John L. Allen Jr., in memoria

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john allen

Il 22 gennaio 2026, all’età di 61 anni, è morto a Roma il giornalista statunitense John Allen Jr. Era molto conosciuto negli USA e non solo, per la serietà del lavoro, per l’impegno nel raccontare con serietà e pacatezza le vicende della Chiesa cattolica.

Arrivò a Roma nell’anno Duemila, come corrispondente del National Catholic Reporter (NCR); in seguito, è passato al progetto Crux del Boston Globe, che ha poi rilevato e diretto quando, dopo due anni, il Globe ha deciso di non proseguire.

Sotto la direzione di Allen, Crux è diventato uno dei siti di riferimento per comprendere le vicende interne ed esterne della Chiesa cattolica. Christopher White, collega e discepolo di John Allen Jr., ne ha tracciato il ritratto pubblicato di seguito (originale inglese qui).

Aggiungo alla sua una testimonianza personale: ho conosciuto John Allen proprio nell’anno Duemila, appena è arrivato a Roma. Gli avevano parlato di me altri colleghi del mondo cattolico statunitense. Con il tempo abbiamo scambiato idee in diverse occasioni e ho avuto modo di apprezzare l’approccio analitico e libero con cui guardava alla Chiesa, ai papi, alle grandi questioni teologiche, di governo e di attualità, cercando prima di comprenderle e poi di spiegarle a un non facile pubblico di lettori. Evitava accuratamente di cadere nella trappola della polarizzazione, che oggi imperversa. L’articolo di Christopher White (la traduzione è mia), illustra molto bene i diversi aspetti della personalità e dello stile di lavoro di John Allen Jr. (20 gennaio 1965-22 gennaio 2026). (Fabrizio Mastrofini)

Poco dopo che John L. Allen Jr. mi assunse come corrispondente negli USA per Crux, il sito informativo che aveva contribuito a lanciare nel 2014 lasciando il NCR, avrei dovuto recarmi a Roma per uno dei tanti viaggi che John mi aveva incoraggiato a fare sotto la sua supervisione. Anche se all’epoca il mio campo d’azione era la Chiesa cattolica americana, John insisteva sul fatto che avrei avuto più successo negli Stati Uniti se avessi capito come funzionava il Vaticano e avessi imparato a conoscere il luogo e i suoi protagonisti. E John, morto il 22 gennaio all’età di 61 anni, aveva ragione (la sua morte è stata annunciata da Crux).

Mentre John e io discutevamo dei piani per quella particolare visita – era il mio secondo viaggio per Crux –, mi chiese quale fosse il mio ristorante preferito tra quelli che mi aveva fatto conoscere durante l’ultimo viaggio. John mi aveva anche insegnato che, ogni volta che avessi avuto l’occasione di affrontare questioni lavorative, bevendo qualcosa o mangiando avrei dovuto scegliere quel locale.

All’epoca, John frequentava solo cinque ristoranti a rotazione e, a dire il vero, solo uno di questi mi entusiasmava. Quindi, quando me lo chiese, la risposta fu ovvia: da Arturo. Situato a circa 10 minuti di taxi dal Vaticano, Arturo era uno dei locali frequentati da John. Spesso scherzava sul fatto di aver pagato l’Università ai figli del proprietario, Bernardo, grazie ai soldi che aveva speso lì. Il piano era stabilito: «Il tuo volo da New York atterra a metà mattina, quindi, quando uscirai dall’aeroporto e salirai su un taxi, sarà ora di pranzo. Fatti portare direttamente da Arturo, e ci incontreremo tutti lì per un pranzo di squadra».

Pochi giorni prima della mia partenza, John mi ha avvisato che c’era un problema, ma che l’aveva risolto. Dovevo arrivare di lunedì, il giorno di riposo di Arturo. Ora, se John si fosse consultato con me, gli avrei detto che capivo perfettamente che il ristorante e i suoi dipendenti avevano bisogno del loro giorno di riposo settimanale. John ha optato per un approccio diverso. «Ho detto a Bernardo che questo era il tuo ristorante preferito e l’ho convinto ad aprire lunedì!», mi ha informato.

Infatti, qualche giorno dopo, quando arrivai a Roma, Bernardo era lì per farci entrare nel ristorante. Solo che, una volta entrati tutti, chiuse le porte a chiave. Non avrebbe aperto il ristorante per il servizio completo: lui (e un cuoco) erano venuti nel loro giorno libero per John. Inizialmente, John si sentì in imbarazzo. Ci disse di ordinare in abbondanza, così da poter ripagare il proprietario dalla fatica. Rimanemmo lì per ore, gustando diverse portate e tracannando diverse bottiglie di vino pregiato. John aveva anche preparato un programma di 20 punti per la nostra riunione di gruppo.

Crux era una realtà piccola ma fiorente e, con l’energia di una startup, John era ansioso di sfruttare al meglio il tempo trascorso insieme.

Arrivato il momento di partire, John andò a pagare il conto spiegando a Bernardo che quel giorno non gli era permesso concedergli lo sconto consueto. Con un luccichio negli occhi, Bernardo disse che non ci sarebbe stato alcun conto. Era un piacere per lui prendersi cura di uno dei clienti più fedeli e tutto era offerto dalla casa.

***

Con la morte di John, avvenuta dopo diversi anni di lotta contro un cancro allo stomaco, molti piangeranno giustamente la perdita dell’uomo che è diventato uno dei più prolifici interpreti in lingua inglese di questioni vaticane.

Personalmente, piango anche la perdita di un mentore, il cui stile sfacciato e tenace, che convinse un ristoratore ad aprire per i suoi amici nel giorno di chiusura, gli ha permesso allo stesso modo di entrare nelle mura vaticane per raccontare e spiegare un’istituzione spesso poco trasparente.

John arrivò a Roma nel 2000 come corrispondente del National Catholic Reporter, il che gli ha permesso di assistere in prima fila agli ultimi anni del pontificato di papa Giovanni Paolo II e all’elezione di papa Benedetto XVI. È stato un periodo critico per la Chiesa cattolica.

John ha raccontato in diverse occasioni la riluttanza del Vaticano ad occuparsi del sacerdote abusatore seriale, padre Marcial Maciel, le tensioni tra la Santa Sede e gli Stati Uniti in merito all’invasione dell’Iraq, le complicate relazioni tra Stati Uniti e Vaticano in seguito alle conseguenze degli scandali sugli abusi del clero americano nei primi anni 2000.

A mio parere, il necrologio di John per papa Giovanni Paolo II, pubblicato sul NCR, è una lezione magistrale, che fa comprendere perfettamente le complessità di un pontefice affascinante che, per quasi tre decenni, ha conquistato il mondo, lasciando inavvertitamente che le situazioni si sgretolassero all’interno della sua stessa casa.

I colleghi più anziani che ricordano l’arrivo di John a Roma spesso lo fanno con un sorriso, raccontando di un uomo del Midwest un po’ trasandato, a disagio nell’indossare un abito formale, ma desideroso di essere preso sul serio da un’istituzione caratterizzata dalla formalità. Quella spinta ha fatto crescere il suo successo quasi da un giorno all’altro, desideroso di dimostrare che meritava di essere preso sul serio. E ci riuscì, diventando una presenza fissa sulla CNN e, spesso, il primo a cui le principali testate giornalistiche telefonavano quando avevano bisogno di qualcuno che chiarisse ciò che spesso era impercettibile.

Come corrispondente del progressista NCR, John era determinato a non farsi escludere durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ha adottato una mentalità che è diventata fondamentale per il mio modo di pensare sul lavoro, ovvero che bisognava essere disposti a parlare con tutti. Eppure, quello stesso zelo di essere preso sul serio all’interno del Vaticano lo avrebbe anche portato a ricevere critiche per un eccessivo coinvolgimento nelle strutture di potere del Vaticano, e la rivoluzione portata dall’elezione di Francesco nel 2013 lo aveva lasciato disorientato, limitando il suo accesso ai canali interni.

Eppure, quando iniziai a visitare Roma, non erano solo i fanatici delle notizie cattoliche a fermare John per strada o nelle trattorie intorno al Vaticano. Più di una volta, è stato un cardinale o un vescovo della Curia ad avvicinarsi e a salutarlo con entusiasmo, prima ancora che lui li avesse visti. È una rarità in una città dove la discrezione è spesso fondamentale.

Ciò che lo ha reso una lettura obbligata, non è stata solo la chiarezza del suo stile e la sensazione che avesse le idee chiare sulle situazioni in Vaticano, ma anche la grande attenzione con cui si occupava di aspetti spesso ignorati della vita cattolica che avrebbero plasmato e rimodellato l’istituzione nei decenni a venire. Il suo libro del 2012, The Future Church (uno degli 11 libri che ha scritto su Vaticano e Chiesa cattolica), ne è una testimonianza perfetta e in gran parte ancora attuale.

Quando ho sostituito John a una conferenza di teologi e vescovi africani in Nigeria nel 2019, diversi prelati mi hanno detto che era l’unico vaticanista statunitense che sembrava interessato – e senza secondi fini – a comprendere le dinamiche della vita cattolica nel continente.

***

Dopo quasi 17 anni con NCR, John ha lasciato il giornale, attratto dal progetto del Boston Globe di lanciare una pubblicazione che si occupasse della Chiesa cattolica. Il Globe, adducendo motivi finanziari, si ritirò dopo meno di due anni, dichiarando: «abbiamo fatto funzionare le parole, ma non i numeri». Dopo quello che John avrebbe poi descritto come «il divorzio aziendale più amichevole della storia», divenne lui stesso proprietario del sito di notizie.

È stato in questo periodo che l’ho conosciuto veramente, quando mi ha dato una possibilità di lavoro come freelance e poi come redattore a tempo pieno dello staff. Le finanze di Crux erano precarie, ma il pubblico era solido, ancorato alla reputazione di John. E lui ha reclutato un team di giovani talenti (lanciando le carriere di Ines San Martin, Claire Giangrave e della sua amata moglie, Elise Ann Allen) e spesso diceva di non essersi mai divertito così tanto in vita sua.

C’era un lato negativo: John era un giornalista straordinario che ha avuto difficoltà a passare al ruolo di editore. L’acume per gli affari non è mai stato il suo forte, il che ha portato a uno stile operativo spesso disordinato, e spesso lo avvertivo che gli accordi di collaborazione finanziaria di Crux con varie diocesi e vescovi avrebbero rischiato di compromettere gli obiettivi dichiarati di indipendenza.

Quando ho lasciato Crux nel 2020 per unirmi al NCR negli USA, John si mostrò cortese come al solito, e mi scrisse: «se si prendono cura di te anche solo la metà di quanto hanno fatto con me per quasi diciassette anni, sei in ottime mani». Un anno dopo, quando mi sono trasferito a Roma per lavorare come corrispondente dal Vaticano del NCR, lo stesso incarico che aveva segnato la sua carriera, John organizzò una cena per la mia prima sera in città. E, per sicurezza, sapendo che sono un po’ luddista, mi fornì anche preventivamente una linea per fare in modo che potessi continuare a guardare la televisione americana.

John non ha mai avuto figli. Diceva spesso che i giovani giornalisti che aveva reclutato erano diventati suoi figli, o almeno parte della sua eredità. Aveva iniziato insegnando in una scuola superiore a Los Angeles e ricoprendo il ruolo di consulente di facoltà per il giornale studentesco. Si sentiva più appagato quando insegnava e si prendeva cura della formazione della generazione successiva. Non dimenticherò mai che ero seduto accanto a John alla proiezione di un documentario su Giovanni Paolo II all’Angelicum di Roma. John, cresciuto in Kansas da una madre single, raccontò tra le lacrime il suo primo incontro con il papa polacco come un momento decisivo della sua vita.

***

Ci siamo visti l’ultima volta durante una mia visita a Roma in ottobre. Era di nuovo in ospedale, ma ancora desiderava parlare di lavoro. Così gli ho chiesto un giudizio sui primi mesi di pontificato di Leone XIV. John ha osservato che, sebbene fosse stato spesso critico nei confronti dello stile di Francesco, aveva sostenuto la sostanza e l’orientamento generale del suo pontificato. Leone, ha detto, stava riuscendo a cogliere entrambi gli aspetti.

Molti fattori rendono parziale tale giudizio, tra cui il fatto che molte delle migliori fonti di John erano dell’ambito considerato opposto a Francesco; e poi il fatto che Leone aveva rilasciato la sua prima intervista a Crux. Ma, dopo aver salutato John, non ho potuto fare a meno di pensare a un altro fattore, probabilmente più importante. John aveva trascorso l’intera carriera professionale aiutando giornalisti e lettori americani a dare un significato a un luogo lontano da loro e a trovare il proprio posto al suo interno. E lì c’era John, alla fine della sua vita, testimone della più improbabile e gratificante delle circostanze: il fatto che un altro americano ce l’avesse fatta a Roma.

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Un commento

  1. Angela 23 gennaio 2026

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