
Pochi giorni prima di Natale il nostro parroco è stato ricoverato in ospedale. La malattia che sembrava in remissione aveva iniziato a percorrere vie traverse per raggiungere il suo obiettivo, ma per molti giorni noi non l’abbiamo capito. Sembrava che in poco tempo sarebbe tornato a casa, però erano i giorni delle feste natalizie e dovevamo pur immaginare che i controlli sarebbero andati un po’ più per le lunghe, il don sarebbe tornato, prima o poi, qualche giorno in più di ospedale gli avrebbe fatto solo bene, se lo trattenevano ancora era soltanto per rimetterlo in forma del tutto, prima delle dimissioni.
Poi abbiamo capito, e quando abbiamo capito non mancava ormai che una manciata di giorni. Giorni storditi, di dolore e di amore, come sempre quando ci lasciano le persone che amiamo e che, non senza fatiche e incomprensioni, hanno però costruito con noi pezzi importanti di cammino e di vita.
Quando il don è morto, alla fine di gennaio, abbiamo sentito tutta la bellezza e tutta la forza di essere comunità, di essere famiglia. Lo abbiamo vegliato giorno e notte, le sue sorelle, i suoi famigliari, le ragazze e i ragazzi dell’oratorio, tutte e tutti noi che da vent’anni collaboravamo con lui in questa nostra parrocchia, così piccola e così viva.
Per tre giorni abbiamo pianto e pregato e cantato e abbiamo pianto e pregato e cantato il giorno del suo funerale, stringendoci fra di noi e attorno ad amici preti che con tanta tenerezza ci si erano fatti vicini.
È venuto il vescovo a celebrare il funerale, ed è stato spontaneo, poi, chiedergli di poterlo incontrare ancora. Volevamo raccontargli la nostra comunità e dirgli cosa era diventata lungo quegli anni di cammino, così che la scelta del nuovo parroco, se e quando ci fosse stata, non ci arrivasse come una decisione asettica calata dall’alto, ma fosse il frutto di uno sguardo che ci aveva potuto guardare, vedere, conoscere.
Il vescovo è tornato, non una, ma due volte. È tornato a celebrare la messa a distanza di otto giorni dalla morte del don, e poi è tornato per un incontro di condivisione – una cena e una chiacchierata, in semplicità – con una quarantina di persone che nella parrocchia hanno ruoli di responsabilità nei vari servizi. Seduti a tavola accanto e attorno al vescovo, condividendo con lui il pasto e le parole, abbiamo fatto esperienza concreta di sinodalità. Sinodalità: non uno slogan usa e getta ma, davvero, come diceva papa Francesco, il volto della Chiesa del terzo millennio.
C’è un piccolo, antichissimo affresco, sull’arcosolio centrale della Cappella Greca delle Catacombe di Priscilla, a Roma. Attorno ad una mensa semicircolare, su cui sono posti pane e pesci, sono sedute sette persone, uomini e donne, insieme. È l’immagine fresca e potente di una comunità cristiana della prima metà del II secolo, modello di ciò che ancora e sempre la Chiesa è chiamata ad essere: una comunità in cui la Fractio panis, vissuta nella semplicità di un gesto che non impone gerarchie fini a sé stesse, si fa cuore pulsante del camminare insieme.





