
Oggi tutte le metropoli greche e quasi tutti i grandi monasteri hanno il loro sito in internet e quasi tutti aprono con una solenne aquila bicefala, segno del patriarcato di Costantinopoli e delle varie metropoli greche. L’aquila bicefala si vede dappertutto: dalle bandiere che sventolano nelle chiese e negli edifici della metropoli alle auto dei metropoliti, ai pavimenti delle chiese, ai paramenti sacri.
Come si sa, l’aquila a due teste era il simbolo dell’impero nell’ultimo periodo della sua esistenza. Il fatto che la Chiesa ortodossa greca lo abbia adottato come proprio simbolo, oltre a significare il legame sentimentale con l’impero bizantino e la sua cultura e quello reale con lo stato greco di oggi, sta anche a indicare la sua persuasione, colma di conseguenze, di perpetuare oggi la ρωμιοσύνη (romanità), cioè di possedere la coscienza di coltivare la civiltà greco-romano-cristiana come fu vissuta dal genio di Bisanzio e di offrirla come anima e come identità all’attuale nazione greca.
Ai tempi del dominio turco, infatti, la Chiesa costituiva l’elemento di coesione dei popoli ortodossi sotto il potere ottomano, perché – com’è noto – dopo il 29 maggio 1453, quando Maometto II conquistava Costantinopoli, i cristiani della città come quelli sottomessi a tutto l’impero diventarono un millet, cioè un’unità etnica sotto l’amministrazione religiosa e politica dei loro capi ecclesiastici. Così gli ottomani governavano i cristiani per mezzo del patriarca e dei vescovi, dando la possibilità alla Chiesa di costituire l’unica coscienza etnica dei cristiani ortodossi.
Il patriarca, oltre che capo religioso, era anche considerato dagli ottomani il millet-basi, cioè il capo dell’etnia (εθνάρχης) per milioni di ortodossi.
Scrive lo storico inglese Philip Sherrard, profondo conoscitore non solo della storia greca antica, ma anche di quella moderna: «Il fatto che il sultano, secondo la tradizione islamica, considerava i suoi sudditi di religione cristiana ortodossa come “etnia” [millet], di cui la testa, non solo spirituale, ma anche civile, era il patriarca ecumenico di Costantinopoli, ha avuto come conseguenza la concessione ai patriarchi dei privilegi che, entro determinati limiti, davano loro la responsabilità di tutta l’amministrazione politica ed ecclesiastica di questa “etnia” cristiana.
In pratica, il patriarca, associando i suoi poteri e quelli dell’imperatore, finiva per diventare il capo di uno stato nello stato. E gli stessi cristiani ortodossi, protetti dalla sacra legge islamica che assicurava loro la libertà di religione, proibendo il proselitismo forzato per i “popoli del Libro” che erano sottomessi al dominio maomettano, erano essenzialmente liberi di regolare in proprio le loro faccende politiche e religiose […] Si potrebbe affermare che i paesi che appartenevano alla giurisdizione del patriarca costituivano, in un senso limitato, una ricostituzione di Bisanzio.
È proprio a causa di questi privilegi che i patriarchi e i vescovi non accoglievano di buon grado i movimenti indipendentisti del sec. XVIII. Infatti, questi minacciavano i loro interessi. Abbiamo dei casi in cui i patriarchi di Costantinopoli condannavano come anticristiano ogni tentativo di sollevazione contro il potere turco.
Il caso più noto è quello del patriarca Gregorio V, che, insieme al patriarca di Gerusalemme, Policarpo, e ad altri 21 metropoliti, condannò la rivoluzione greca con un documento che fu letto il 4 aprile (domenica delle Palme) 1821 in tutte le chiese greche di Costantinopoli. Tuttavia questo non impedì ai turchi di impiccarlo una settimana più tardi, l’11 aprile, giorno di Pasqua.
Fatti come questi determinarono un progressivo distacco degli spiriti illuminati greci viventi all’estero dal patriarcato di Costantinopoli e dalla Chiesa ufficiale, cosicché, dopo l’indipendenza, la Chiesa perse il suo posto predominante nella società greca, benché avesse contribuito in maniera determinante alla liberazione della Grecia dal giogo turco.
La Chiesa ortodossa greca e la rivoluzione contro i turchi
La rivoluzione greca era stata preparata dal punto di vista ideologico e organizzativo da grandi uomini di origine greca che vivevano all’estero, come Rigas Fereos, Adamantios Korais, Anthimos Gazis. Alcuni di questi, come Adamantios Korais (1748-1833), esercitarono un grande influsso anche sulla costituzione giuridica della Chiesa nel nuovo stato greco.
Non v’è dubbio, però, che la Chiesa greca abbia giocato un ruolo determinante nella lotta di indipendenza dal giogo turco. Tant’è vero che si considera come inizio della rivoluzione il 25 marzo 1821, giorno in cui il metropolita di Patrasso, Germano, innalzava un labaro con la croce nel monastero della Grande Laura nel Peloponneso.
Si può anche affermare che, a causa del massiccio intervento di metropoliti, di preti e di monaci e della dimensione religiosa che le si dava, la «rivoluzione era diventata una guerra santa».
Il metropolita Germano – afferma uno studioso di quel periodo – tornò a Patrasso «a capo di mille contadini armati. Davanti alla croce marciavano preti e monaci, i quali promettevano la corona del martirio a quanti avessero perso la vita combattendo i turchi. I cristiani si sono sollevati in tutto il Peloponneso, come pure nell’Attica e nella Beozia… Alcuni sacerdoti battezzavano alcuni bambini turchi per vendicarsi del fatto che i turchi avevano imposto la circoncisione ad alcuni ragazzi greci. La notte i monaci guidavano l’esercito intonando il trisagio».
Nel 1821 sul Monte Athos vivevano 6.000 monaci. La Santa Montagna era armata con armi anche pesanti per difendersi dai pirati. Tuttavia non prese parte ufficialmente alla rivoluzione. Ma la metà di questi monaci lasciarono i loro monasteri per dare man forte alla rivoluzione. Si può dire che tutti i monasteri appoggiarono l’insurrezione. Il primato spetta tuttavia al monastero di Mega Spileon, nel Peloponneso, allora uno dei più grandi e più ricchi della Grecia, che aiutò gli insorti con tutti i mezzi a sua disposizione. Settanta monaci combatterono come soldati. Si fusero le campane e persino le maniglie delle porte per farne delle armi.
I monasteri aprivano le loro porte per accogliere i feriti e i profughi. Durante l’intera guerra di liberazione si dice che caddero in battaglia circa 6.000 tra preti e monaci. E anche molti vescovi persero la vita.
La Chiesa ortodossa dopo la liberazione
Per aver pagato un prezzo così alto per il buon esito dell’insurrezione, la Chiesa sperava di conservare nel nuovo stato greco quella posizione di privilegio che, per altre ragioni, aveva goduto sotto il dominio turco. Di fatto, ciò si dimostrò impossibile. Il primo governatore del nuovo stato greco fu Ioannis Kapodistrias (dal 1828 al 1831), che era stato in precedenza ministro degli esteri dello zar di Russia, ove la Chiesa era pienamente soggetta allo stato. Egli, volendo introdurre delle riforme anche nella Chiesa, intendeva edificare uno stato moderno secondo il modello europeo e, per prima cosa, fondò i tribunali civili, sottraendo così al clero uno dei più importanti privilegi che esercitava da secoli su delega del dominatore turco.
Durante il governatorato di Kapodistrias, due sono i fatti di maggiore rilievo per quanto riguarda la Chiesa greca: la progressiva perdita del suo influsso con la conseguente sottomissione allo stato e il distaccarsi di fatto dalla giurisdizione del patriarcato di Costantinopoli.
L’autocefalia della Chiesa greca
Siccome la giovane nazione greca si era liberata dai turchi in maniera violenta e il patriarcato rimaneva ancora a Costantinopoli, capitale dell’impero ottomano, in pratica venivano meno i contatti della Chiesa greca con il patriarca. Se poi si aggiunge la scomunica lanciata contro la rivoluzione greca non solo da parte del patriarca Gregorio V, ma anche del suo successore Eugenio e degli altri patriarchi insediati dai governi ottomani, si capisce come fosse ormai inevitabile l’allontanamento di fatto dalla Chiesa madre di Costantinopoli
In questo periodo, infatti, i vescovi della Chiesa greca consideravano come vacante la sede di Costantinopoli. al punto che, durante la messa, invece di pregare per il patriarca, si pregava «per la gerarchia ortodossa». Si può dire che, di fatto, esistesse un’indipendenza dal patriarcato di Costantinopoli.
Dal momento che i vescovi, prima della rivoluzione, erano eletti dal patriarca secondo gli antichi canoni, ora molte sedi rimanevano vacanti. L’indipendenza da Costantinopoli, anche se non ancora giuridicamente sancita, di fatto era paragonabile ad uno scisma.
Sotto l’influsso delle idee liberali di alcuni intellettuali greci, nacque lo Statuto ecclesiastico che il nuovo governo greco proclamava a Nauplia il 27 luglio 1833. In esso si proclamava la Chiesa greca autonoma e autocefala, ignorando del tutto il parere del patriarcato.
In pratica, la Chiesa greca era diventata una “Chiesa di stato”, isolata dalle altre Chiese d’Oriente, perdendo così il senso della cattolicità, dell’ecumenicità, e chiudendosi sempre di più in un provincialismo religioso che – si può affermare – non è stato superato neppure oggi; anzi proprio questa frammentazione amministrativa dell’ortodossia appare ai nostri giorni in tutta la sua debolezza.
La separazione canonica durerà fino al 1850, quando il patriarca di Costantinopoli, con il suo Sinodo Endemusa (permanente), mediante il Tomo Sinodale, riconoscerà la Chiesa greca come «autocefala». Spiritualmente essa sarà in comunione con il patriarcato, mentre la sua amministrazione dipenderà dal Sacro Sinodo della Chiesa greca, presieduto dal metropolita di Atene e composto di tutti i metropoliti dei territori liberati dai turchi.
Tuttavia il Parlamento greco, nell’approvare il Tomo Sinodale, votò una legge con la quale si assicurava il controllo della Chiesa: nessuna decisione del Sinodo Permanente aveva valore se non era stata approvata dal commissario regio.
In seguito, le relazioni tra Chiesa e stato sono migliorate con diverse Carte Costituzionali della Chiesa della Grecia. L’ultima in ordine di tempo è quella del 1977 e attualmente se ne sta preparando una nuova.
In concomitanza con la revisione della Costituzione, assistiamo ad un appassionato dibattito sull’opportunità o meno di separare la Chiesa greca dallo stato. La gerarchia greca insiste sul fatto che sarebbe molto pericoloso questo divorzio tra Chiesa e stato, perché, nel caso si realizzasse tale separazione, l’etnia greca perderebbe la sua identità e la sua coscienza nazionale, con grave pericolo per la sua stessa “sopravvivenza”.
Vogliamo qui riportare alcuni articoli dell’attuale Carta Costituzionale della Chiesa della Grecia, perché denotano una convinzione radicata e rivelano l’atmosfera che adesso si respira in Grecia riguardo alla religione.
L’art. 1 par. 1 stabilisce: «La Chiesa della Grecia è divinamente fondata e ha come capo il nostro Signore, è inseparabilmente unita, dal punto di vista dogmatico, alla Grande Chiesa di Costantinopoli e a tutte le altre Chiese ortodosse; è in armonia con la sacra Scrittura e conserva fermamente, come le altre Chiese Ortodosse, i dogmi, i sacri canoni apostolici e sinodali come pure le sacre tradizioni». L’art.1 par. 2 dice «La Chiesa della Grecia è autocefala, si autoamministra mediante i metropoliti in servizio per quanto riguarda gli articoli della Costituzione che si riferiscono alla religione».
L’art. 2 stabilisce: «La Chiesa della Grecia coopera con lo stato quando si tratta di questioni di interesse comune, come l’educazione cristiana della gioventù, il servizio religioso nell’esercito, la difesa dell’istituzione del matrimonio e della famiglia, l’assistenza dei bisognosi, la conservazione delle sacre reliquie e dei monumenti cristiani, la proclamazione di nuove feste religiose e chiede la protezione dello stato ogni qualvolta viene offesa la religione».
E l’art. 3 asserisce: «Autorità suprema della Chiesa della Grecia è il Sacro Sinodo della Gerarchia, composto dal suo presidente, l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, e da tutti i vescovi che hanno la cura pastorale delle metropoli. L’organo amministrativo ordinario è il Sinodo permanente». Le sue decisioni non acquistano valore di legge se non sono pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dello stato. I parroci e i metropoliti sono impiegati statali.
Anche la Costituzione greca del 1975, che incomincia «nel nome della santa, consustanziale e indivisibile Trinità», si occupa largamente di cose squisitamente religiose, fino a proibire la traduzione della Bibbia in greco moderno senza il consenso del Sacro Sinodo e del patriarca di Costantinopoli e senza riportare accanto il testo originale della Settanta. L’art. 3 par. 3, infatti, stabilisce: «Il testo della sacra Scrittura si conserva intatto. La sua traduzione ufficiale in altre lingue è proibita senza l’approvazione della Chiesa Autocefala della Grecia e della Grande Chiesa di Cristo di Costantinopoli».
La situazione della Chiesa greca ortodossa oggi
Oggi benché l’ortodossia nel territorio greco appaia all’esterno come una Chiesa omogenea, in realtà non si presenta in maniera uniforme per quel che riguarda la sua amministrazione interna. Esiste la Chiesa greca del territorio principale greco con il suo Santo Sinodo di cui è a capo l’arcivescovo di Atene. A questa Chiesa si aggiungono le metropoli di Tessalonica, di Giannina, e le altre chiamate “Nuovi Territori”, cioè quelle province che, dal punto di vista politico, sono state aggregate allo stato greco dopo le guerre di indipendenza del 1912-13. Questi “Nuovi Territori” di per sé appartengono alla giurisdizione del patriarcato di Costantinopoli, però esso con l’Atto Sinodale del 4 settembre 1928, ha affidato il governo di tali province alla Chiesa greca, riservandosi, però, «i diritti canonici supremi relativi a queste province del santissimo trono patriarcale ecumenico». Esiste anche il sinodo della Chiesa di Creta, completamente indipendente da quello greco dal punto di vista amministrativo.
Tuttavia, benché esista in Grecia più di un sinodo, nell’economia generale dell’Ortodossia, la Chiesa ortodossa del territorio greco è considerata un’unica Chiesa negli incontri panortodossi ed ecumenici.
Oggi si nota nella Chiesa greca una netta ripresa in molti campi. Il monachesimo maschile e femminile è in aumento sia nel numero sia nella qualità. S’incontrano sempre più monaci e monache che provengono dall’università e, spesso, sono ben preparati anche in teologia. S’incontrano sempre più spesso metropoliti di grande preparazione culturale, che svolgono notevoli attività pastorali e caritative. Non è fenomeno raro trovare dei preti che abbiano completato gli studi superiori e conducano un’intensa attività pastorale nelle loro parrocchie.
Il Sacro Sinodo, in collaborazione con lo stato greco e con la Facoltà teologica di Atene, nel 1939 ha fondato l’organizzazione ecclesiastica Apostoliki Diakonia (Servizio Apostolico), con il compito della predicazione delle missioni interne e dell’evangelizzazione mediante la stampa. Pubblica il giornale settimanale Ekklisiastiki Alithia. Il suo organo pubblico è Ekklisia, distribuito insieme con una rivista per i parroci intitolata Efimerios. Quasi tutte le metropolie hanno bollettini propri, alcuni molto ben fatti. Parecchie di loro possiedono anche stazioni radiofoniche che trasmettono programmi di grande interesse culturale e religioso.
Questi aspetti positivi, e altri, che la Chiesa greca presenta al suo attivo, non l’hanno però ancora liberata da alcune strettoie che compromettono seriamente il suo sforzo di rinnovamento. A nostro parere, le malattie croniche della Chiesa ortodossa greca sono tre: la stretta dipendenza dallo stato, il suo esagerato nazionalismo, la sua chiusura ecumenica con la conseguente mancanza di rispetto per le minoranze religiose.
Solo recentemente (2014) il Governo greco è stato obbligato a riconoscere la Chiesa cattolica come ente morale di diritto privato.
Una pesante difficoltà per i cittadini cattolici deriva anche dal fatto che, nella mentalità comune, grecità e Ortodossia coincidono, definendo l’identità nazionale, per cui il non ortodosso finisce per non essere considerato un vero greco e le minoranze religiose si sentono psicologicamente isolate e discriminate.
Sebbene ci siano delle persone illuminate, aperte al dialogo e alla collaborazione con i cattolici, in genere si può dire che la Chiesa ortodossa greca è piuttosto restia all’ecumenismo. Anzi, per alcuni teologi e qualche metropolita l’ecumenismo rappresenta la «sintesi di tutte le eresie». Questo è dovuto alla lunga tradizione antilatina coltivata lungo tutta la storia dell’impero bizantino, e anche dopo la caduta della capitale.
In generale, si può affermare che la Chiesa ortodossa greca non riconosce la Chiesa cattolica come “Chiesa sorella” e, di conseguenza, non riconosce neppure la validità del sacerdozio cattolico e di tutti gli altri sacramenti.
Esistono, certamente, in Grecia persone veramente illuminate disposte al dialogo, contrarie a certe forme di nazionalismo tanto in voga oggi in Grecia e che tanto male hanno procurato a questo paese e alla Chiesa stessa.
Dopo il viaggio di papa Giovanni Paolo II in Grecia (4-5 Μαΐου 2001 ) e di papa Francesco (2021) si costata che il clima anticattolico esistente in quel paese è diminuito.
Il primo segno di questo cambiamento è costituito dalla visita in Vaticano di quattro metropoliti rappresentanti il Santo Sinodo. Di recente (febbraio 2003) il card. Walter Kasper, prefetto del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, ha restituito la visita ad Atene ed è stato accolto con grande rispetto dal Sacro Sinodo della Chiesa greca e dalle istituzioni accademiche della capitale.
Da questi contatti sono sorti alcuni fatti incoraggianti. Da qualche anno si nota qualche sintomo di collaborazione ecumenica. Il Dicastero per la Promozione dell’unità dei cristiani, ogni anno, concede borse di studio a studenti ortodossi di teologia per studiare a Roma nelle facoltà teologiche pontificie. Mentre il Sacro Sinodo della Chiesa ortodossa greca ospita gratuitamente per un mese studenti cattolici per imparare il greco.
Da non dimenticare che, da quasi 35 anni, la Facoltà teologica dell’Università Aristotelica di Tessalonica in collaborazione con l’Istituto di Spiritualità dell’Antonianum di Roma, organizza ogni due anni un convegno, una volta in Grecia e una volta in Italia, per discutere temi di spiritualità comuni alle due tradizioni cristiane.
Si nota, inoltre, nella Chiesa greca, una grande ripresa della vita spirituale, specialmente nel contesto monastico, e la teologia si esprime in forme nuove e originali. Se questa spiritualità è autentica, presto o tardi i nostri fratelli ortodossi dovranno superare quella dialettica che li oppone alla Chiesa cattolica e capiranno che le intenzioni della Santa Sede sono sincere.
Bisogna che anche loro compiano una purificazione della memoria storica e capiscano che non siamo più all’epoca dei domini veneziani in Grecia, e quindi nessuno vuole più fagocitarli e umiliarli.
Il mondo cattolico oggi ha una grande stima della tradizione orientale greca e fa di essa sempre più tesoro nella sua spiritualità e nella sua teologia. Quello che la Chiesa cattolica chiede ai fratelli ortodossi non è una sottomissione ad essa, come si faceva fino alla vigilia del Vaticano II. Sono necessari una reciproca conoscenza e un superamento dei pregiudizi per affrontare insieme, in un clima di collaborazione, le sfide del terzo millennio.
In modo particolare per i cristiani la storia non deve essere utilizzata per fomentare e nutrire antichi rancori. Essa dovrebbe favorire un esercizio di purificazione. Altrimenti, essa imprigiona nel passato senza aprire varchi per il futuro. In questo caso ci troveremmo di fronte ad una storia non redenta da Cristo. Solo Lui, infatti, può condurre le vicende della storia verso gli orizzonti della speranza.






Sono spesso in Grecia, un Paese di cui amo profondamente la cultura, le tradizioni e lo spirito, e di cui ho la fortuna di comprendere e parlare la lingua, potendo quindi vantare al mio attivo interazioni con persone semplici, non acculturate o preparate teologicamente, le quali, come è ovvio, costituiscono la maggior parte dei fedeli. Io stesso, non potendo vantare alcuna competenza in materia teologica, mi limiterò a condividere alcune osservazioni alla luce della lettura di questo contributo, invero molto ben scritto, che riassume a mio avviso correttamente la storia dei rapporti tra Stato e Chiesa in Grecia, minimamente paragonabile a quella delle relazioni tra la Santa Sede e gli Stati in cui il cattolicesimo è (quantomeno storicamente) presente in maniera consistente, Italia compresa.
Non sono tuttavia d’accordo con l’auspicio finale con cui si chiude il testo; penso cioè che ormai la separazione tra la chiesa latina e quella greca sia ormai troppo grande per poter essere colmata. Un conto è infatti il confronto e il recupero delle rispettive tradizioni teologiche (dove comunque mi sembra che l’interesse sia primariamente dell’Occidente sull’Oriente che non il contrario), un altro è la vita liturgica e pastorale delle due chiese, quella con cui i comuni fedeli si interfacciano più spesso e che non potrebbe essere più diversa. Il Concilio Vaticano II, ma anche il Concilio di Trento, hanno impresso un carattere assolutamente unico nella liturgia e pastorale cattoliche a parer mio inconcepibile dal punto di vista ortodosso. Solo spiegare ad un greco come funziona una messa da noi, rispetto alla loro divina liturgia fatta di un continuum di salmodie e inni solenni, è un’ardua missione: figuriamoci trovare dei punti in comune (so benissimo che la radice dei riti è comune, la mia non è un’affermazione storica, ma di banale osservazione della realtà). Anche i più tradizionalisti fra i cattolici che vogliono ancora la messa in latino e si infuriano contro le chitarre in Chiesa (in questo, come non capirli), infatti, tradiscono quello che è un carattere irrinunciabile della pastorale cattolica post Concilio: ossia il sempre maggiore coinvolgimento dei laici nelle questioni liturgiche, cosa che in Grecia, ma penso anche negli altri paesi ortodossi, avviene su un piano totalmente diverso, di carattere molto più devozionale che non di ingerenza diretta su questi temi. E questo perché il rito è parte della loro identità molto più che non la teologia o la morale, al contrario di quello che mi sembra avvenga da noi (anche se per me, milanese per 4/4 ambrosiano, il rito non si tocca e già a Monza mi sembrano un po’ eretici…). Scherzi a parte, io resto scettico in merito all’ecumenismo come, credo, la maggior parte dei fedeli ortodossi, che stimo e rispetto profondamente e che mai mi sognerei di chiamare per questo eretici, come invece si sentono a volte loro di fare con noi: forse perché, riflettendoci, un po’ lo capisco e, alla luce di quanto scritto sopra, quasi lo giustifico.
Grazie mille e scusate la lunghezza.
Grazie.
La Chiesa ortodossa greca non riconosce validità ai sacramenti della Chiesa Cattolica?
Nemmeno del battesimo?
Qual’é, se si può chiedere, la giustificazione teologica di questa posizione?
Ingiustificabile: all’ISSR il prof ci diceva che è una ripicca polemica. Sono fermi alla quarta crociata
Perché aderiscono, tendenzialmente, al cosiddetto ‘teoria ciprianista dei sacramenti’ (da san Cipriano di Cartagine che per primo la espose): i Sacramenti possono esistere solo nella (vera) Chiesa; al di fuori di essa non vi è lo Spirito Santo e quindi i Sacramenti non esistono.
La Chiesa Cattolica aderisce invece grossomodo alla teoria agostiniana: basta che ci siano ministro, materia, forma e intenzione di fare ciò che vuole fare la Chiesa e i Sacramenti esistono, perché sono frutto di una promessa di Dio.
In verità poi gli ortodossi spesso sanano in vario modi i Sacramenti dei convertiti, per esempio non riordinando i preti cattolici che passano a loro ma limitandosi ad ammetterli al ministero facendoli concelebrare con il vescovo. Ma dipende da Chiesa a Chiesa, alcune sono più rigide
Confermo la grande stima che anche qui a Milano la chiesa ortodossa gode. E alla fine quando ci si conosce di persona le differenze diventano meno marcate. Quando prevale l’umanità ci si intende sempre.