
La Pontificia Accademia per la Vita, coadiuvata da un gruppo internazionale di esperti, conferma nel 2026 (qui) il «sì» gia espresso nel 2001 (qui) alla possibilità del trapianto di organi da animali a esseri umani (xenotrapianto).
L’ultimo documento, che contiene anche diverse cautele cliniche, e aggiorna il testo del 2001, è stato presentato il 24 marzo nella Sala Stampa vaticana (qui), con il titolo: La prospettiva degli Xenotrapianti – Aspetti Scientifici e Considerazioni Etiche. Obiettivo: rispondere alla richiesta di organi da trapiantare, la cui mancanza condanna a morte tante persone in tutto il mondo (dieci ogni giorno negli USA, otto ogni giorno nell’ambito dell’Unione Europea, secondo i dati della conferenza stampa).
La sperimentazione in corso ha bisogno di tempo – è stato detto in conferenza stampa – e dunque è necessario mantenere alta l’informazione sulla necessità della donazione di organi umani. In Italia ad esempio ognuno dei 48 mila malati in dialisi costa 50.000 euro all’anno e non ci sono organi per tutti loro. Dunque la sperimentazione sullo xenotrapianto può essere una risposta.
Quali sono le domande a cui rispondere? Eccole, come espresse dalla introduzione del documento che parla di «sfide pratiche» che «devono ancora essere completamente affrontate». Esse sono:
«il rifiuto, il processo attraverso cui il corpo del ricevente del trapianto cerca di liberarsi del trapianto. Un’altra è garantire il corretto funzionamento, oltre le barriere di specie, del trapianto nel suo nuovo ospite. Inoltre, è necessario minimizzare il rischio di introdurre agenti infettivi nella popolazione umana tramite lo xenotrapiantamento. Inoltre, la xenotrapiantazione solleva questioni teologiche, antropologiche, psicologiche ed etiche da considerare, oltre a questioni legali e procedurali».
La visione biblica
Partiamo da qui. Il documento elenca i motivi in base ai quali la religione cattolica ammette gli xenotrapianti.
Il racconto biblico della Genesi dice che «la persona umana non è dotata di libertà arbitraria, ma piuttosto della responsabilità della creazione. Le viene affidato il compito di mantenere Dio presente nella vita della terra, il che significa agire con responsabilità e cura verso gli esseri umani e l’ambiente».
E quindi «dal nostro punto di vista, supportato dalla prospettiva biblica, riaffermiamo che gli esseri umani hanno una dignità unica e superiore. Tuttavia, gli esseri umani devono anche rispondere al Creatore per il modo in cui trattano gli animali. Di conseguenza, il sacrificio degli animali può essere giustificato solo se necessario per ottenere un beneficio importante per la persona umana, come avviene per lo xenotrapiantamento negli esseri umani, anche quando ciò comporta esperimenti sugli animali e/o modifiche genetiche su animali».
In conclusione «per quanto riguarda la dignità della creazione, la ricerca sugli animali non dovrebbe avvenire a spese degli animali, ma con il loro aiuto, cioè non solo per soddisfare la curiosità della persona umana, ma per rispetto del loro valore intrinseco, non hanno un valore meramente strumentale».
Conclusione: «Il punto di vista teologico e morale non vede alcun problema sostanziale nell’utilizzo di diverse specie animali (ad esempio primati non umani), ma lascia aperta la questione dei diversi livelli di sensibilità tra animali di specie diverse e di quello dell’equilibrio tra specie e all’interno di una specie».
Questo approccio sembra altamente problematico alla luce di altre parti del documento, come vedremo tra poco.
La clinica medica
Il testo si sofferma sulle conseguenze accertate finora dagli xenotrapianti effettuati – soprattutto il rigetto dell’organo – e come affrontarle.
In linea generale gli xenotrapianti avvengono utilizzando organi del maiale, l’animale che è sembrato più compatibile per reni e fegato. Ma serve l’ingegneria genetica per modificare le caratteristiche di questi organi per renderli compatibili con l’essere umano, secondo complesse procedure illustrate sinteticamente dal testo, e già in uso nei pochi centri specializzati.
«I suini allevati per essere liberi da organismi ritenuti a rischio per la salute suina o per i destinatari umani sono chiamati “designati liberi da patogeni”. (…) Tuttavia, non si può escludere che possa esistere un virus suino sconosciuto che non causa patologie nei maiali, ma che possa causare malattie negli esseri umani».
In conclusione, «i risultati attuali suggeriscono che organi e cellule di maiale geneticamente modificati potrebbero effettivamente rappresentare un’alternativa valida alla controparte umana. Tuttavia, l’avvio di studi clinici ben progettati sembra indispensabile per affrontare tutte le domande rimaste senza risposta».
Esistono poi delle sperimentazioni che mostrano come il rene di maiale si possa trapiantare in un primate non umano (macachi, babbuini) con anni di sopravvivenza per l’animale.
Ma le domande più stringenti riguardano i tempi di sopravvivenza della persona trapiantata (oggi poche settimane o mesi), la possibilità di sviluppare malattie animali ancora non identificate, problematiche immunitarie, problematiche psicologiche da parte del ricevente di un organo animale.
Una via da seguire, peraltro percorsa in alcuni studi clinici, riguarda la sperimentazione su persone già decedute che però per le loro condizioni possono ricevere organi.
«Gli studi condotti su riceventi decedenti possono rappresentare uno strumento innovativo per generare nuove informazioni per far progredire la scienza in generale, inclusa quella relativa alla xenotrapiantazione. A questo punto, dal punto di vista cattolico romano, non vi è obiezione in linea di principio a condurre studi sui defunti come ponte verso le sperimentazioni cliniche. Tuttavia, sono necessarie ulteriori riflessioni etiche e culturali su questo modello».
La «ibridazione»
Dopo aver premesso che «lo xenotrapianto clinico è ancora un territorio inesplorato con molte “incognite” che saranno chiarite solo una volta che lo xenotrapianto sarà eseguito negli studi clinici sull’uomo», il testo aggiunge che «i dati molto convincenti e incoraggianti generati negli ultimi anni nei modelli preclinici e negli esseri umani suggeriscono che una traduzione clinica cauta dello xenotrapianto in esseri umani accuratamente selezionati, in questo momento sia moralmente ed eticamente difendibile».
Ma c’è da chiarire la questione della «ibridazione», cioè le conseguenze possibili dello scambio di organi da animale a essere umano.
«Sono necessarie modifiche al maiale e trattamenti somministrati all’umano per preparare il corpo del paziente alla ricezione dello xenotrapiantissimo. Sulla base delle prove finora, non esiste alcun cambiamento noto o atteso nel genoma o nell’identità biologica fondamentale di una persona umana che riceve uno xenoinnesto di maiale. (…)
Per quanto riguarda l’identità umana e soprattutto in considerazione di possibili discendenti, è essenziale che le attività di xenotrapianto minimizzino qualsiasi possibilità che il genoma del ricevente venga alterato o intenzionalmente influenzato come conseguenza dello xenoinnesto dell’organo o della cellula e delle procedure correlate.
Ad esempio, è di fondamentale importanza rifiutare lo xenotrapianto di quelle cellule cerebrali associate alla cognizione dagli animali nel cervello umano se l’identità personale del paziente non può essere salvaguardata; i trattamenti cellulari nel cervello volti a correggere difetti fisiologici, come il morbo di Parkinson tramite iniezione di cellule surrenali di maiale, sono molto improbabili che rappresentino tale minaccia e potrebbero essere considerati eticamente giustificabili».
Implicazioni etiche dell’ingegneria genetica
In questa parte, il testo si impegna nella ricerca di un equilibrio tra la necessità di ricorrere agli xenotrapianti e a renderli sempre più sicuri, partendo dal dato che la donazione di organi è oggi largamente inferiore ai bisogni della popolazione malata.
Si parte dal presupposto che «la transgenesi non compromette l’identità genetica complessiva dell’animale mutato o della sua specie, e riaffermando la responsabilità umana verso l’ordine creato e verso la ricerca di migliorare la salute attraverso certi tipi di manipolazione genetica».
E si raccomanda di tenere molto da conto il «consenso informato» del paziente, tenuto sotto stretto controllo per sorvegliare le reazioni e le implicazioni cliniche e psicologiche allo xenotrapianto, in un contesto in cui si richiama il ruolo dei «comitati etici» per dirimere tutte le questioni bioetiche collegate.
Una visione positiva?
Nell’insieme il documento trasmette un senso di fiducia nei confronti della scienza, pur considerando alcuni aspetti macabri. Qui alcune considerazioni sulle condizioni in cui vengono tenuti gli animali, sembrano contraddire quel passaggio, citato in precedenza, in cui si parlava di «aiuto» degli animali alla salute umana.
Si ammette infatti «che molti animali, specialmente per la produzione alimentare, sono tenuti in condizioni di vita limitate. Tuttavia, questo non ci esenta dalla responsabilità di assumerci la migliore possibile protezione animale.
L’argomento che si tratta solo di un numero molto limitato di animali è vero anche per questa fase del trattamento sperimentale. Tuttavia, se iniziasse un uso commerciale di animali geneticamente modificati, un numero molto maggiore di animali verrebbe tenuto in queste condizioni, e aumenterebbero le sfide riguardanti la sicurezza e il mantenimento del comfort e della dignità animale sotto pressioni commerciali».
Una raccomandazione finale
Il documento si conclude con una raccomandazione sul suo ambito non politico:
«Non riteniamo che questo documento debba entrare in questioni politico-legislative procedurali. Ci limitiamo quindi a sottolineare l’importanza e la desiderabilità che una convergenza sostanziale della legislazione internazionale in questo ambito debba essere raggiunta il prima possibile, attraverso un vero coordinamento a diversi livelli».
Da notare che il testo presentato il 24 marzo era già pubblico da diversi mesi e disponibile in inglese sul sito della Pontificia Accademia per la Vita. Con la conferenza stampa si è voluta dare maggiore visibilità e amplificare la necessità di una più intensa sperimentazione umana. Sarà interessante ora verificare se ci saranno reazioni da parte delle organizzazioni di difesa e protezione degli animali.





