Parrocchie, chiese e comunità: un convegno

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Don Stefano Borghi, docente dello Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia, e Luca Diotallevi, docente della facoltà di Sociologia dell’Università Roma Tre, si sono confrontati sul futuro della Chiesa in un incontro organizzato dalla Fondazione Centro studi per l’architettura sacra Cardinale Giacomo Lercaro e dalla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Ambedue i docenti hanno approfondito una compiuta lettura sulla realtà attuale della Chiesa cercando di intravvedere spunti e suggerimenti per il futuro.

Il dibattito si è concentrato sui termini parrocchia, comunità e Chiesa.

Si è rilevato come la parrocchia fatichi a tenere insieme la crescente diversificazione di percorsi di fede che la complessità sociale odierna provoca e come ci siano esigenze di personificazione che non trovano risposta nell’attuale configurazione della realtà parrocchiale.

Questa istituzione, strutturalmente in rapporto con il territorio, ha vissuto per secoli in contesti dove il vicinato era un ambito sociale vitale e di abituale riferimento e il lavoro era vissuto nello stesso territorio di vita; con la situazione di mobilità attuale si ha una elezione di rapporti amicali anche con notevoli distanze e le situazioni lavorative sono molto diversificate e non più prossime.

Nella difficoltà generata da una diminuzione del numero dei presbiteri si è a lungo cercato di mantenere l’assetto ecclesiale esistente facendo ricorso alle unità pastorali nella convinzione che una migliore gestione delle «forze», cioè dei sacerdoti disponibili sul territorio, consentisse di risolvere il problema.

Tuttavia si può oggi osservare come il ricorso a operazioni di «ingegneria pastorale» non hanno consentito di mantenere lo «stato di fatto», né hanno generato una seria riflessione su cosa è la parrocchia e su come questa è chiamata a trasformarsi. Don Aleardo Mazzoli nel 1961 evidenziava, infatti, che «l’istituto parrocchiale, per restare vitale, deve rinnovarsi, adattandosi alle esigenze della nuova realtà sociale»[1].

Si può notare come, nel riflettere sulla realtà ecclesiale, non sia stato dato risalto alla soggettivazione del popolo di Dio e non sia stata fatta una seria considerazione sull’evangelizzazione come attività propria della Chiesa.

Il termine comunità è stato spesso usato come sinonimo di parrocchia, sottolineando il suo aspetto meno istituzionale e più comunionale, cioè di reale condivisione. La comunità è stata intesa, infatti, come il luogo dei rapporti contrassegnati da un afflato emotivo di calda socialità e di stabile fraternità. Ma questo risalto dato alla scelta del «movimento» e alla consolazione emotiva di un’appartenenza, se non indirizzato bene, rischia di generare una chiusura settaria entro “recinti” di elezione nei quali solo in determinate condizioni o solo coloro che da tempo ne sono parte possono avere accesso.

Che cos’è, quindi, la Chiesa? In realtà la Chiesa è un’assemblea di persone convocate che condividono la stessa fede e non di persone che si sono scelte. Il luogo dove tale unità trova la sua ragione e il suo compimento è l’assemblea liturgica. Una delle possibilità per la Chiesa contemporanea è, quindi, la riscoperta dell’esperienza rituale del celebrare insieme; l’esperienza liturgica è, infatti, un’immersione nella fede e il rito cattolico, come tutti i riti dell’umanità, prevede solo soggetti partecipativi e non spettatori.

La Chiesa ha un carattere necessariamente inclusivo, visto che si apre nei suoi riti a tutti i battezzati; di fatto, la liturgia è celebrata da un ministro ordinato del quale l’elemento fondamentale non è la sua simpatia, ma il suo ruolo di presidenza nella celebrazione; una riscoperta del valore unificativo del rituale eviterebbe di cadere nel rischio, oggi molto attuale, di basare sulla performance del sacerdote la scelta di una chiesa oppure di un’altra e, per il presbitero, la tentazione di fare ricorso a tecniche di animazione per ottenere l’adesione del «pubblico».

Ma la spettacolarizzazione e il far leva unicamente sull’emotività per cercare un consenso non permettono di costruire una vera comunità cristiana.

C’è un’oggettiva difficoltà a dare fiducia al linguaggio simbolico e al rituale come luogo di unione della comunità e di evangelizzazione e, quindi, apertura di questa all’esterno. Invece, è proprio nel rito che si può ritrovare una spinta propulsiva e generativa per la comunità. In questo contesto il tema dell’ars celebrandi, come anche dell’arte e dell’architettura come espressioni metriche che manifestano nelle forme visibili i misteri che si celebrano, divengono segni di fondamentale importanza.

L’invito a recuperare la forza del rito può, quindi, essere una via nella quale concentrare, generare e trasmettere la vitalità cristiana.


[1] Aleardo Mazzoli, Elementi e criteri informatori di un “planning” parrocchiale in Chiesa e quartiere, n. 19, 1961.

L’intera registrazione dell’incontro è visibile nel canale YouTube Centro studi architettura sacra.

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