
Titolo rivelatore, benché la rivelazione sia riservata agli ultimi fotogrammi. Di chi sono i nostri giorni?
La domanda posta all’inizio e costantemente sottesa all’azione filmica non può essere elusa dal protagonista, il presidente della repubblica Mariano De Santis, cui il ruolo impone di decidere. Due domande di grazia giacciono sul suo tavolo, di due condannati rei confessi d’omicidio intenzionale. E la legge sull’eutanasia attende da tempo la sua firma. Potrebbe esimersi lasciando trascorrere in «tempi di riflessione» il semestre bianco, per poi passare la mano all’amico-rivale ben più risoluto di lui che aspira alla successione.
Così il tempo trascorre pigramente negli interni sontuosi e cupi del Quirinale, nella scansione rassicurante del cerimoniale quotidiano, nell’evasione – ora reale ora sul fil di ragno della memoria – in paesaggi agresti immersi nell’inconsistenza della nebbia, in un’osmosi spazio-temporale.
Non a caso i dubbi in cui si dibatte De Santis – che cerca giustizia nello iato fra diritto e clemenza, che rifiuta di scegliere tra l’essere «assassino per alcuni e torturatore per altri» – riguardano temi fortemente contingenti e controversi. Ma non è la contingenza che interessa al regista. Gli preme l’uomo e la verità che lo riguarda.

Film forte, nel senso tutto filosofico di un percorso che assume il pensiero debole, quello dell’incertezza e del dubbio, lo attraversa senza sconti e approda a un esito non teoretico ma pratico, indotto dal pulsare della vita.
Film etico, in quanto rileva nella scelta etica i limiti della verità e del diritto, per misurarsi infine con la persona, corpo e anima, storia e progetto: è l’incontro coi detenuti a decidere, abbattendo ogni diaframma, è l’agonia dolorosa dell’amato cavallo a determinare una svolta.
È un film etico che non rinuncia, anzi indulge alla dimensione estetica, a quell’ossessiva ricerca formale che caratterizza il cinema di Sorrentino, denso come sempre di simbolismi e rimandi. Qui, tuttavia, nessuna delle spinte – teorica etica estetica – prevale, perché una forma possibile di equilibrio è finalmente ravvisata nell’umanità concreta del protagonista.
Film sulla vecchiaia, viaggio a tappe nella memoria di un uomo che tira i remi in barca ma ancora non rinuncia ad esserci, magari per beffare l’amico insincero truffandogli l’elezione per un solo voto, o per sorridere, con divertita disillusione, alla vita che urge nelle falcate di un’ammiccante valchiria lituana. Ugualmente iconica la scena del vegliardo presidente portoghese in visita al Quirinale, travolto al ralenti dall’improvvisa bufera e tuttavia resistente.
Film sull’amore e sul suo mistero. Aurora, la moglie compianta, è donna-angelo che incede con dantesca dignità senza appoggiare i piedi per terra. Aurora è vita, colore, sapore, «è la donna perfetta per me», ma la gelosia retroattiva mette a nudo la terrena fragilità del presidente, lo cementifica e gli erode la passione, conferendogli l’habitus della prudenza come inazione e dilazione. Film sul dolore, anche, e sul potere catartico delle lacrime.
Film sull’amore che trascende il tempo e supera l’abisso scavatosi tra un padre e i suoi figli: per amarsi, forse, non è necessario comprendersi. Già, perché «c’è un tempo in cui i figli devono seguire i padri e un tempo in cui i padri devono seguire i figli», fidarsi di loro.

È un film pensoso, ma non è un film lento.
L’azione c’è, le vicende s’intrecciano, le sorprese non mancano, tanto che lo spettatore è avvinto e si mette in gioco. Parlano i lunghi silenzi, parla la maschera dolente di Servillo, ora percorsa da una nota divertita, provocano i dialoghi, tutti essenziali senza ridondanze, sia coi principali interlocutori del presidente (la figlia giurista, tanto fida e risoluta consulente quanto donna irrisolta; la storica amica, improbabile critica d’arte dall’eloquio-turpiloquio senza filtri e dal bonario cinismo; l’amico-rivale vero o presunto nella vita e nella carriera) sia con le figure di contorno eppure necessarie: il corazziere-confidente, il generale troppo sincero, il tronfio presidente del consiglio, il segretario antipatico…
Il registro solenne è sapientemente interrotto dall’irruzione irriverente di momenti esilaranti, come a dire che non prendendosi troppo sul serio meglio si guadagna la lucidità della distanza.
Dirompenti le scelte musicali che segnano il superamento della ritualità formale − in quanto rassicurante comfort zone −, interferendo con l’etichetta che segna la vita al Quirinale. Alla solennità maestosa, alla spaventosa profondità della musica sinfonica subentra allegra e incoerente la logorrea ritmata del rapper. E il piede del presidente si scopre a battere il tempo, le sue labbra a incurvarsi nel sorriso.
Ci vuole coraggio («coraggio» è parola che ricorre) per osare temi come quelli citati in un’unica opera che voglia essere – ed è, in effetti – coerente, organica e senza sbavature. Ci vuole coraggio a domandare, e soprattutto a rispondere: il regista, infatti, a suo modo risponde, ed è questo il lato più sorprendente nell’era del dubbio e delle liquide non-verità. Ci vuole Sorrentino, appunto, cui non difettano capacità di osare e self-confidence. Sarebbero supponenza o temerarietà difficili da perdonare, se il risultato non fosse, come è, parecchio convincente.

Il presidente di Sorrentino non trova la verità, la quale si colloca sempre oltre (che bella parola «aldilà»! avrà a dire De Santis), ma approda finalmente a uno stato di grazia. Sperimenta infatti la bella leggerezza di chi può librarsi nel vuoto siderale – come fa De Santis nella stazione spaziale –, avendo perso gravità nell’attraversare e superare le nebulose del dubbio.
Dopo aver consacrato la vita a cercare la verità nei meandri del diritto penale e nelle pieghe della propria esistenza, ne assorbe alfine l’inattingibilità, il mistero, senza per questo esimersi dall’azione, dalla responsabilità, dalla decisione. La grazia è il suo premio.
Lo stato di grazia è confidato non a caso alla direttrice di Vogue, sacerdotessa dell’effimero. Lei chiedeva solo un’intervista sulla moda, e a lei, che pure comprende e ringrazia, è regalato l’effetto sorpresa di un traguardo raggiunto e di una decisione inaspettatamente assunta.
Anche il regista vuole la sua parte di divertimento. Così, sullo sfondo di Trinità dei Monti, l’ex presidente torna a casa a piedi, seguito da compite guardie del corpo e preceduto da un buffo e inquietante robot-poliziotto, mentre Sorrentino ammicca beffardo alla critica che dovrà sceverarne le valenze simboliche.
Quasi superfluo rimarcare il contributo d’un grande Toni Servillo, gigante nella sua maturità interpretativa, e degli altri felicissimi interpreti.

Al termine della proiezione immaginiamo un’improvvisa e incongrua interferenza percettiva: ecco che ai volti assorti degli spettatori in sala si sovrappone la sguardo attonito e stranito di un Trump – o d’uno qualunque degli strapotenti autocrati che si danno a spartirsi la terra a gomitate – che, fortunosamente costretto a sorbire tutti i 131 minuti del film, si chiede incredulo se il mondo-altro appena rivelatogli sia preistoria o fantascienza, se quell’uomo schiacciato dal peso di una firma sia un marziano o appartenga a una specie estinta.






Film complesso e interessante, sicuramente da vedere. In merito alla domanda del titolo io rispondo senza dubbio che “i nostri giorni” sono, appunto, nostri. I miei giorni sono miei, la mia vita è mia e solo io ho il diritto di disporne come credo, perciò sono favorevole all’eutanasia e al suicidio assistito liberamente scelti dal diretto interessato quando si trovi in una condizione di sofferenza che non lascia nessuna speranza di tornare a una vita dignitosa.
Aggiungerei che la domanda – da cui parte questo commento – è centrale: di chi sono i nostri giorni? Però nel film, alla fine, c’è anche la risposta. Ed è altrettanto importante. Dopo aver svolto il filo del racconto, espressi i dubbi esistenziali, incontrate le due persone che hanno avanzato la domanda di grazia, chiarito le questioni sul suo matrimonio e sulla sua ‘depressione’, il Presidente-Servillo-Sorrentino risponde alla domanda: i nostri giorni sono nostri. Qui è la questione che è al centro della sensibilità di oggi e che troppa Chiesa si ostina a non considerare o a considerare in modo ideologico. I giorni sono nostri. La risposta è parte integrale del libero arbitrio: o c’è o non c’è, una terza soluzione non è possibile. Certamente le istituzioni hanno una parte da svolgere nel fornire spunti di riflessione e formazione. Ognuno di noi ha il dovere di formarsi ed informarsi. Ma alla fine, i giorni sono di ognuno di noi. Questo è il punto dirimente. Quindi invece di affannarsi in battaglie ideologiche, meglio sarebbe – per la Chiesa, ad esempio – cercare di comprendere i mutamenti culturali e di mentalità e attrezzarsi per un dialogo serio, sensato, autentico, senza steccati e senza partire da piedistalli preconfezionati – qui la verità, lì l’errore – che non reggono più.