“Evangelii gaudium”: la diocesi di Roma a convegno

di:

laterano

Convegno Diocesano
in occasione del X° anniversario
dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium

Basilica di San Giovanni in Laterano, 25 novembre 2023

Sabato 25 novembre 2023, in occasione dei dieci anni dalla pubblicazione della esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco, il Vicariato di Roma ha convocato un convegno diocesano celebrato nella Basilica di San Giovanni in Laterano. «Papa Francesco ci ha indicato una strada che, pian piano, lungo questo decennio, si è sempre maggiormente delineata, anche in mezzo alle difficoltà della storia. Siamo stati esortati fortemente ad una trasformazione missionaria della Chiesa, maggiormente consapevoli delle sfide del mondo attuale e delle tentazioni che vogliono ostacolare la diffusione del Vangelo», ha scritto il Cardinale Vicario Angelo De Donatis nel convocare l’evento. «Ora, dieci anni dopo la Evangelii Gaudium, tutta la comunità diocesana di Roma è invitata a partecipare a una mattinata di ascolto e di riflessione sulla nostra ricezione di questa esortazione apostolica, per verificare insieme i passi compiuti nella direzione della “conversione pastorale”». Pubblichiamo gli Atti del convegno diocesano.


«Introduzione ai lavori del Convegno»

 

Ricordo con chiarezza che, quando Papa Francesco rese pubblica l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (il 24 novembre 2013), il documento ricevette immediatamente un’accoglienza entusiasta da molti sacerdoti e laici della nostra Diocesi.

Circolava la voce che il Papa stesse lavorando ad un’enciclica sul tema dell’opzione preferenziale per i poveri (si era diffuso persino il titolo: Beati pauperes); invece comprendemmo subito che il documento aveva una portata ancora più grande (pur contenendo al suo interno una parte dedicata a “l’inclusione sociale dei poveri”: nn. 186-216): era il testo programmatico del pontificato di Francesco.

Ci rendemmo conto fin dalla prima lettura che l’intenzione dell’Esortazione era esplicitamente «performativa»: non un documento da archiviare dopo un po’ di tempo, ma capace di attivare un processo, un cammino ecclesiale, quasi conducendoci per mano. Potremmo dire che il documento conteneva quasi la mappa di un percorso, e i suoi diversi capitoli risultavano utilissimi per vivere le diverse tappe.

Il cammino proposto era senza dubbio coraggioso: fin dal primo capitolo Papa Francesco sottolineava che tutti i cristiani sono chiamati ad una conversione pastorale missionaria, ed entrava immediatamente nel merito di questi “tutti”: non solo i singoli fedeli, ma anche le parrocchie, le comunità ecclesiali, le diocesi e i vescovi,  il papa e la curia romana erano chiamati ad una trasformazione che le rendesse più adatte alla missione, una trasformazione che non avrebbe lasciato le «cose come stanno». Questo perché fosse sempre più evidente che la Chiesa esiste per la missione: l’annuncio del Vangelo e il servizio al regno di Dio.

Ricordo le riunioni del Consiglio Presbiterale che seguirono alla pubblicazione dell’Esortazione: si voleva subito mettere da parte la programmazione pastorale già avviata per lasciare spazio alla meditazione di Evangelii Gaudium. Il testo era molto ricco, apriva prospettive nuove che dovevano essere ben comprese, meditate per essere assimilate. I capitoli che divennero dapprima oggetto di riflessione per i sacerdoti della Diocesi di Roma furono quelli relativi all’omelia e alla sua preparazione, come anche il paragrafo delle culture urbane, che rappresentano una sfida per l’evangelizzazione.

Ma non era così (cioè scegliendo alcuni temi tra altri e facendoli diventare oggetto di riflessione), che avremmo potuto accogliere l’Esortazione in tutta la sua potenzialità dinamica. Dovevamo accogliere l’invito del Papa e far diventare il documento il motore di un cammino di vero rinnovamento ecclesiale. Questa era la sfida. Ma attenzione: sarebbe stato così necessario avventurarsi in un processo di rinnovamento autenticamente spirituale, prima ancora che delle strutture, degli atteggiamenti profondi della vita dei cristiani e delle nostre comunità. Qualcuno parlò di esercizi spirituali permanenti a cui Evangelii Gaudium ci avrebbe (felicemente) «costretti». La conversione sarebbe stata così una vera «conversione», un ritorno al Signore e al primato della sua Parola e dell’azione dello Spirito.

D’altra parte nel titolo stesso dell’Esortazione Papa Francesco sottolineò che tutto parte dall’incontro con il Signore Risorto, un incontro che ci riempie di gioia, e che ci immette nel dinamismo della missione insieme con i fratelli della comunità cristiana, per annunciare a tutti una buona notizia sulla vita. È un incontro che va continuamente rinnovato perché rappresenta la motivazione profonda di tutto il vivere e agire ecclesiale.

Personalmente compresi che il cuore del documento era in realtà l’ultimo capitolo, «Evangelizzatori con Spirito». Lì venivano indicati alcuni atteggiamenti che grazie al cammino ecclesiale sarebbero maturati nei cristiani: la gioia dell’incontro personale con l’amore di Gesù che salva, il piacere spirituale di essere popolo e di camminare come popolo (la sinodalità); la capacità di discernere l’azione misteriosa del Risorto e del suo Spirito nella Chiesa e nel mondo (il discernimento); Papa Francesco aggiunge: la forza missionaria dell’intercessione, del pregare gli uni per gli altri.

Fissammo un cammino di sette anni, dal 2018 al 2025, in cui l’Esortazione ci avrebbe accompagnato in ciascuna delle tappe. Il paradigma dell’Esodo fu scelto come riferimento biblico, perché eravamo consapevoli che il Signore voleva farci fare un cammino di libertà, di scoperta della nostra dignità di figli di Dio, di superamento delle idolatrie, di ripartenza e di rinascita, da «gente raccogliticcia» a Popolo di Dio.

Ogni capitolo dell’Esortazione ci avrebbe fatto da guida. Soprattutto il secondo capitolo, quello delle tentazioni degli operatori pastorali, ci aiutò a fare una verifica seria degli atteggiamenti di fondo che facevano da ostacolo all’azione dello Spirito; il Giubileo della misericordia ci aiutò a comprendere il primato dell’amore di Dio che scioglie la durezza del cuore e lo attrae a sé con la sua grazia. Quelle «tentazioni» rappresentavano davvero, con un’aderenza alla nostra realtà che ci sorprese, quei «ripiegamenti» in cui eravamo caduti e che noi interpretavamo semplicemente come «stanchezze»; in realtà non era una stanchezza «buona», ma una caduta di tensione spirituale, un venir meno del senso della presenza del Signore, della sua azione misteriosa nella vita degli uomini.

La necessità di camminare insieme con tutte le Chiese, partecipando al Cammino Sinodale cominciato nel 2021, non ha fatto altro che spingerci ancora di più nella direzione di questa conversione radicale. Nel bellissimo discorso del 18 settembre 2021 Papa Francesco ci ha tracciato la linea di un nuovo cammino, aperto e coraggioso, in totale continuità con quello che avevamo compiuto. Ci ha chiesto di essere determinati nell’uscire dalle nostre comunità, di metterci in relazione di amicizia e di ascolto di tutti, di essere sempre più Chiesa degli Atti degli Apostoli, che vive nella storia sempre in ascolto della Parola di Dio e in solidarietà con gli uomini. Una Chiesa che discerne la volontà di Dio nelle vicende della storia, sempre consapevole di essere guidata dallo Spirito. È proprio questo abitare nella storia degli uomini, senza rinchiudersi e ripiegarsi, che la spinge a rendere sempre più vera e piena la sua missione. La riforma in senso sinodale della vita del Vicariato, favorendo la comunione e la partecipazione di tutti, sono al servizio di questo rinnovato slancio missionario di tutti i cristiani di Roma.


«Lectio divina sul brano di Luca 24,13-35»

 

Abbiamo scelto di far precedere le riflessioni su Evangelii Gaudium da una breve meditazione sul brano dei discepoli di Emmaus che sta guidando il cammino della nostra diocesi e quella della Chiesa italiana.

La ragione di questa scelta risiede nella necessità che avvertiamo di un attento discernimento comunitario e di come questo possa realizzarsi sempre e solo dalla Parola di Dio. Non una Parola che noi leggiamo sapendo già cosa dobbiamo farle dire; ma una Parola che – al contrario – ci legge e ci offre i criteri per tentare di capire la storia travagliata della nostra umanità e per rintracciare in essa le impronte di Dio e le tracce del suo agire salvifico.

Considerando alcuni aspetti dell’episodio dei due discepoli di Emmaus cercheremo di interrogarci sulle piste di conversione e di rinnovamento proposte ormai dieci anni fa da Papa Francesco in Evangelii Gaudium; in particolare la nota della gioia come cifra dell’accoglienza e della testimonianza del Vangelo, la trasformazione missionaria della Chiesa, il suo costante essere in uscita attraverso una pastorale che si fa carico delle attese di speranza e i carichi di sofferenza dell’umanità in una logica di costante incarnazione; l’impegno a riconoscere le crisi dell’impegno comunitario e le sfide del mondo attuale con particolare attenzione alle povertà e ai poveri.

L’auspicio è che il brano di Luca ci faccia ardere il cuore al punto da verificare come oggi stiamo vivendo il Vangelo attraverso quella particolare pista di attuazione che ci ha offerto il testo di Evangelii Gaudium.

Il tempo a mia disposizione è breve. Ho scelto, pertanto, solo alcune suggestioni del testo lasciando il resto alla riflessione personale.

Il brano, come sappiamo, si colloca nel contesto della Pasqua. I versetti precedenti raccontano l’incontro delle donne al sepolcro con due uomini che si presentano in abiti sfolgoranti. La domanda che questi pongono verte sul tema della ricerca e della memoria; i due chiedono: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea» (Lc 24,5-6). Le donne e i discepoli erano stati insieme a Gesù; avevano vissuto con lui un’ordinaria quotidianità e momenti straordinari; erano stati testimoni diretti di miracoli, guarigioni, incontri; avevano ascoltato la buona notizia del Regno ed erano rimasti colpiti da quel giovane Rabbì che parlava e agiva con autorità, che raccontava un evento – la venuta del Regno – che lui stesso testimoniava con la vita.

Col sopraggiungere dei giorni della passione il Vangelo della gioia sembrava aver ceduto il posto alla cronaca di una triste sconfitta. La violenza spropositata di quei momenti e l’agire concitato della folla avevano cancellato nei discepoli la bellezza di quella Parola che scaldava il cuore; tutto era stato spazzato via con una velocità inaudita. Unico scampolo di speranza quelle donne che si recano al sepolcro per compiere gli ultimi riti sul cadavere del Maestro.

Da questa composizione del luogo ricaviamo una domanda che ha abitato il cuore di quelle persone nelle quali ci possiamo specchiare: ma che fine hanno fatto le parole e le promesse di Gesù? Dov’è Lui visto che si costata solo confusione e disordine? Come fare a conciliare la venuta del suo regno con quello che ogni giorno di male produce il regno degli uomini? Cercare e ricordare. Questi due verbi vorrei offrire come altrettante chiavi di lettura del testo e della situazione che viviamo oggi.

Provo a entrare nella Parola sovrapponendo la situazione dei due con la nostra mentre invito tutti a immedesimarci nei due viandanti, accogliendo i loro stati d’animo per tentare di aprirci – sempre in loro compagnia – alla sorpresa del Risorto.

Il primo verbo: cercare

I due di Emmaus avevano smesso di cercare. La rassegnazione aveva preso il sopravvento e con essa la tristezza e un incedere confuso che aveva spento l’impegno per il mandato missionario; i due accarezzavano soltanto il ritorno a casa, alle cose di un tempo, alle poche certezze che potevano bastare per riempire l’ordinario.

Cercare Gesù oltre l’evidenza della morte era certamente difficile ma anche quell’evento era stato illuminato dalle sue parole. Il Maestro aveva anticipato ogni singolo gesto riguardante la sua fine prima della Risurrezione: «Il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (Mc 8,31).

Quelle parole ripetute più volte erano state dimenticate con il conseguente risultato che i fatti degli ultimi giorni apparivano come l’unica verità sul Nazareno. I due discepoli lo confessano candidamente: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (Lc 24,21). Sono bastati solo tre giorni per far crollare la speranza.

I due viandanti sono attraversatati da un profondo smarrimento. La decisione di andare verso Emmaus è figlia di pensieri tristi, segnati da quella rassegnazione che porta a dire: «Non c’è più nulla da fare! Tanto vale tornare alle cose di un tempo». Smarrimento, rassegnazione, tristezza, delusione, sconforto, amarezza, senso di abbandono, fallimento…avranno attraversato il cuore e il corpo dei due discepoli i quali nello stesso istante in cui hanno smesso di ricercare il Maestro hanno perso il senso della loro vita.

All’origine della loro esperienza vi era stata la proposta di Gesù: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatore di uomini». In quei tre anni, tra alti e bassi, tra incomprensioni, slanci e paure non avevano mai smesso di cercarlo e di confrontarsi con Lui. Adesso no. Dentro quel sepolcro insieme al corpo del Maestro avevano lasciato anche la voglia di cercarlo.

Ed è qui che arriva la prima, sconvolgente nota del racconto, che ha tutto il sapore di un miracolo. Nel momento stesso in cui hanno smesso di cercarlo, si sono visti cercati: «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro» (Lc 24,15). Più che cercatori si scoprono cercati, più che desiderosi desiderati, più che amanti amati. E tutto nel momento peggiore della loro vita e nel punto più basso del loro discepolato.

In quella naturale sovrapposizione di soggetti che crea la Parola di Dio viene facile pensare alla nostra situazione; quante volte con toni e parole diverse ci siamo raccontati il nostro di smarrimento, l’incapacità a capire molte cose, la confusione dentro un mondo confuso e sempre più distante dal Vangelo? Il disappunto su alcune scelte o il giudizio su fatti ed eventi probabilmente descrive la nostra voglia di andare verso Emmaus. Il senso di impotenza rispetto a fenomeni più grandi delle nostre forze pian piano blocca la voglia di futuro e spegne l’amore di un tempo. E subito arriva la domanda fatidica: «Che dobbiamo fare?».

Mettendoci alla scuola dei due discepoli di Emmaus impariamo che i momenti più bui possono diventare quelli più luminosi non se facciamo qualcosa ma se permettiamo a Lui di venirci a cercare li dove siamo e nello stato d’animo che stiamo per vivere. Il brano ci mostra quello che altrove afferma l’autore della lettera agli Ebrei quando scrive che il Signore non si vergogna della stirpe di Adamo. Non si vergogna di noi. Anzi. A Lui piace venirci a cercare.

«Che sono questi discorsi che state facendo?». Lo ripete anche a noi. «Che sono questi discorsi? Raccontatemi la vostra delusione; tirate fuori la rabbia o l’amarezza. Io sono qui; vi ascolto». Lui viene a cercare i nostri pensieri limpidi e quelli tortuosi; le nostre parole costruttive e quelle poco caritatevoli; le nostre posture ordinate e quelle sconnesse. Ci viene a cercare perché ci ama e per ricordarci che non siamo noi i protagonisti della fede, del discepolato o della Chiesa; Lui è l’unico Salvatore e le nostre azioni hanno un senso solo se seconde rispetto alle sue e riflesso fedele di ciò che continua a realizzare.

Ecco, dal brano dei discepoli di Emmaus la prima perla che raccogliamo è quella di sentirci cercati anche nei momenti in cui abbiamo smesso di cercarlo; di fermare tutto – un po’ come abbiamo fatto stamattina – e di sentire che Lui in persona, nella concretezza del suo essere, si mette accanto a noi e ci ascolta, ci usa pazienza, si lascia prendere per straniero, si fa nostro compagno di viaggio anche quando la direzione intrapresa è quella sbagliata.

Questa è la gioia del Vangelo. E quando avremo fatto quest’esperienza di Lui non smetteremo mai ci cercarlo. Non perché bravi ma perché, come il Figlio della parabola, abbiamo finalmente gustato il suo abbraccio di misericordia nonostante le nostre infedeltà.

Il secondo verbo è «ricordare»

Dopo aver accolto l’amarezza dei due discepoli e aver posto loro qualche domanda per andare in profondità, Gesù prende la parola e lo fa con toni forti: «Stolti e lenti di cuore nel credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui» (Lc 24,25-26).

Quello del Risorto è un vero e proprio richiamo, nel senso più bello del termine. Li raggiunge con la sua presenza amica e li riacciuffa in modo energico con delle parole che hanno il sapore di una seconda chiamata.

Li chiama di nuovo; li ri-chiama. I fatti del Golgota avevano cancellato le parole dette con autorità dal Maestro, facendo dimenticare una pedagogia che passava dalle parole e dai gesti, sempre uniti in modo mirabile, in modo che le prime spiegavano i secondi (i gesti) e il significato di questi venisse esplicitato in modo univoco dalle parole (cf. Dei Verbum).

Il Risorto individua la radice della stoltezza e della lentezza del cuore nella perdita di una memoria abitata dalla Parola illuminante del Maestro. I due hanno smarrito il senso della loro identità e, adesso anche il senso, la direzione dei loro passi è sbagliata. Allora bisogna ricordare; bisogna cioè riannodare cuore e mente con parole dette in passato ma il cui significato illumina e spiega il presente. La tentazione di ogni credente è quella di decodificare il presente soltanto con le parole di oggi; tentare di capirci qualcosa in più ricorrendo a categorie offerte dalla logica degli uomini, ritenendo anche la Parola di Dio non adatta a spiegare i fenomeni che si stanno per vivere. I due di Emmaus pensavano che i fatti di cronaca fossero sufficienti a spiegare il tutto, con l’esito evidente di uno smarrimento generale.

E qui ritorna il tema del discernimento posto al centro del cammino pastorale di quest’anno. Siamo tutti consapevoli che è difficile capire il tempo che stiamo per vivere; capire le dinamiche ecclesiali, il disinteresse diffuso da parte di tanti fedeli, il disagio di tanti che qualche volta è anche nostro.

Il rischio è quello di decifrare le cose degli uomini con categorie prettamente umane, per lo più generiche o approssimative, tendenti a conclusioni veloci che pongono qualcuno che ha ragione da una parte e qualche altro che sbaglia dall’altra, quasi si trattasse di una partita di calcio.

Le parole del Risorto ci dicono chiaramente che se non permettiamo alla Parola di essere eccedente rispetto agli eventi, rischiamo anche noi di non capirci nulla e di andare nella direzione sbagliata. Allora bisogna andare indietro con la memoria nutrita dalla Parola di Dio per andare avanti con la vita. Recuperare tutto ciò che si riferisce al Maestro per fare esegesi della storia, tirandone fuori il significato nascosto e per vedere anche dentro i fatti più tristi i germi del Regno dei Cieli.

Quanti oggi si interrogano sulla Chiesa e sul suo rapporto con la storia riconoscono che una delle priorità è rimettere al centro la Parola attraverso quell’esercizio che prova ad accostare questa alla storia, mantenendola come bussa e come criterio di giudizio. Una Parola letta, ascoltata, meditata, assimilata fino ad acquisire il modo di pensare di Dio, il suo stile. Una Parola alla quale lasciare spazio e tempo sia a livello personale che comunitario. Darle la precedenza affinché come una bussola orienti le nostre parole e nostre scelte.

La dinamica del testo mostra come da qui in avanti cambia tutto. I discepoli iniziano ad aprire gli occhi della mente; si mettono in ascolto e comprendono il significato pieno di ciò che è accaduto. Cambia la loro postura e cambia anche il loro linguaggio. Le parole del Maestro hanno riacceso il desiderio e sebbene non sia ancora chiara l’identità del compagno di viaggio intuiscono che quella presenza e quella Parola hanno dato una luce diversa ai fatti drammatici della croce.

Gli eventi raccontati rimangono li – come accade a noi con i fatti di ogni giorno – ma è cambiata la prospettiva e la comprensione. «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Il Maestro, finalmente riconosciuto nel gesto dello spezzare il pane, scompare dalla loro vista. È interessante il capovolgimento della trama: quando non lo conoscono Lui si rende presente, ascolta, parla e spezza il pane. Quando lo riconoscono scompare. O meglio, continua ad esserci insieme a discepoli che hanno il cuore che arde, che ricordano illuminati dalla Parola e si fanno missionari della buona notizia «partendo senza indugio e narrando ciò che era accaduto lungo la via e come lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (Lc 24,35).

Anche questo secondo aspetto mi sembra molto interessante e utile per il nostro cammino. Non smettiamo di lasciarci ri-chiamare dal Maestro perché molte delle nostre analisi e dei nostri giudizi sono elaborati senza tener conto della Parola e a prescindere da essa.

Avvertiamo tutti il bisogno di metterci alla scuola del Maestro affinché corregga la nostra stoltezza con la sapienza della sua Parola, con Lui che è Sapienza incarnata e rimetta in movimento i nostri cuori lenti e a tratti induriti con la Sua Parola che scalda il cuore e fa ripartire la dinamica salvifica del discepolato. La gioia del Vangelo è scoprire un Maestro che non si stanca di noi e non si ferma davanti alle nostre soste ma ci raggiunge e ci dona se stesso, Parola di verità che illumina il nostro cammino.

Con queste due chiavi di lettura avviamo la nostra riflessione su Evangelii Gaudium il cui primo numero costituisce, a mio avviso, la saldatura tra la parola meditata e la riflessione del nostro Vescovo, il Papa Francesco:

«La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia indicare vie per il cammino della chiesa nei prossimi anni».


«I segni dei tempi: una responsabilità pensosa»

 

Come tutte le espressioni molto usate (a volte anche abusate) l’espressione «segni dei tempi» merita nuovi approfondimenti che ne conservino la pregnanza e la forza anche nel nostro ricercare e operare. Il X anniversario della Evangelii gaudium è un’ottima occasione per farlo. Ripartiamo dal brano evangelico:

«I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro: «Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona». Li lasciò e se ne andò» (Mt 16, 1-4).

I farisei e sadducei chiedono un «segno dal cielo» e Gesù risponde citando «i segni dei tempi» e, solo dopo, fa riferimento al «segno» della sua persona. Ma andiamo in ordine. La domanda di farisei e sadducei è un classico del contesto profetico: se il profeta annuncia cose nuove, una dottrina particolare o invita a un cambio personale e comunitario, deve portare un «segno» che avvalori quanto dice e fa.

Gesù sposta lo sguardo. Si parte dalla natura e riconosce che noi tutti siamo capaci di «leggere» la natura (forse oggi un po’ meno!) ma non i segni dei tempi. Perché questa incapacità? E’ solo dei farisei e sadducei o anche nostra? Siamo anche noi «malvagi, adulteri» che «pretendono» un segno? Gesù lascia anche noi per questa incapacità di leggere i segni dei tempi?

Il Vaticano II quando parla di «segni dei tempi» ci ricorda che l’attenzione ad essi è un «dovere permanente». Cosi il testo: «Per svolgere questo compito [del continuare l’opera di Cristo, ndr], è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo…» (Gaudium et Spes, 4).

Ma cosa vuol dire scrutare? Penso che, soprattutto oggi, scrutare voglia dire, prima di tutto, farsi strada nella complessità. Il mondo contemporaneo è complesso e, spesso, anche complicato. Complessa è ogni realtà che per essere letta e compresa ha bisogno di più parametri interpretativi.

Diciamolo con un esempio: in una cultura monolitica bastavano uno o due paia di «occhiali» per «vedere» la realtà; in una realtà complessa ne servono cinque, sei o più. Ogni fenomeno umano va studiato incrociando le competenze, cioè usando strumenti culturali che attingono ai diversi saperi che investigano sulle realtà umane: l’antropologia, l’etica, la teologia, la sociologia, la psicologia, la scienza politica, il diritto, l’economia.

Pertanto, soprattutto educatori e intellettuali, non sono chiamati ad avere tutte le competenze – pretesa inconsistente e sciocca – ma una capacità di sintesi per aiutare l’interlocutore, specie se educando, a dotarsi di una mappa per districarsi nei vari labirinti culturali, sociali, politici, economici e su cui, se vuole, costruire la propria personale competenza, essenziale per interpretare il mondo «alla luce del Vangelo» (GS, 4), per vivere bene e fare del bene.

Non a caso Paolo VI, in un‘udienza (8 gennaio 1964), precisa: «Gli spiriti intelligenti e pensosi che sanno cercare e decifrare «i segni dei tempi», come dice Gesù (Mt 16,4)». Intelligenza e pensosità sono necessarie, indispensabili per capire i segni dei tempi, nella complessità odierna. Certamente la dipendenza dai social media e dalla TV spazzatura non aiutano intelligenza e pensosità, anzi spesso le mortificano e distruggono.

Ancora Paolo VI ritorna sul tema aggiungendo: «Una caratteristica che ci pare essere quella della Chiesa di oggi: il bisogno che è evidente in chiunque studia i segni dei tempi, cioè il bisogno di intensità…» (5 marzo 1977). Il bisogno di intensità, a mio modesto parere, oggi potrebbe riferirsi alla pregnanza delle nostre parole nelle omelie, catechesi, messaggi ecc.

Non a caso una parte cospicua della Evangelii gaudium (nn. 135-159) è dedicata all’omelia come momento privilegiato del comprendere e comunicare pastorale. E, relativamente ai segni dei tempi, il testo precisa: «Esorto tutte le comunità ad avere una sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi (Ecclesiam suam). Si tratta di una responsabilità grave, giacché alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui è poi difficile tornare indietro» (EG, 51).

Chi scruta e comprende i segni dei tempi è un doppio soggetto: la persona e la comunità. E, in maniera implicita, il testo di papa Francesco, evidenzia il rischio che porta l’assenza di comprensione dei segni dei tempi: determinare processi di disumanizzazione. Credo che essa sia molto simile alla «malvagità e adulterio» del testo evangelico.

La lettura dei segni dei tempi avviene nel segreto della nostra ricerca e riflessione personali, come anche nel discernimento comunitario dei nostri gruppi e comunità diocesane e parrocchiali. Gli occhi della nostra mente e le antenne del nostro cuore si orientano a scrutare i segni dei tempi nei tessuti vitali, religiosi o profani che siano, uscendo dal «chiuso» dei nostri ambienti cattolici e aprendoci al territorio, alla città, al mondo.

I numeri 71-75 sono molti stimolanti per riscoprire questa apertura al mondo circostante, alle città in cui viviamo. Le città: quelle che La Pira definiva come «libri vivi della storia umana e della civiltà umana: destinati alla formazione spirituale e materiale delle generazioni venture» (Discorso tenuto al Convegno dei Sindaci delle capitali di tutto il mondo, Firenze, 2 ottobre 1955).

Il libro vivo in cui viviamo e operiamo, cioè la nostra città (piccola o grande che sia), non è altro da noi, quasi un oggetto di studio astratto o ideale, ma è il luogo, come insegna Aristotele, dove la mia natura sociale si esplica, la mia maturità si perfeziona, la mia famiglia vive, dove lavoro, dove partecipo al governo di essa, dove divento attore culturale e sociale e cosi via.

Papa Francesco sintetizza: «La pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città» (EG, 71). Nella città, vivere senza discernere i segni dei tempi, da solo e in gruppo, è solo una folle malvagità e un modo di vendere se stessi al più bieco individualismo.

Ancora la Pira: «Le città restano come riserve mai esaurite di quei beni umani essenziali – da quelli di vertice, religiosi e culturali, a quelli di base, tecnici ed economici – di cui tutte le generazioni hanno imprescindibile bisogno». Non leggendo i segni dei tempi non solo disubbidiamo al comando evangelico ma rischiamo di perdere i «beni umani essenziali». Essenziali per me, per il mio gruppo, per il Regno che è già in mezzo, ma non ancora pienamente.

«Dio – scrive papa Francesco – vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso» (EG, 71).


«La centralità dei poveri nel magistero di Francesco»

 

«la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna
dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (EG, 47)

Fin dalla scelta del nome «Francesco», il tema della povertà ha assunto una centralità indiscussa nell’attuale pontificato, quasi un codice genetico per quelli che sono stati finora i principali atti del magistero di papa Bergoglio.

Nel Messaggio che, nel 2017, presentava la prima ricorrenza della Giornata mondiale dei poveri, Francesco descriveva la povertà come

«una vocazione a seguire Gesù povero. […] un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. È la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia»1.

Conserviamo nella memoria varie icone mediatiche che ci hanno mostrato Francesco nell’atto di esplicitare e trascrivere nella storia contemporanea il significato religioso e politico che la testimonianza della povertà assume nella sua drammatica attualità: il primo viaggio lontano da Roma con la visita all’isola di Lampedusa nel luglio 2013; la lavanda dei piedi ai detenuti di Rebibbia durante la celebrazione del venerdì santo del 2015 e, nel novembre dello stesso anno, l’apertura della Porta Santa del Giubileo della Misericordia, a Bangui.

Tra le molteplici immagini che ci tornano alla memoria, vorrei recuperarne una che scelgo come punto di partenza per una riflessione sulla centralità dei poveri nel magistero di Francesco.

È il 25 marzo 2017, festa dell’Annunciazione. A Roma i capi di stato europei sono riuniti per celebrare il 60° anniversario dei Trattati di Roma che sancirono la nascita della comunità economica europea e il primo passo per la costruzione di una comunità politica tra gli stati del vecchio continente.

Il giorno prima, rivolgendosi ai capi di stato, Francesco aveva messo in luce – con una lucidità che a distanza di qualche anno appare profetica – le contraddizioni di una comunità politica che, pur facendo memoria delle ragioni della propria unità e dell’esigenza di un’amicizia capace di superare i propri confini interni, di fronte al problema delle migrazioni riaffermava la prerogativa e la necessità di quegli stessi confini:

«Laddove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari»2.

Il giorno successivo, appunto, mentre i capi di stato erano riuniti a Roma, Francesco faceva visita a Milano: ma nella città della cultura, della moda e della finanza il luogo scelto dal papa furono le cosiddette «case bianche» in Via Salomone, nel quartiere Forlanini della difficile periferia est e poi i corridoi del carcere di San Vittore. «Grazie di essere qui con noi» recitava lo striscione appeso alle finestre di Via Salomone.

Quel giorno papa Francesco lasciava la polis, nella quale erano convenuti i rappresentanti del potere politico, per spostarsi in “periferia”, dimensione che nel suo magistero ha assunto una netta connotazione teologica, richiamando peraltro quella tradizione cristiana delle riforme che va da

«Benedetto da Norcia a Francesco d’Assisi e oltre fino ad altri testimoni di età contemporanea: come per Benedetto la fuga a Subiaco aveva significato una radicale critica alla corruzione presente a Roma e come l’abbraccio con il lebbroso aveva rappresentato per Francesco d’Assisi la rottura con alcuni valori di una società che progressivamente andava fondando i suoi rapporti sullo scambio di denaro, Bergoglio ribadisce che per lui la “periferia” è la dimensione contemporanea dell’esclusione, segno della «globalizzazione dell’indifferenza» prodotta dalla cultura del benessere».3

Ma la periferia è anche il luogo dove si è condotti dalla povertà in quanto vocazione: attraverso i gesti di Francesco, infatti, comprendiamo la profondità dell’intuizione e dell’insegnamento nucleare della Evangelii Gaudium che non fa derivare la centralità dei poveri dagli obblighi della carità o dalla sollecitudine pastorale, ma piuttosto in essa riscontra una «evidenza evangelica»4, una dimensione del mistero della salvezza che, appunto, Francesco – come abbiamo ascoltato nella citazione di apertura – definisce una «vocazione».

In questo richiamo alla povertà come vocazione lo storico non può non riconnettere le parole che Paolo VI rivolse il 24 agosto 1968 ai vescovi latinoamericani riuniti in assemblea a Medellín, con cui descrisse quel momento storico della Chiesa proprio come quello della «vocazione della povertà di Cristo» come cifra della fedeltà evangelica e della credibilità della propria missione5.

Da pochi mesi papa Montini aveva pubblicato l’enciclica Populorum progressio che recepiva numerose istanze emerse da illustri protagonisti del Concilio Vaticano II e che avevano trovato parziale e frammentata risonanza nei documenti finali e negli atti conclusivi dell’assise ecumenica.

A far da impulso a quel coro di voci erano state le parole di Giovanni XXIII che, pochi giorni prima dell’inizio del Concilio, aveva dichiarato che di fronte ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presentava con il suo volto autentico, quello della «Chiesa dei poveri»6. L’espressione conobbe un’immediata fortuna mediatica che contribuì ad accrescerne la diffusione e divenne presto il nome con cui identificare un’ampia rete di vescovi e teologi che lamentavano l’assenza di una riflessione teologica sulla povertà nei documenti preparatori del Concilio.

Erano gli anni del boom economico, mentre si erano da poco conclusi i principali processi di decolonizzazione da cui era emerso il fronte dei paesi «non allineati» – il cosiddetto Terzo Mondo – rispetto ai blocchi contrapposti nella Guerra Fredda: nasceva una coscienza inedita sulla povertà a scala planetaria e sui rapporti di interdipendenza, mentre anche all’interno della Chiesa cattolica maturavano istanze diverse che si ritrovarono, fin dai primi giorni del Concilio, all’interno del «Gruppo del Collegio belga» – allora sito in Via del Quirinale – dove venivano elaborate proposte e tematiche sulla questione della «Chiesa dei poveri»7.

Vi prese parte una compagine molto composita di vescovi, non solo per la nutrita rappresentanza delle diocesi di provenienza, ma per la varietà delle istanze che essi portarono nel gruppo, riducibile a quattro tipologie: coloro che, in Europa, avevano mantenuto viva negli anni precedenti la preoccupazione per una presenza sacerdotale negli ambienti operai; gli esponenti, soprattutto latinoamericani, di un emergente fronte «terzomondista»; un discreto numero di vescovi missionari, europei per la maggior parte, titolari di diocesi africane o asiatiche, spesso in paesi da poco decolonizzati; e, infine, un più esiguo sottogruppo di prelati provenienti da paesi sotto regimi comunisti.

Elaborata e fatta circolare da Paul Gauthier, un sacerdote francese che viveva a Nazareth dove sperimentava una condivisione di vita con le masse operaie palestinesi, si era fatta strada la visione di uno scisma tra la Chiesa e i poveri da cui era derivata l’eresia del marxismo, una separazione non leggibile solo nei suoi aspetti sociali, ma comprensibile nella sua causa profondamente teologica:

Come può la sposa del Carpentiere di Nazareth essere abbigliata come una gran dama? Come può la Chiesa di Cristo farsi riconoscibile se i poveri non sono la sua prima preoccupazione? Nessuna condanna, pertanto, avrebbe riconquistato il mondo del proletariato, nessun programma pastorale avrebbe potuto invertire una tendenza di sfiducia e di allontanamento delle masse povere, ma solamente il recupero dalla ricca tradizione ecclesiale di una mistica basata sul mistero dell’identificazione tra Cristo e i poveri.

A ribadirlo con chiarezza fu uno degli ultimi interventi della prima sessione conciliare, quello dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Giacomo Lercaro, il 6 dicembre 1962, che diede una spinta propulsiva alla «Chiesa dei poveri», come attestano non solo i numerosi riferimenti sui principali periodici e quotidiani dell’epoca, ma soprattutto le varie lettere pastorali di vescovi nei mesi successivi che fecero risuonare in tutto il popolo di Dio l’affermazione della povertà non come una questione sociale, ma come un mysterium magnum nella storia della Redenzione da cui deriva l’esigenza di riformare costumi e apparati affinché nelle strutture divenga evidente l’«eminente dignità dei poveri», citando il titolo del celebre sermone predicato nel 1659 dal vescovo Jacques- Bénigne Bossuet.

Tra le lettere pastorali che in modo più deciso recepirono quell’istanza vi fu quella del vescovo di Milano, Giovan Battista Montini che di lì a poche settimane sarebbe salito al soglio pontificio. Montini scrisse che la Chiesa dei poveri rappresenta la dimensione storica dell’economia del Vangelo in cui il povero, «quasi un sacramento vivente», diviene soggetto messianico di una società fondata non più sulla ricchezza e il potere, ma «sul vuoto terreno della povertà cui supplisce una virtù tutta spirituale, che dall’alto soccorre e sostiene».

Nella Evangelii Gaudium inoltre rintracciamo un’ulteriore linea di collegamento con l’insegnamento di Paolo VI e di cui la «Chiesa dei poveri» fu cifra essenziale: mi riferisco a quello che l’enciclica Ecclesiam Suam del 1964 definisce «un bisogno generoso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che Cristo di sé ci lasciò, denuncia e rigetta»8.

Proprio in quell’enciclica, l’idea del rinnovamento inteso come adesione al Vangelo si sostanziava nell’immagine della Chiesa come medico dell’umanità, una vocazione su cui Paolo VI tornerà nuovamente nelle catechesi di fine anno del 1975 quando affidò alla Chiesa il compito di costruire la «civiltà dell’amore»9.

Dalla Chiesa come medico dell’umanità alla Chiesa come «ospedale da campo dopo una battaglia», la ricerca sulla «Chiesa dei poveri» avviata con il Concilio ci appare oggi come un fiume carsico che la Evangelii Gaudium fa riaffiorare con urgenza e determinazione: come alcuni vescovi alla fine del Vaticano II si ritrovarono in una delle catacombe romane per assumere precisi impegni che riflettessero il mistero della povertà nel loro ministero episcopale, oggi vediamo papa Francesco recarsi nelle nuove catacombe prodotte dalla globalizzazione dell’indifferenza, le periferie della contemporaneità.

Se per papa Montini la povertà era il segno della condizione problematica del cristiano nella modernità, per papa Bergoglio essa rappresenta la chiave di volta per comprendere e abitare la globalizzazione: per entrambi, la povertà come dimensione teologica attiene al problema della verità dell’uomo, ad un umanesimo fondato sul Vangelo. La predilezione per le fragilità e la denuncia della

«cultura dello scarto» si accompagnano in papa Francesco ad una insistente riaffermazione del primato della politica rispetto ad una economia «stonata», le cui dissonanze derivano da un funzionalismo che, nell’apertura al trascendente, può trasformarsi in fecondità; si trovano qui sviluppate le linee che Benedetto XVI aveva tracciato nella enciclica Caritas in veritate del 2009, primo documento del magistero sociale ad affrontare in maniera sistematica la questione della globalizzazione e l’internazionalizzazione della finanza.

La Evangelii Gaudium traduce il tentativo di ricollocare il cristianesimo in un mondo interconnesso, a matrice finanziaria e digitale, in cui la «fine della geografia»10 comporta l’indebolimento delle appartenenze e delle relazioni tra le persone e i popoli, mentre la «periferia» assume i connotati di uno spazio ogni volta ridefinito, nel quale donne, uomini, idee e merci si muovono seguendo percorsi spesso illegali e drammatici.

Che nella «periferia» si stia giocando il futuro dell’umanità sembra ormai affermazione ovvia: che in questa nuova città dei poveri ci sia spazio per la città di Dio, è la cifra dell’attuale pontificato.

Note

1 Francesco, Non amiamo a parole ma con i fatti. Messaggio per I Giornata mondiale dei poveri, 13 giugno 2017, «Il Regno – Documenti», 13/2017, p. 387.
2 Francesco, Ai capi di stato e di governo dell’Unione Europea nel 60° della firma dei Trattati di Roma, «Il Regno – Documenti», 7/2017, p. 194.
3 Francesco, Omelia nella celebrazione eucaristica presso il campo sportivo di Lampedusa, «Il Regno – Documenti», 13/2013, pp. 405-406.
4 Francesco, Misericordia et misera. Lettera apostolica a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia, 20 novembre 2016, «Il Regno – Documenti», 21/2016, p. 657.
5 Paolo VI, Omelia, 23 agosto 1968, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. VI, 1968, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1969, p. 377.
6 Radiomessaggio del Santo Padre Giovanni XXIII ai fedeli di tutto il mondo, a un mese dal Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 settembre 1962: AAS 54 (1962), pp. 687-685.
7 M. Mennini, La Chiesa dei poveri. Dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco, Milano 2017.
8 Paolo VI, lettera enciclica Ecclesiam Suam, 6 agosto 1964, 10: AAS 56 (1964), pp. 611-612.
9 Udienza generale, 31 dicembre 1975, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. XIII, 1975, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1976, p. 1576.
10 F. Cardini, La globalizzazione. Tra nuovo ordine e caos, Rimini 2005.


« Non fuggiamo dalla risurrezione (EG, 3)
Il nostro tempo discepolare tra crisi e travaglio:
fiducia, stupore, ospitalità»

 

La mia riflessione, che vorrei definire meditazione pastorale sulle orme dell’Evangelii Gaudium in ascolto dello stile missionario indicato per tutta la Chiesa in uscita, si sviluppa attraverso quattro passaggi: una consapevolezza credente sorgiva, che orienta ad una comprensione della nostra condizione discepolare alla luce di come Gesù abbia inteso se stesso, per giungere ad una proposta di discernimento e disegno di sequela in sintonia con l’esperienza sinodale, per raccogliersi e consegnarsi nella misura e nella forma generativa, perché pasquale, della vita del Figlio. Tutto per noi è Pasqua, omnia nobis est Christus (Ambrogio).

(1) La fragilità della presenza del Risorto tra di noi è lo spazio santo della libertà della fede

Il fatto è che è stato proprio il Risorto-tra-di-noi a scegliere di rimanere tra di noi in modo sacramentale ed agapico. Egli non è semplicemente ritornato al Padre al modo della spoliazione, con cui carne-si-è-fatto, ma ha mantenuto per sempre la nudità della carne di creazione riscattata dal peccato e dalla morte, ponendola nel grembo trinitario.

Con l’ascensione, la risurrezione del Figlio è la sua generazione eterna nella carne. Tra-di-noi il Risorto ci ha con-segnato come sua nuova carne la comunità dei discepoli e delle discepole, la presenza perenne dei poveri, la genuinità dei bimbi, la forza performativa della sua Parola, la memoria del pane spezzato e del vino donato suo corpo e suo sangue e della lavanda, suo esempio agapico.

Dunque, possiamo fare esperienza di Lui ma è una esperienza segnata dalla fragilità per la differenza del suo esserci sacramentale, fino al compimento escatologico della storia, ed è soprattutto segnata dalla fragilità dell’umano a cui il suo esserci-agapico ci spinge, poveri, bimbi, ultimi, comunità.

È la lezione difficile del discepolo Tommaso: non si può fare esperienza di Lui senza la comunità. È l’esperienza drammatica dell’amore-dolore ai piedi della croce: donna ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre. Questa fragilità dell’esserci sacramentale ed agapico del Risorto tra di noi, ai nostri occhi di credenti si rivela come lo spazio santo ed ospitale della libertà e della possibilità della fede.

La fede, esperienza di coscienza e di comunità, si trova così chiamata a prendere parte alla vita del Risorto, vita sperimentabile nell’ascolto della sua parola, nel bere il suo sangue, nel mangiare la sua carne, nel seguire il suo esempio, nel riconoscerlo nei volti e nelle storie degli ultimi e degli scartati.

Ora il nostro tempo discepolare e testimoniale, secondo lo stile missionario, attende non solo un atto di fede alla sua presenza, secondo la grammatica tommasiana di mio Signore e mio Dio, ma un pensar-ci comunitario con Egli presente tra di noi: la sfida della presenza ecclesiale e cristiana nella storia e nel suo cambiamento epocale come stile e come testimonianza manifesta la fragile percezione della fede teologale come relazione, costantemente vissuta e narrata, con il Risorto-tra-di-noi.

Il Risorto ha sempre attuato, secondo la narrazione evangelica, una memoria – relazione perché i suoi discepoli lo potessero riconoscere (verbo pasquale di discernimento) come il Vivente ed anche attuato una memoria – passionis perché fossero certi che egli era lo stesso visto morire sulla croce.

L’attivazione di questa memoria relazione e passionis per la percezione del Risorto come la novità di Dio nella storia ha generato nella coscienza credente dei discepoli la forza testimoniale dell’annuncio e della sequela fino al martirio. Loro stessi ora erano memoria Jesu. «Tutto quello che il Maestro aveva fatto e aveva detto per noi, con noi, non era semplicemente vero, ma nuovo perché più forte della morte». Questa è la coscienza credente da cui proveniamo e di cui ci nutriamo.

(2) Memoria Jesu, memoria passionis, memoria agapica: il più forte della morte è il modo con cui Gesù ci ha fatto dono di sé stesso

La forza pasquale della novità gesuana agapica e sacramentale del più forte della morte ci ha resi tutti, discepoli e discepole, come memoria Jesu vivente. La fragilità, rivelatasi nello spazio della fede, come stile dell’esserci del Risorto tra di noi ci pone in ascolto e in discernimento di tutto ciò che lo riguarda (e lo ricorda) ancora.

La memoria ci lega non solo al pluriforme Vangelo che ci è stato trasmesso, ma anche alle storie e si volti Vangelo viventi incontrabili e riconoscibili nelle nostre strade e nelle nostre comunità. Esiste una mappatura possibile di tutto ciò che lo ricorda e lo riguarda ancora.

Con quali criteri stendere una mappa evangelica e cristica della storia? La mia proposta è semplice: guardare la storia, i volti, gli incontri, le esperienze alla luce della declinazione che Gesù ha fatto delle alterità con cui ha compreso e manifestato se se stesso. Il «me stesso» gesuano è la luce dei vangeli con cui guardare e riconoscere i segni dei tempi, i colloqui nello Spirito, i germogli di risurrezione, ovvero tutto ciò che lo ricorda e lo riguarda ancora. La memoria viva. Si tratta di guardare il nostro tempo testimoniale e discepolare alla luce di quella che io riconosco come la struttura graziosa (della grazia) della memoria gesuana nei suoi passaggi (parole ed eventi) generativi: «fate questo in memoria di me» della cena della Pasqua; «ogni volta che lo avrete fatto ad uno di questi piccoli lo avrete fatto a me» di fronte ai piccoli e ai discepoli, misura del Regno di Dio; «come ho fatto io fate anche voi» nelle relazioni agapiche generate dalla lavanda; «ero affamato e mi avete dato da mangiare» nel compiersi della storia e del giudizio come carità e compassione; «chi vede me vede il Padre» nel dirsi e darsi del Risorto come il volto riconoscibile e amabile (e rifiutabile) del mistero di Dio.

Questa struttura di grazia, la cui misura e la cui forma è la memoria del Figlio, abita da dentro la storia, e per mezzo dello Spirito la anima con la carità e la spinge verso il compimento. Allo stesso modo degli interlocutori della parabola di Mt 25 allora, supportati dalla struttura di grazia, noi ci poniamo la domanda di discernimento: quando il Risorto è tra di noi?

La grazia ci dà luce e ci permette di riconoscere nella nostra contemporaneità ancora tutto quanto ricorda e riguarda Gesù. La sua scelta di in-alterarsi, di diventare l’altro, come sacramento e come fratello, rivela il traghettamento che lo Spirito compie, in Dio e tra di noi, dell’E/essere verso l’Amore/l’amare.

Questo mistero di luce che viene donato è l’origine dello stupore e della meraviglia: Dio è amore. L’amore di Dio / l’amore che è Dio ci spinge al fare memoria come gratitudine e al fare della memoria come gratuità. Allo stesso modo del Figlio, il crocifisso risorto.

(3) Il colloquio nello Spirito: segni dei tempi, semi del Verbo, germogli di risurrezione. Buona-fede e purezza di cuore

Uno dei veri guadagni del Sinodo «sul» Sinodo è la categoria-relazione di dialoghi nello Spirito: scegliere di incontrarsi e di condividere una vera ed autentica esperienza dialogica di Dio tra di noi come Spirito, capace di generare la novità cristica tra di noi. Si tratta di costruire il dialogo sull’ascolto e sul silenzio.

«Cominciare da te e non dalle mie idee»! È una spoliazione sincera di se stesso e desiderosa di una fraternità in cui la verità accada come dono e come reciprocità. Quando la buona-fede e la purezza del cuore sono il luogo ospitale del dirsi e del darsi dell’altro, sorella e fratello, del suo esserci come altro credente e altro discepolo, detto didimo nella narrazione evangelica, allora lo Spirito dona a noi la presenza fragile del Risorto come partecipazione di fede – fiducia al legame, al nexus amoris, che il Figlio stesso vive verso il Padre.

Allo stesso modo quando ospitiamo tra di noi il Risorto come legame d’amore verso il Padre, lo Spirito ci dona, ci fa sentire, ci fa fare esperienza di ciò che il Padre prova per suo Figlio. Anche qui la narrazione evangelica ci aiuta come memoria a riconoscere come il Padre ami suo Figlio in quella drammatica misura misericordiosa della memoria del seno del Padre, del grembo di Dio, che è il sepolcro.

La forma e la misura del «vuoto» del Figlio nel sepolcro, spazio santo ospitale della risurrezione della carne, è custodito dalla presenza degli angeli. La risurrezione è legame eterno tra la sua e la nostra carne.

(4) Sepolcro, grembo, coscienza: la forma e la misura del Figlio. Con-passione, con-templazione, com-passione

Questa esperienza della fragilità del Risorto tra di noi, fino alla misura nuova del grembo di Dio per la risurrezione, ci ha condotti dunque fino alla reciprocità tra coscienza e comunità. La fragilità della presenza del Risorto tra di noi si è rivelato come lo spazio santo ed ospitale della libertà della fede, in modo riflesso il sepolcro si è rivelato lo spazio santo ed ospitale della novità pasquale della risurrezione della carne, e tutto questo grazie alla ospitalità nel grembo trinitario del Figlio Risorto nella carne.

Coscienza, sepolcro, grembo. Essi sono luoghi teologici ospitali per fare esperienza del Risorto e per riconoscerlo ancora il Vivente. Il fare della memoria tra coscienza e comunità spinge ad uno stile pastorale del con. Il con della contemplazione, del vedere Dio Trinità grazie proprio allo Spirito, il legame d’amore del Padre e del Figlio.

Quando i nostri legami avvengono nel suo nome lo Spirito ci rende partecipi dei legami trinitari. È il con della con-passione, della solidarietà, della vicinanza, della prossimità, dell’amicizia. In questo secondo luogo teologico e pastorale lo Spirito ci conduce fino alla compassione cioè al sentire viscerale del Padre verso il Figlio, ed il Figlio è il sentire del Padre verso di noi. Egli è il sentimento di Dio per noi.

Lo stile pastorale teologale, quindi, può raccogliersi in queste tre parole: fiducia, stupore, ospitalità. Fiducia nella forza performativa della risurrezione; stupore per le strutture di grazia nella storia, opera dello Spirito del Risorto; ospitalità profetica, caritativa, pasquale.

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