
A tredici anni di distanza dal commentario del compianto Innocenzo Cardellini a Nm 1,1–10,10 (Milano 2013), vede la luce il completamento dell’opera grazie al lavoro di Marco Settembrini – docente alla Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna e al Pontificio Istituto Biblico di Roma – e di Vincenzo Anselmo, professore di Antico Testamento a Napoli, presso la sezione San Luigi della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale, della quale è attualmente decano,
Numeri. Di cosa?
Tranne qualche opera sintetica, come quella di D.A.N. Nguyen (Cinisello B. 2017), l’ambito esegetico italiano è praticamente scoperto riguardo a questo libro.
Settembrini ha tradotto e commentato Nm 10,11–20,29, mentre Anselmo si è occupato di Nm 21,1–36,13.
Il volume di Settembrini e Anselmo presenta la seguente strutturazione.
Dopo la Prefazione (pp. 5-7), seguono le Abbreviazioni e sigle (pp. 8-12).
La Parte prima (pp. 13-28) abbraccia una sezione introduttiva (pp. 13-13) e il profilo storico e letterario (pp. 15-28).
La Parte seconda (pp. 29-284) comprende la traduzione e il commento.
La Parte terza (pp. 285-294) riporta il messaggio teologico di Nm 10,11–36,13. Esso comprende: Geografia, Mosè, le mormorazioni, il culto, il rapporto con lo straniero, la nuova generazione.
La Bibliografia (pp. 295-320) è suddivisa fra Fonti, Strumenti, Commentari a Numeri, Altri commentari e studi.
Gli Indici (pp. 321-342) sono quelli degli Autori, delle Citazioni bibliche ed extrabibliche, quello Filologico.
Chiude l’opera l’Indice generale (pp. 343-344).
Struttura di Nm 10,11–36,13
Dopo Nm 1,1–10,10 (prima parte del libro di Numeri, tradotto e commentato da I. Cardellini nel commentario del 2013), i due autori intravedono nel resto del libro la seguente struttura bipartita:
10,11–20,29 Dal Sinai al Monte Or
21,1–36,13 Dal Negheb alle steppe di Moab
La seconda e la terza parte di Numeri si suddividono entrambe in quattro suddivisioni maggiori.
Riportiamo quelle della seconda parte.
10,1 –20,29 Dal Sinai al monte Or
10,11-36 AVVIO
10,11-36 In cammino dal Sinai
11,1–14,45 LE PERPLESSITÀ
11,1-35 Mosè, gli anziani e le mormorazioni
12,1-6 La contestazione di Miriam
13,1–14,45 Il rifiuto della terra
15,1–19,22 LA GARANZIA DEL CULTO
15,1-41 Le oblazioni e i precetti
16,1–17,28 Aronne per una nazione santa
18,1-32 La parte dei sacerdoti e dei leviti
19,1-22 Le acque che purificano
20,1–29 BATTUTA D’ARRESTO
20,1-29 Le acque della contesa
La terza parte di Numeri comprende, a sua volta, le seguenti suddivisioni maggiori.
21,1–36,13 Dal Negheb alle steppe di Moab
21,1-35 UN NUOVO AVVIO
21,1-35 In cammino verso la Transgiordania
22,1–24,25 LA BENEDIZIONE
22,1–24,25 Israele nello sguardo dei suoi avversari
25,1–32 42 UNA NUOVA GENERAZIONE
25,1–27,23 Il passaggio da una generazione all’altra
28,1–30,17 Programmazione dei sacrifici e voti
31,1-54 La vendetta contro Madian
32,1-42 La spartizione della Transgiordania
33,1–36,13 CONCLUSIONE
33,1–34,29 La geografia della salvezza
35,1–36,13 Tre casi prima di entrare nella terra
Fonti, composizione e redazione
Per comprendere correttamente il libro dei Numeri è importante essere avveduti della complessità della sua composizione, così come della varietà delle prospettive teologiche presenti, dovute a differenti gruppi sociali e religiosi dislocati in Giuda o in diaspora (in Egitto o in Oriente).
Nel suo commentario a Nm 1,1–10,10 Innocenzo Cardellini ricordava come l’opera tramandata nell’antico Israele appartenesse alla comunità, di cui rappresenta la tradizione viva. Gli scribi che ne erano custodi erano responsabili del suo aggiornamento alla luce delle situazioni politico-culturali in corso e, per questo, operavano collegando unità letterarie differenti o aggiungendo supplementi.
Nello specifico, chi lavora a Numeri riprende una composizione sacerdotale, che ha raccordato il racconto dei patriarchi a quello dell’esodo, e redazioni post-deuteronomiste e post-sacerdotali che hanno integrato il tema della conquista della terra.
In Numeri emerge il ruolo del sommo sacerdote a scapito del consiglio degli anziani, frutto di una rielaborazione teocratica maturata in tarda epoca achemenide, nel IV secolo a.C., successiva a quella di Esdra (cf. Nm 17; 21,17-23). All’antico concetto di patto subentra l’idea di un’eterna “alleanza di sale” garantita dal sommo sacerdote (Nm 18,19-20; 25,12-13).
Si rimarcano conseguentemente disposizioni che definiscano le mansioni cultuali, ne garantiscano la purità e ne assicurino il sostentamento.
Un ulteriore intervento redazionale sarebbe poi responsabile dell’inserzione di passi riferiti ai leviti (Nm 3,11-13; 8,5-22), al ruolo dei capi (Nm 7), alla guerra di YHWH (Nm 31), all’itinerario nel deserto (Nm 33,1-49) e a normative supplementari (Nm 9,1–10,10; 36,1-12).
Settembrini fa notare nella sua Introduzione – la cui ricchezza e chiarezza seguiamo da vicino – che, negli studi contemporanei, si è osservato come talora è possibile osservare che nei testi biblici non siano adeguatamente distinguibili i processi di composizione, redazione, trasmissione e ricezione.
Leggendo Numeri (= Nm) ci si accosta a un prodotto letterario di scribi che sono, allo stesso tempo, copisti, editori e autori (concetto culturalmente contingente). Le frequenti somiglianze di Nm ad altri testi del Pentateuco e della letteratura profetica sono segni della sostanziale coesione della cultura che accomuna gli scribi dell’antico Israele. Appartenenti a una cerchia numericamente ristretta, educati ai medesimi principi, elaborano comprensibilmente i propri testi attingendo ad archivi mentali affini o a espressioni che, pur originariamente legate a una particolare narrazione, erano passate nel linguaggio comune.
Il libro di Numeri si trova al crocevia di nuove indagini sui documenti, sui frammenti, sui supplementi e sulle redazioni che portarono alla nascita del Pentateuco.
Numeri non fu verosimilmente redatto sulla base della forma finale di Genesi-Levitico e Deuteronomio, sebbene generalmente presupponga le loro narrazioni. Le sue componenti sacerdotali esprimono tratti peculiari, le sue narrazioni sviluppano interpretazioni di testi precedenti in modalità che preludono al midrash, la sua trama prepara alla lettura di Giosuè e non solo di Deuteronomio, i suoi rapporti con Deuteronomio non si spiegano esclusivamente in chiave di dipendenza da quelli.
Numeri è largamente composto da testi di carattere sacerdotale, accanto ai quali si rinvengono testi non sacerdotali.
Per quanto riguarda i primi, si rileva che la presenza del tradizionale documento P (= Priester, “Sacerdote” in tedesco, da cui Priestercodex = Codice sacerdotale) è discussa e appare comunque assai esigua.
Più spesso emergono raccordi con concezioni maturate nella cosiddetta scuola di Santità (H = Heiligkeit, “Santità” in tedesco) e nell’opera deuteronomista (D). Si discute dove si concluda P, se in Esodo (29,45-46 o 40,33), in Levitico (Lv. 9 o Lv 16) o in Numeri (Nm 20 o 27,12-23).
Seguendo M. Noth, conviene comprendere la tradizione del deserto come ponte tra l’esodo e il racconto della conquista. A differenza da lui, oggi si intende però tale collegamento come una serie di supplementi, progettato per riunire materiali sacerdotali e deuteronomistici (D).
Alcuni pensano che materiali indipendenti siano stati riuniti in un’unica narrazione da P, poi integrata per armonizzare la narrazione del deserto con Deuteronomio e Giosuè.
Altri considerano la maggior parte di Nm post-sacerdotale, sia che esso sia stato concepito a partire da poche ampie composizioni legate alla formazione di un Esateuco e di un Pentateuco, sia che esso sia nato da numerose brevi composizioni. Le differenti composizioni potrebbero essere state combinate in modo antologico per mediare le posizioni di P, H e D in revisioni successive non compiutamente integrate.
Il libro dei Numeri si contraddistingue infatti per una varietà di punti di vista non del tutto omogenei.
Prospettive diverse
In Nm 11–25 sono contenuti molti testi non sacerdotali. Occorre considerare altre prospettive riconducibili a differenti componenti della società israelita postesilica.
La presenza di una tenda del convegno posta fuori dell’accampamento, anziché al suo centro, luogo di ispirazione profetica invece che spazio adibito al culto, si collega a un ruolo di governo affidato agli anziani, non riconducibile a quello dei sacerdoti (Es 33,7-10; Nm 11,16-17.24b-30; 12,4,10a).
In modo simile, l’elogio di Giosuè con la sua conseguente elezione a succedere a Mosè mette in luce un principio di autorità laico (Nm 14,11-38; 27,12-23).
Lo stanziamento in Transgiordania delle tribù di Ruben, Gad e di parte di Manasse, analogamente, pone una sfida a un rigido ordinamento della comunità attorno al tempio (prefigurato dalla tenda del convegno) e, di fatto, è preparato dalla contesa di Datan e Abiram – di origine rubenita – con Aronne (Nm 16; 32).
La stessa figura di Mosè, da un lato, è a sostegno dell’organizzazione del popolo attorno al culto ed è mediatrice di una legge affidata ai sacerdoti, dall’altro, interpreta un’istanza superiore a quella sacerdotale. Egli è a garanzia dell’autorevolezza della profezia e di figure alternative a quelle tradizionali di re e di sacerdoti.
Secondo l’opinione di una studiosa, nelle narrazioni del deserto, a una versione sacerdotale ierocratica in cui campeggia Aronne ne segue infatti un’altra in cui Mosè cresce in intraprendenza e coraggio nell’interesse del suo popolo, incorporando un’indole “prometeica” ai suoi tratti di re, sacerdote e costruttore.
Gli scribi disponevano poi di varie tradizioni riguardanti il soggiorno di Israele nel deserto, attestate tanto nei profeti (come Geremia, Osea, Amos, Michea) quanto nei Salmi.
Erano familiari inoltre con i racconti di conquista trasmessi in Deuteronomio e Giosuè, così come la figura del celebre veggente Balaam.
La complessità della composizione del libro dei Numeri si collega dunque alla complessità della comunità politico-religiosa in cui esso matura.
Nella provincia postesilica persiana di Giuda convivono gruppi tornati dall’esilio (538 a.C.) ed elementi rimasti nella terra, appartenenti a diverse classi sociali e dislocati in varie zone (urbane e rurali). Si avvertono perciò sia le concezioni di chi è legato al tempio di Gerusalemme sia le prospettive di chi è in diaspora (in Egitto o in Oriente).
Al centro del libro si legge Nm 17,20, ove il Signore preannunzia la fioritura della verga di Aronne e, di fatto, in Numeri il popolo è al sicuro finché si raccoglie attorno alla tenda del convegno. L’autorità sacerdotale garantirà del resto l’obbedienza di Israele a Mosè, cioè alla Torah.
Accanto ad Aronne e al figlio Eleazaro figurano d’altronde settanta anziani e Giosuè, così come nella Gerusalemme a cui si appellano i giudei di Elefantina alla fine del V secolo a.C., il governo appare in capo a varie figure.
Nella contestazione di Core appaiono inoltre tensioni tra i discendenti di Aronne e gruppi leviti (Nm 16), a cui per il resto si garantisce un ruolo nel culto (Nm 18).
Thomas Römer rimarca l’importanza della sinergia dei tre gruppi che in Ne 8,13, attorno al sacerdote Esdra, si radunano per comprendere le parole della Legge: i capi delle case dei padri (ovvero gli anziani), i sacerdoti e i leviti.
Ci sono almeno tre gruppi che, rappresentati rispettivamente da Mosè, Aronne e Core, prendono voce nel Pentateuco.
Gli stranieri
L’atteggiamento nei confronti degli stranieri è variegato.
Da un lato, si accoglie l’istanza di chi immagina che Israele possa attraversare il deserto solo con l’aiuto di Obab, parente straniero di Mosè (Nm 10,29-32), e non vede alcuna insidia nel matrimonio con la donna kushita, moglie dello stesso Mosè (Nm 12,1).
Dall’altro, la moltitudine mista che accomuna il popolo nelle sue peregrinazioni è all’origine delle mormorazioni contro YHWH (Nm 11,4) e si inculca la pratica endogamica, come illustrato in Nm 25.
La diaspora
Alcuni brani di Nm danno voce anche chi abita fuori dai confini di Israele.
Le tribù di Ruben, Gad e Manasse che si stanziano in Transgiordania indicano come gli israeliti possano vivere lontani dalla terra.
Manasse, rimanda, del resto, alle tradizioni del figlio di Giuseppe nato in Egitto come Efraim e come lui adottato e benedetto dal patriarca Giacobbe (Gen 48,5). Chi vive in Egitto, al pari di chi vive in Transgiordania, è dunque benedetto.
Pure l’esaltazione di Giosuè porta onore agli ebrei d’Egitto, essendo Giosuè figlio di Nun della tribù di Efraim (Nm 13,8.16). Come nell’Egitto di età achemenide le colonie militari giudaiche vivono in distaccamenti, Israele nel deserto è descritto accampato per contingenti (cf. Nm 2).
La voce di chi vive a Babilonia si deve poi intendere nei molteplici contatti con la teologia di Ezechiele, sacerdote-profeta dell’esilio. Numeri ed Ezechiele vedono, infatti, la gloria divina assistere il popolo eletto al di fuori della terra e descrivono le dodici tribù organizzate geograficamente attorno al luogo del culto.
L’ambientazione nel deserto del tempo di Mosè corrisponde al “deserto delle nazioni” (Ez 20,35) del tempo di Ezechiele. Entrambi i testi presentano affinità liturgiche (per es. Nm 15; Ez 46) e disposizioni speciali per gli stranieri (Nm 15,13-16; Ez 47,22).
Numeri ed Ezechiele condividono poi talune espressioni e termini.
La nube divina “si alza” e inaugura una nuova stagione per il popolo eletto (Nm 10,11; Ez 9,3; 11,23); l’arca precede le tribù “per cercare” un luogo di riposo (Nm 10,33; cf. Ez 20,26); alcuni membri selezionati della nazione ricevono lo spirito di Dio, come promesso dopo la distruzione di Gerusalemme (Nm 11,25; Ez 11,19; 36,26-28); la terra promessa sembra “divorare” i suoi abitanti (Nm 13,32; Ez 16,13-15). Ricorrono uguali formule di rimprovero e di giuramento.
Quanto ai leviti, così come in Ez 44,10-14 non è loro consentito accostarsi per servire i sacerdoti a motivo del loro comportamento, in Nm 16,8-11 si ribadisce che non possono rivendicare il sacerdozio. Per il fatto stesso che Aronne viva lontano dalla terra lo rassomiglia a Ezechiele.
Il retroterra babilonese sembra da presupporsi anche nella punizione comminata a Miriam a motivo della sua calunnia quando, avendo roso la carne (ossia l’onore) del fratello, la sua carne appare rosa come quella di un feto nato morto (Nm 12,12), richiamando, icasticamente, l’assonanza in accadico tra karṣu (“calunnia”) e kirṣu (“feto”). A una vicinanza a usi babilonesi può essere poi dovuto l’insolito uso di prš (al pual in Nm 15,34), che ricalca l’accadico purrusu nel senso di “emettere un verdetto”, “giudicare (un caso)”.
Numeri: e noi?
Sebbene la lettura di Numeri sia impegnativa, secondo Settembrini e Anselmo non manca di ricompensare i suoi cultori. Gli elenchi dei nomi, i riferimenti geografici, i dettagli dei rituali documentati e gli stessi numeri che al libro danno il nome sono invero distribuiti in una narrazione che facilmente raggiunge l’oggi di chi legge.
Parlando del deserto, dà infatti voce a chi si sente nel deserto perché lontano dalla patria o al tempo di transizione, condizione esistenziale di fatto ricorrente in ogni generazione. Lettrici e lettori si sentiranno interpretati da versetti che rimarcano l’importanza del cibo e della sua consistenza, la preziosità dell’acqua e della carne da consumare per avere vigore.
In Numeri si parla della concretezza della vita, di bocche, di denti, di gole, di occhi, di piedi, di stati d’animo e di emozioni di ogni tempo. Ci sono la fame, l’ira, la gelosia, la bramosia, la vendetta, poi la nausea e lo sconforto. Ci sono le vicende familiari, diffidenze nei confronti delle donne e uomini stranieri, non senza la scoperta di trovarsi benedetti dallo sguardo di Balaam, un veggente straniero tanto illustre quanto temuto e ambiguo (Nm 22–24).
In Numeri c’è la fatica del viaggio, assieme all’esasperazione dinanzi alle vie di Dio, apparentemente troppo tortuose, impegnative e lunghe. Ci sono scontri, battaglie, marce, serpenti velenosi, punizioni esemplari. C’è bisogno di una terra in cui vivere con i propri bambini.
Da un lato, il racconto è distaccato perché sembra riferirsi a episodi di un’epoca lontana, dall’altro, ammicca al presente porgendo “parabole” per l’oggi
Numeri è davvero informato della stessa persuasione che si rintraccia in Sal 78,2 in apertura del lungo salmo storico che vede nelle lontane vicende dei padri un mashal (una parabola, appunto) e degli “enigmi”, ovvero testi che intendono incuriosire il giovane per meglio istruirlo (cf. Pr 1,6).
La familiarità con il libro dei Numeri – ricorda sempre Settembrini – accresce l’attenzione per la società in cui si vive, sia perché le Scritture si concepiscono nel loro insieme come opera di un popolo, indirizzata a un popolo, sia perché tratta di un periodo in cui, in cammino verso una terra in cui abitare, si elaborano modelli per la società che si vorrà costituire.
Gli antichi scribi – nei quali riconosciamo l’autore sacro – indicano nel culto, ossia nel tempio simboleggiato dalla tenda sacra, il riferimento decisivo per la propria comunità.
Con ciò non omettono di riconoscere come la loro nazione viva di una molteplicità di apporti e di indirizzi: anzitutto c’è Mosè, personaggio che talora impersona la stessa Legge, quale autorevole attestazione della sapienza divina; poi c’è Aronne, rappresentante del sommo sacerdote e dei sacerdoti, che è affiancato dagli anziani e dai capi delle singole tribù, espressione di un potere non centralizzato e non vincolato al santuario. Ci sono capi di lungo corso (Mosè e Aronne, appunto) ma pure capi “nuovi” (Giosuè ed Eleazaro) che distolgono da inutili nostalgie. Del resto, neppure Mosè e Aronne si sono fidati del Signore, al pari dei loro contemporanei (Nm 20). La nazione vive, in fondo, attraverso le generazioni e soprattutto grazie a quella futura, che oggi sta crescendo.
Come gli altri volumi della collana, anche questo dedicato a Nm 10,11–36,13 riporta le singole unità testuali con la traduzione personale del testo ebraico originale, corredata dal relativo commento esegetico. In chiusura, si porta l’attenzione su temi teologici trasversali.
Il pubblico italiano può finalmente godere di un commentario maggiore completo a un importante libro biblico, quello di Numeri, caratterizzato da un rigoroso lavoro tecnico di traduzione e di analisi esegetica – di cui dobbiamo ringraziare vivamente gli autori –, che tratta del momento decisivo del cammino di Israele – e di tutti noi – nel deserto che conduce verso la piena libertà nella terra della promessa.
Più che conquista, essa sarà sempre dono del Dio della vita e della libertà, che impegna a giustizia e pace con tutti gli esseri umani. Gabe und Aufgabe. “Dono e compito”, per il cui compimento all’altezza del disegno di Dio occorre pregare e impegnarsi nel tribolato tempo in cui siamo chiamati a vivere.
- Numeri 10,11–36,13. Nuova versione, introduzione e commento di MARCO SETTEMBRINI-VINCENZO ANSELMO (I libri biblici – Primo Testamento 4.2), Paoline Editoriale Libri, Milano 2026, pp. 344, € 46,00, ISBN 9788831557801.





