
Sabato 17 gennaio, l’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo della diocesi di Bologna e la Comunità ebraica della città hanno proposto un incontro di approfondimento nell’ambito della 37ª giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei. Al titolo indicato dalla CEI «Uniti nella stessa benedizione. “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3)» si aggiunge l’anniversario dei sessant’anni di Nostra Aetate, documento del Concilio Vaticano II nel solco del quale è possibile la verifica del cammino fatto fino ad ora e in vista dei passi a venire. Vi hanno preso parte Marco del Monte, ministro di culto ebraico di Bologna e don Fabrizio Marcello (cf. qui sul sito della diocesi). Di Marco del Monte è il testo che proponiamo di seguito.
I Maestri raccontano un Midrash straordinario. Prima della creazione del mondo, le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico si presentano una a una davanti ad Hashem. Ognuna chiede: «Con me crea il mondo». Ognuna porta una ragione, un valore, una promessa. Ma alla fine vince la lettera Bet. Perché? Perché è la lettera con cui inizia la parola Berakhà, benedizione.
Questo Midrash non parla di grammatica. Parla di una scelta di fondo: il mondo nasce sotto il segno della benedizione, non della forza. Quando la Torà parla di berakhà, infatti, non intende solo un augurio gentile o una formula rituale. In ebraico, benedire significa «dire bene»: riconoscere il valore, nominare il senso profondo di ciò che sta per accadere.
E qui emerge un altro dato fondamentale dell’ebraismo: è risaputo che noi abbiamo una Torà scritta e una Torà orale. La Torà scritta inizia con una Bet, con Bereshit, con la berakhà. La Torà orale coerentemente inizia con il trattato di Berakhot. Come a dire: prima ancora di parlare di divieti, di norme, di dettagli, l’ebraismo insegna come si parla, come si riconosce il bene nel mondo.
Nell’ebraismo la parola ha un peso enorme. Non perché sostituisca l’azione, ma perché le dà direzione. Il mondo stesso nasce così. La Torà ci dice che Dio creò il mondo con la parola: «E Dio disse… e fu».
Simpaticamente il folklore e il mondo dei cartoni ne hanno tratto la frase «Abracadabra», Ha Bera KeDaberà. E i Maestri spiegano che il mondo non è stato solo creato con la parola, ma viene continuamente ricreato da essa.
Quando il linguaggio si corrompe, anche la realtà si frattura. Quando la parola si purifica, la realtà si ricompone. In ebraico esiste un termine straordinario: tevà.
Tevà significa parola, ma significa anche arca. L’arca di Noè è una tevà. L’arca di Mosè è una tevà. Non è una coincidenza linguistica: è una visione del mondo. Noè: ci insegna a salvarci entrando nella parola. Noè vive in una generazione violenta, corrotta, distrutta.
Eppure i Maestri gli muovono una critica severa: Noè si salva, ma non salva la sua generazione. Perché? Perché non parla abbastanza. Non prega, non intercede, non combatte con la parola per cambiare il destino degli altri. E così entra nella tevà, nell’arca–parola, e si salva.
Ma è una salvezza silenziosa, individuale.
La tradizione ebraica insegna che l’anima di Noè ritorna in Mosè. Non come punizione, ma come seconda possibilità di riparazione. Mosè nasce con un segno: «sono difettoso nelle labbra». Come a dire: porto ancora il limite della parola non detta, trattenuta. Mosè: ci insegna ad entrare nella parola per liberare il mondo.
Anche Mosè entra in una tevà. Non un’arca gigantesca, ma una cesta fragile sul Nilo. Ancora una volta, la salvezza passa dalla parola.
Mosè affronterà il Faraone, Parò, che la tradizione legge come Pe–Ra, «la bocca cattiva»: un potere che non solo opprime, ma corrompe il linguaggio, mente, svuota le parole di verità. Mosè, che balbetta, sconfigge la bocca cattiva. Non con la forza, ma con una parola che torna vera.
E sarà lui a consegnare all’umanità le Aseret ha-Dibberot, quelli comunemente tradotti con dieci comandamenti, ma traducibili anche come «Le Dieci Parole».
Perché Dio parla e crea relazione. Comandamenti e Parole, Parola e azione: il cuore dell’ebraismo. Nell’ebraismo la parola non sostituisce l’azione la completa. Il momento fondativo della nostra identità è il Na‘asè ve-nishmà: «Faremo e poi ascolteremo».
L’ebraismo è una religione del fare. Le mitzvot sono concrete, corporee, quotidiane. Si agisce anche quando non si comprende ancora tutto. Ma la parola non viene eliminata: viene collocata al posto giusto. L’azione senza parola rischia di diventare automatismo. La parola senza azione resta sterile. Il Na‘asè ve-nishmà insegna che si agisce per fedeltà e poi si ascolta per profondità. La parola non annulla l’azione: le impedisce di perdere il suo senso.
La parola, lascia una traccia sia nell’anima ma anche nella materia, nella struttura della materia.
Qui Torà e scienza si incontrano in modo sorprendente. Ricerche di Masaru Emoto, riportate anche da Rav Zamir Cohen, mostrano che l’acqua reagisce alle parole: parole buone producono strutture armoniche, parole negative generano forme caotiche. Il corpo umano è in gran parte acqua. Il mondo è in gran parte acqua. La Torà lo insegna da sempre: la parola non è mai neutra.
E da qui arriviamo finalmente ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra». la radice comune. Abramo non è una figura di esclusione. È una radice. E una radice sana non produce rami secchi. Produce rami diversi, orientati in direzioni diverse, ma nutriti dalla stessa linfa.
Le tre religioni monoteistiche sono rami distinti, con identità proprie. Ma la radice ci insegna che possono comunicare, non annullandosi, non confondendosi, ma parlando bene, usando parole che costruiscono.
In conclusione, la benedizione di Abramo È una responsabilità.
Ogni volta che uniamo parola e azione, ogni volta che il fare non perde il senso e il dire non perde il corpo, facciamo avanzare quella berakhà nel mondo. E forse il dialogo vero non nasce quando siamo uguali, ma quando, restando fedeli alla nostra identità, ricordiamo che prima di essere rami siamo stati radice.





