sacerdoti nella Chiesa al servizio del Regno»), le beatitudini, la giustizia storica, il primato dei più vulnerabili, una spiritualità dagli occhi aperti, la gratuità della carità e il perdono del nemico… in una parola, il Vangelo del Regno. Riteniamo che un maggiore equilibrio in queste chiavi di fede sia un dovere e arricchirebbe enormemente la vita cristiana e la pastorale della diocesi.

Il nostro desiderio non è la contrapposizione, ma far comprendere il nostro modo e stile di camminare, per costruire con spirito discepolare la Chiesa diocesana e, per quanto possibile, crescere nella comunione. A partire da questa realtà, e dal Vangelo condiviso da tutti, continuiamo a cercare insieme il bene della nostra Chiesa radicata nel Popolo Basco, nella sua cultura e nella sua lingua, vivendo la presenza e l’accoglienza sempre maggiore di tante persone migranti che arrivano nella nostra terra.

Vitoria-Gasteiz, 28 aprile 2026, festa di San Prudenzio di Armentia, patrono della diocesi di Vitoria.

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Un commento

  1. Fabrizio Mastrofini 11 maggio 2026

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