
La Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), la Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS), l’organizzazione ombrello Freikirchen.ch, la Chiesa cattolica cristiana della Svizzera e l’Alleanza evangelica svizzera (AES) hanno congiuntamente elaborato dieci linee guida per un uso responsabile dell’intelligenza artificiale. Il lavoro si è basato su una convinzione condivisa: «gli esseri umani sono persone – create da Dio, a cui Dio si rivolge e la cui dignità è inviolabile». Tenendo dunque presente il criterio che le possibilità offerte dalla tecnologia «devono essere valutate in base al loro contributo al bene delle persone e del mondo che le circonda».
Le linee guida – che sono intitolate «L’umanità nell’era digitale» – sono rivolte alle istituzioni ecclesiastiche, a parrocchie, comunità ed opere ecclesiali. Vanno intese anche come un contributo ecumenico delle Chiese al dibattito pubblico. Le linee guida saranno presentate, discusse e approfondite nel corso di un convegno, «Ghost in the machine», organizzato il prossimo 20 ottobre presso la Paulus Akademie di Zurigo.
Riprendiamo di seguito la traduzione italiana provvisoria delle linee guida.
«L’umanità nell’era digitale»
Linee guida etiche per un uso responsabile dell’intelligenza artificiale in una prospettiva cristiana ed ecumenica
Contesto
Perché ci esprimiamo insieme
Le innovazioni sul campo dell’intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente la nostra società. Tuttavia, non è ancora chiaro come si svilupperà né quali conseguenze avrà sulla vita delle comunità. Il cambiamento tecnologico non è un destino che si abbatte su di noi. È guidato da uomini e plasmato dalle decisioni relative alle tecnologie che utilizziamo, promuoviamo, regolamentiamo o limitiamo. Anche di fronte all’enorme potere dei colossi tecnologici globali, permangono ampi margini di manovra: nella politica e nell’economia, nell’istruzione e nella società civile, nelle nostre istituzioni e nell’uso quotidiano delle applicazioni basate sull’IA.
In quanto parte integrante di questa società, anche le Chiese, con i loro membri, le loro comunità e le loro opere, dispongono di numerose possibilità per contribuire a plasmare la trasformazione digitale. Esse sono presenti nella sfera pubblica e radicate in molti ambiti della vita. Possono partecipare ai processi formativi e ai dibattiti pubblici, prendere decisioni responsabili all’interno delle proprie istituzioni e impegnarsi a favore di condizioni quadro che siano al servizio della dignità e della libertà delle persone, della giustizia e della tutela del creato.
Le presenti linee guida invitano ad affrontare queste sfide attuali e a intervenire con coraggio. Il fatto che Chiese di diverse confessioni e tradizioni presentino congiuntamente questa dichiarazione è espressione di una convinzione condivisa: il futuro digitale è plasmabile. La fede cristiana non fornisce a tal fine un progetto già pronto. Tuttavia, essa incoraggia ad affrontare l’era dell’IA né con ingenuità né con paura, ma a valutare criticamente gli sviluppi, a cogliere le opportunità e ad assumersi la responsabilità della loro configurazione. In qualità di Chiese cristiane, non intendiamo limitarci a osservare e commentare i profondi cambiamenti innescati dall’IA, ma desideriamo cogliere le nostre opportunità di plasmare il futuro – nella fiducia che la nostra voce comune abbia peso e che la nostra azione possa fare la differenza.
Introduzione
Il Consiglio della Chiesa evangelica riformata di Svizzera (EKS), la Presidenza della Conferenza episcopale svizzera (SBK), il vescovo e il Consiglio sinodale della Chiesa cattolica cristiana di Svizzera, nonché i vertici dell’organizzazione ombrello Freikirchen.ch e dell’Alleanza evangelica svizzera (SEA) approvano le presenti linee guida come dichiarazione congiunta.
Le seguenti considerazioni intendono fornire un orientamento e consentire di agire di fronte alle sfide dell’era dell’intelligenza artificiale ormai iniziata. L’attenzione si concentra in particolare sui profondi cambiamenti che accompagnano l’uso della cosiddetta «intelligenza artificiale generativa». Tali sistemi stanno già oggi modificando il modo in cui le persone scrivono, apprendono, comunicano, pianificano, decidono e lavorano. Essi intervengono nei processi formativi, nel panorama mediatico, nella produzione di conoscenza, nelle professioni creative, nell’amministrazione e nell’economia, ma influenzano anche le forme di relazione, i processi di autointerpretazione e il modo di affrontare la solitudine, le questioni esistenziali e le esigenze pastorali. I confini tra ciò che è frutto del lavoro umano e ciò che è generato da una macchina, tra la persona reale e il personaggio creato, tra lo strumento e l’interlocutore si stanno sempre più sfumando. Che questi sviluppi responsabilizzino o privino le persone di autonomia e favoriscano o ostacolino condizioni più eque, dipenderà dal modo in cui li plasmeremo. Assumere congiuntamente questo compito in quanto Chiese è l’obiettivo delle presenti linee guida.
Tuttavia, già il termine stesso può facilmente indurre in errore: «l’IA» non esiste in sé. Il termine indica piuttosto una moltitudine di modelli, procedure e applicazioni diversi, che in parte si differenziano in modo sostanziale per modalità di funzionamento e ambito di applicazione. I più noti oggi sono i grandi modelli linguistici (Large Language Models), che generano testi, traducono, riassumono o rispondono a domande, nonché i sistemi generativi per la creazione di immagini, video, musica e linguaggio. Spesso passano in gran parte inosservati i sistemi di raccomandazione basati sull’IA che caratterizzano motori di ricerca, servizi di streaming, social network o negozi online. A questi si affiancano numerose altre forme di intelligenza artificiale, ad esempio nel riconoscimento di immagini e del parlato, nella diagnostica medica, nella robotica, nell’analisi scientifica dei dati o nel controllo di processi complessi. Chi parla in modo generico di «l’IA» confonde queste differenze e suscita l’impressione fuorviante di un’entità unica e attiva. È più preciso parlare di modelli concreti di IA, sistemi di IA o applicazioni di IA; già questa accuratezza concettuale protegge sia da aspettative eccessive che da timori esagerati.
Un approccio responsabile e differenziato alle innovazioni nel campo dell’IA è richiesto anche nella vita e nell’operato delle Chiese, delle opere cristiane e delle organizzazioni. Infatti, gli sviluppi citati hanno ormai raggiunto anche questi ambiti e non solo sollevano una moltitudine di questioni pratiche, economiche e giuridiche, ma toccano anche l’identità stessa delle persone: Cosa significa, nell’era dell’IA, comprendere, giudicare, essere creativi, assumersi responsabilità e vivere in comunità? Si tratta di questioni antropologiche ed etiche fondamentali che devono essere riconsiderate anche da una prospettiva teologico-cristiana.
Queste linee guida partono da una concezione di base dell’uomo, condivisibile a livello ecumenico, come creatura amata e immagine di Dio, e da lì delineano una prospettiva futura fondata sul cristianesimo – al di là sia di un ingenuo entusiasmo per il progresso sia di un scetticismo generalizzato nei confronti della tecnologia. Una tale visione ritiene che gli esseri umani siano in grado di plasmare il proprio mondo in modo responsabile – poiché fa conto della presenza di Dio, che libera gli uomini dall’ e paura e dall’arroganza e li rende capaci di valutare criticamente anche i nuovi sviluppi tecnologici e di metterli al servizio della vita.
Prende sul serio i pericoli reali legati all’uso dei sistemi di intelligenza artificiale, ma li distingue dai grandi racconti apocalittici che caratterizzano il dibattito pubblico. Laddove l’IA appare come un potere fatale e sovrumano, destinato inevitabilmente a dominare, sostituire o annientare gli esseri umani, nella maggior parte dei casi non è la tecnologia ad agire, bensì una narrazione che la riguarda: un dramma apocalittico secolarizzato che nega all’uomo la sua libertà e il suo margine di manovra. Ciò paralizza e offusca la visione dei problemi reali e attuali, dalla discriminazione algoritmica alla concentrazione del potere, fino ai costi ecologici conseguenti. Per questo motivo, il pericolo più grave dell’era dell’intelligenza artificiale non risiede tanto nel fatto che le macchine siano in grado di fare troppo, quanto piuttosto nel fatto che gli esseri umani rinuncino volontariamente alla propria libertà e responsabilità – per rassegnazione di fronte a uno sviluppo ritenuto inevitabile o per comodità nei confronti di una tecnologia che li solleva da molti oneri.
A ciò le Chiese coinvolte oppongono una convinzione diversa: l’IA è creata dall’uomo, e spetta agli esseri umani il compito di impiegare le potenzialità delle applicazioni di IA per il bene di tutti e di contrastare il loro uso ingiusto e ostile alla vita. Per le Chiese, le opere e le organizzazioni cristiane ne deriva un duplice compito: osservare con attenzione gli sviluppi nel campo dell’IA, riflettervi in modo critico e valutarli, ma anche sperimentare attivamente le potenzialità di applicazioni concrete, investendo in competenze, aprendo spazi di sperimentazione responsabili e condividendo tra loro le applicazioni di successo. Non devono solo valutare quali rischi comporti una tecnologia, ma anche quali opportunità rimangano inutilizzate se essa non viene impiegata a causa della paura, dell’ignoranza o dell’inerzia istituzionale.
Con questa premessa, le Chiese coinvolte si allineano espressamente all’impegno assunto con la Charta Oecumenica. Nella sua versione aggiornata del 2025, questo documento ecumenico comune dedica per la prima volta una sezione specifica al rapporto con le nuove tecnologie: Essa riconosce l’intelligenza umana come dono di Dio, esorta a mettere la tecnologia al servizio del bene comune, anziché rafforzare l’odio, la polarizzazione e la paura, e impegna le Chiese a promuovere la maturità digitale e la capacità di giudizio critico, nonché a sviluppare linee guida etiche per le nuove tecnologie orientate alla giustizia e alla dignità di tutte le persone. Le presenti linee guida rappresentano un primo passo in questa direzione.
Le Chiese svizzere si inseriscono così come voce concreta in un dibattito sociale plurale. Lo fanno nella convinzione di poter apportare un contributo essenziale, attingendo alle loro tradizioni teologiche e alla lunga esperienza nell’accompagnamento delle persone in tempi di cambiamento. I cristiani e le cristiane sono chiamati, in quanto parte della società, a partecipare alla sua configurazione e ad assumersi la corresponsabilità per un futuro dignitoso e al servizio della vita.
Le linee guida qui presentate si rivolgono pertanto in primo luogo ai responsabili delle Chiese cristiane, delle opere e delle organizzazioni. Esse forniscono loro i criteri necessari per porre le domande decisive, valutare gli sviluppi e giungere, nell’ambito delle proprie competenze, a un approccio sostenibile e prudente nei confronti dell’IA. Allo stesso tempo, esse costituiscono un contributo al dibattito pubblico: invitano anche le persone al di fuori delle Chiese a confrontarsi con le prospettive teologiche cristiane sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale. Ciò che viene qui esposto va oltre il contesto ecclesiastico e offre spunti per l’agire personale anche a coloro che non condividono i presupposti teologici.
In un ambito in così rapida evoluzione, l’orientamento rimane un compito continuo. Anche le riflessioni contenute in questo contributo non vanno quindi intese come definitive, ma rimangono oggetto di un’analisi e di un aggiornamento costanti.
Preambolo
Nella fede in Dio, il Creatore, consideriamo gli esseri umani come creature amate e a immagine di Dio. Secondo la convinzione cristiana, da ciò derivano la loro dignità incondizionata e universale, nonché la loro vocazione alla comunione con Dio. Gli esseri umani sono essenzialmente persone e, in quanto tali, non devono la propria esistenza a se stessi: la loro vita è un dono prima ancora di diventare un compito per loro stessi – ogni persona è un interlocutore voluto e interpellato da Dio. Il significato profondo dell’essere umano risplende in Gesù Cristo: nella sua fiducia in Dio, nella sua attenzione verso il prossimo e nella sua responsabilità vissuta nei confronti del mondo. Da qui comprendiamo che gli esseri umani sono stati creati per una vita in relazione con il Creatore, con se stessi, con i propri simili e con il mondo che li circonda. In questa relazionalità risiede la loro vocazione come esistenza ricevuta, rispondente e amorevole.
In quanto immagini di Dio, gli esseri umani sono investiti di libertà. Ad essi sono concessi la capacità di giudizio e il margine di manovra per vivere in comunità e contribuire a plasmarla, per scoprire questo mondo e per abitare e preservare la terra come spazio vitale. In quanto libertà aperta da Dio, essa si realizza nell’orientamento verso il bene, verso una convivenza giusta e verso un futuro che promuova la vita per tutte le creature. Tra le sue forme espressive essenziali figura la creatività degli esseri umani. Generando linguaggio, cultura, civiltà, scienza e tecnologia, essi partecipano alla bontà creatrice di Dio. Tale opera culturale e tecnica non è quindi in contrasto con una visione cristiana dell’uomo, ma è espressione della vocazione a plasmare il mondo.
Insieme alla libertà, agli esseri umani è affidata anche la loro responsabilità. Il loro potenziale creativo, che consente loro di andare oltre ciò che è dato immediatamente, di ampliare le proprie possibilità, di potenziare le proprie forze e di influenzare questa terra in modo unico, è soggetto a una determinazione etica: i progressi della civiltà e le conquiste culturali devono essere al servizio della vita. Anche l’impiego della tecnologia si rivela valido laddove approfondisce le conoscenze, amplia la partecipazione, rafforza le relazioni e va a beneficio dei deboli, non solo dei forti. Laddove ciò avviene, l’abilità umana risponde alla bontà del Creatore.
Questa libertà e questa responsabilità non si realizzano al di là dei limiti umani, ma proprio all’interno di essi: gli esseri umani continuano a dipendere gli uni dagli altri e dal mondo che li circonda; sono fisici e vulnerabili, storici e finiti. Queste condizioni insite nella creazione sono parte essenziale dell’essere umano. Proprio perché gli esseri umani sono vulnerabili, possono prendersi cura gli uni degli altri; poiché il loro tempo è limitato, le decisioni e le relazioni acquisiscono significato; poiché non possono garantire la sicurezza della propria vita, la fiducia e la speranza diventano forme portanti dell’esistenza umana. La corporeità, la vulnerabilità e la finitezza non sono quindi solo limiti della vita umana, ma al tempo stesso presupposti del suo pieno dispiegarsi. L’Incarnazione di Dio può essere letta come un riconoscimento insuperabile di questa costituzione creaturale : nel diventare egli stesso uomo in Gesù Cristo, Dio la afferma come condizione di realizzazione dell’essere umano. Nel farlo, tuttavia, Egli non edulcora la sofferenza concreta che colpisce gli esseri umani nella loro limitatezza, ma si rivolge con amore e con un’azione sanatrice ai malati, ai feriti e ai morenti. In questa attenzione trovano la loro legittima vocazione anche le innovazioni tecniche dell’uomo: il loro impiego può proteggere le persone dai pericoli, alleviare le sofferenze e ampliare le loro possibilità. Solo quando la tecnica è destinata a superare la stessa natura creaturale, essa diventa una falsa promessa di salvezza.
La presenza amorevole e salvifica di Dio, tuttavia, si estende ben oltre la malattia e la sofferenza: in Gesù Cristo Dio va incontro a un mondo spezzato e a un’umanità intrappolata nel peccato, che ha bisogno di redenzione. Questo intreccio riguarda il rapporto degli esseri umani con Dio e con il mondo e si estende fino agli strumenti con cui essi plasmano il proprio mondo. Anche lo sviluppo e l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei nuovi media ne sono influenzati, poiché la libertà che rende gli esseri umani capaci di creare può anche essere abusata, la loro creatività pervertita e la loro responsabilità negata. Gli sviluppi tecnologici e mediatici non sono quindi mai neutri, ma racchiudono in sé sia le potenzialità che le fragilità di coloro che li producono e li utilizzano. A seconda di come vengono impiegati, possono anche mettere in pericolo la vita, svalutarla e alienarla.
La fede cristiana, tuttavia, non si limita a questa constatazione. In Gesù Cristo Dio ci viene incontro con la Sua grazia sanatrice, che libera le relazioni umane da schemi distruttivi e dona il coraggio di aprirsi nuovamente a Dio, al prossimo, al mondo che ci circonda e a se stessi. La speranza cristiana non si fonda quindi sul progresso umano o sulle possibilità tecniche, ma sulla fedeltà di Dio, che non abbandona la Sua creazione. Da ciò nasce la fiducia che gli esseri umani mettano i propri doni, comprese le loro capacità tecniche, al servizio della vita. L’impiego delle innovazioni digitali e, in particolare, l’utilizzo delle applicazioni di intelligenza artificiale devono essere valutati in base al fatto che siano orientati al bene delle persone e del mondo che le circonda oppure che portino al controllo, alla strumentalizzazione e all’incapacità delle persone. Distinguere tra queste due possibilità e agire di conseguenza è uno dei compiti più urgenti del nostro tempo.
(1) Dignità
Gli esseri umani sono diversi dalle macchine
Gli esseri umani sono persone: creati da Dio e da Lui interpellati, la loro dignità è inalienabile e sono qualcosa di diverso dalle macchine. Poiché questa dignità non si basa sul rendimento o sull’utilità, ma sull’amore incondizionato di Dio, essa non è in concorrenza con alcuna conquista tecnica.
Ciò che caratterizza gli esseri umani in quanto persone non si esaurisce nelle loro capacità e funzioni. Essi vivono di una molteplicità di relazioni, sono in grado di aprirsi e donarsi, di fidarsi e deludere, di provare compassione, di assumersi responsabilità, di fallire e di rendersi colpevoli – e, in quanto esseri voluti e amati da Dio, possiedono una dignità che non spetta mai ai manufatti tecnologici.
Questa consapevolezza infonde serenità: gli esseri umani, consapevoli di essere, in quanto creature di Dio, qualcosa di più e di diverso dai sistemi di elaborazione delle informazioni, non devono sentirsi né minacciati né sminuiti da una macchina, per quanto potente essa possa essere. Anche i modelli di IA, nonostante tutto il loro fascino, non sono interlocutori alla pari. Sono stati creati dagli esseri umani e rimangono di loro responsabilità – non sono tuttavia strumenti neutri che ci lasciano indifferenti, bensì mezzi che contribuiscono a plasmare il modo in cui percepiamo, pensiamo e agiamo.
Da questa chiarezza può nascere un uso critico e produttivo: se impiegate in modo responsabile e trasparente, le applicazioni di IA possono stimolare la creatività delle persone, ampliare le forme di espressione nel linguaggio, nell’arte e nella vita ecclesiale, sostenere l’istruzione e aiutare le persone a impiegare in modo nuovo i propri doni. Poiché la dignità delle persone non dipende dalle loro capacità, le applicazioni di IA possono alleggerire il carico, sostenere e potenziare le persone senza sminuirne il valore. Possono integrare le capacità laddove le persone si scontrano con limiti fisici, linguistici o cognitivi, aprendo così la strada a una partecipazione che altrimenti sarebbe loro preclusa.
È necessario individuare i casi in cui tale utilizzo si trasforma nel suo contrario. Le applicazioni di IA possono imitare le forme di espressione umana in modo sorprendentemente convincente e dare l’impressione di un interlocutore comprensivo ed empatico. Laddove questa apparenza venga scambiata per realtà, le persone possono essere ingannate e sfruttate nella loro vulnerabilità, specialmente nei contesti in cui si trovano sole o bisognose di protezione. Poiché la visione dell’uomo e quella della tecnologia sono in dinamica interazione, all’umanizzazione della macchina corrisponde, viceversa, la tentazione di percepire sempre più le persone con uno sguardo tecnico-strumentale e di ridurle a insiemi di funzioni, modelli comportamentali, caratteristiche prestazionali o dati monetizzabili.
Non siamo però semplicemente in balia di entrambi questi fenomeni: possiamo affrontare questi pericoli, non ritirandoci dalla tecnologia, ma attraverso una cultura del discernimento. Rimane quindi un compito delle Chiese e delle loro opere mantenere viva la consapevolezza che gli esseri umani sono persone amate da Dio e dotate di una dignità inalienabile – e rimanere così attenti a tutto ciò che inganna o reifica le persone.
(2) Relazioni
Le relazioni si alimentano dell’esperienza corporea
Gli esseri umani vivono relazioni vissute a livello corporeo e maturate nel tempo – con Dio, con se stessi e con gli altri. Le applicazioni di intelligenza artificiale possono facilitare la comunicazione e creare vie di accesso laddove finora erano ostacolate. Esse non sostituiscono il contatto umano diretto.
La vita delle persone si svolge essenzialmente all’interno delle relazioni: vengono interpellate e rispondono, ascoltano, festeggiano, discutono, tacciono e perseverano. In questo modo condividono ben più che semplici informazioni: si incontrano come persone concrete, vulnerabili e con una storia propria, in contesti di vita condivisi. Tali incontri danno vita a momenti di risonanza, in cui le persone possono sperimentare se stesse, gli altri e Dio.
L’esperienza corporea, tuttavia, non va contrapposta alla mediazione mediatica. Già la nascita delle culture scritte ha aperto nuove forme di presenza mediata al di là delle distanze spaziali e temporali. Anche le prime comunità cristiane vivevano di relazioni sostenute dalle lettere. Paolo si sentiva legato alle sue comunità nonostante l’assenza fisica, e la Chiesa ha sempre testimoniato la presenza di Dio come mediata: nella Parola ascoltata, nell’acqua, nel pane e nel vino condivisi, nell’incontro con il prossimo. La mediazione, quindi, non sminuisce di per sé la relazione; al contrario, essa vive proprio delle esperienze che le persone possono fare tra loro solo in quanto esseri corporei.
Le tecnologie digitali ampliano notevolmente le possibilità della comunicazione umana e consentono la partecipazione a persone malate, con mobilità ridotta o geograficamente lontane. Le applicazioni di intelligenza artificiale abbattono ulteriori barriere: la traduzione in tempo reale, la trascrizione automatizzata, le funzioni di lettura ad alta voce o i sistemi di assistenza consentono a persone che altrimenti ne sarebbero escluse di partecipare alla vita pubblica e ecclesiale.
Tuttavia, grazie ai chatbot, agli assistenti vocali e alle applicazioni specifiche per l’assistenza spirituale, non cambia solo la forma della mediazione: i sistemi di IA possono ora presentarsi essi stessi come interlocutori comunicativi. Il fatto che le persone trovino in essi incoraggiamento, consiglio o conforto va preso sul serio. Per alcuni, all’inizio risulta più facile aprirsi con un assistente basato sull’intelligenza artificiale piuttosto che con una persona in carne e ossa. L’utilizzo di tali applicazioni può rappresentare una fase intermedia, in cui si trovano le parole giuste per esprimere ciò che in seguito verrà confidato personalmente a qualcuno. Tali applicazioni comportano tuttavia il rischio non solo di integrare, ma anche di sostituire la comunicazione interpersonale. Poiché le offerte di comunicazione basate sull’intelligenza artificiale sono disponibili in qualsiasi momento e progettate per catturare l’attenzione e creare vicinanza emotiva, talvolta attraverso un design volutamente che induce dipendenza, possono indurre a rifugiarsi in mondi digitali paralleli.
Soprattutto i bambini, gli adolescenti e le persone vulnerabili hanno quindi bisogno di spazi protetti in cui la fiducia, l’attenzione e il senso di appartenenza non siano generati da algoritmi, ma vissuti tra le persone. Rimane un compito centrale delle Chiese e delle loro opere garantire tempo, disponibilità e luoghi protetti in cui le persone possano porre le proprie domande e rivelare le proprie difficoltà, paure e dubbi. Infatti, ciò che riesce a realizzarsi a distanza attinge a ciò che le persone hanno vissuto concretamente le une con le altre. Quanto più questa esperienza viene a mancare, tanto meno ha peso ciò che viene trasmesso.
(3) Formazione
La formazione della personalità non può essere delegata
I doni creativi, sociali e intellettuali delle persone sono loro concessi come predisposizione innata e devono essere esercitati. È nel loro dispiegarsi che matura la personalità. Le applicazioni di intelligenza artificiale possono accompagnare questi processi e sostenere la formazione – a condizione che stimolino la pratica, l’apprendimento e il giudizio autonomi, anziché sostituirli.
Gli esseri umani non nascono già completi. I loro talenti, la loro unicità e il loro carattere sono loro donati come potenziale: devono essere acquisiti e sviluppati. È solo in questo modo che si forma la loro personalità. L’educazione è quindi più che un semplice acquisizione di conoscenze: è un processo biopsicosociale e spirituale, nel quale le persone definiscono la propria individualità e formano convinzioni e atteggiamenti autonomi. La loro dignità di persone, tuttavia, non deriva dalla loro educazione, bensì dall’invito di Dio che la precede.
Se utilizzate correttamente, le applicazioni di intelligenza artificiale possono sostenere tali processi formativi in molteplici modi. Rendono accessibile la conoscenza, stimolano la creatività e stimolano il proprio giudizio. Possono superare visioni ristrette e far conoscere voci provenienti da altri ambienti, culture e contesti di vita che altrimenti difficilmente incontreremmo. Traducendo i testi in un linguaggio semplice e abbattendo le barriere linguistiche, aprono inoltre vie di accesso che altrimenti rimarrebbero precluse a molti. I feedback personalizzati e le offerte di apprendimento adattivo possono sostenere in particolare le persone che hanno difficoltà con i formati formativi tradizionali. Laddove le competenze sono già consolidate, ne ampliano ulteriormente l’efficacia. In questo modo, le applicazioni di IA contribuiscono a sviluppare i talenti umani, a rafforzare l’apprendimento personale e ad alleggerire il carico di lavoro.
Se, invece, tali innovazioni non accompagnano più i propri processi formativi, ma minacciano di sostituirli, il loro effetto si inverte. In tal caso, ci inducono a trascurare la ricerca autonoma, da cui scaturisce una comprensione più profonda dei nessi; ci sollevano dalla faticosa lotta per trovare soluzioni e formulano ciò che noi stessi non abbiamo verificato criticamente. Chi delega in modo permanente il proprio interrogarsi, l’interiorizzazione e l’interpretazione ai sistemi, salta i processi attraverso i quali si formano la personalità e la capacità di giudizio – e si priva di quelle esperienze che ci rendono in primo luogo capaci di rapportarci alle innovazioni tecniche in modo differenziato e responsabile. In questo modo, i talenti possono rimanere non sviluppati o le capacità acquisite possono atrofizzarsi, poiché non vengono più esercitate.
Ciò è particolarmente significativo in contesti pedagogici, dove le persone imparano e maturano, sia nell’opera educativa delle Chiese e delle organizzazioni, sia nel lavoro spirituale e teologico: laddove la preparazione delle lezioni, dell’insegnamento e della predicazione viene delegata acriticamente ai sistemi, in modo tale che venga prodotta in modo efficiente ma non permeata da responsabilità né conquistata spiritualmente, la comunicazione ecclesiale perde profondità e autenticità. Il criterio di valutazione non è quindi solo se un risultato sia utile, ma quale effetto abbia l’uso della tecnologia sulle persone: se rafforzi la formazione della loro personalità e le renda più mature, creative e avvedute, oppure se, al contrario, impedisca proprio tutto ciò.
(4) Speranza
Non è la tecnologia a scrivere la storia
Il rapporto con la tecnologia non è determinato solo dalle sue possibilità, ma anche dalle storie che le persone raccontano su di essa. La fede cristiana non interpreta la tecnologia né come destino né come salvezza, ma come strumento per plasmare il mondo in modo responsabile davanti a Dio e agli uomini.
I cambiamenti radicali nel campo della tecnologia e dei media sono sempre accompagnati da interpretazioni che assegnano loro un posto nella storia. Sono queste interpretazioni a determinare se una tecnologia appaia come una liberazione o una minaccia, se susciti speranze o alimenti paure – e quale responsabilità e libertà di azione le persone si attribuiscano ancora. Ciò risulta particolarmente evidente nei recenti progressi nel campo dell’intelligenza artificiale: quasi nessun’altra tecnologia è attualmente oggetto di narrazioni sul futuro così ampie come l’intelligenza artificiale. Da un lato, essa viene celebrata come l’inizio di una nuova fase evolutiva dell’umanità e ad essa si lega la speranza di miglioramenti profondi delle condizioni di vita umane. Dall’altro, si intravede l’avvento di un potere travolgente che potrebbe controllare, soppiantare o annientare gli esseri umani.
Tali narrazioni attingono a motivi religiosi e ideologici profondamente radicati: al desiderio di salvezza e alle immagini apocalittiche di rovina, alla fede nel progresso e ai racconti sulla perdita dell’essenza originaria dell’essere umano. E per quanto possano apparire contrastanti, le narrazioni di salvezza e di sventura seguono tuttavia la stessa logica: entrambe rendono la tecnologia il vero soggetto della storia e gli esseri umani semplici spettatori di uno sviluppo apparentemente ineluttabile. In tal modo, ostacolano la visione del vero compito del presente: plasmare in modo responsabile gli sviluppi tecnologici.All’insegna della speranza cristiana è possibile raccontare una storia diversa: una storia che fa conto della presenza liberatrice di Dio e che, proprio per questo, prende sul serio gli esseri umani nella loro libertà e responsabilità. Essa riconosce lo sviluppo della civiltà e l’innovazione tecnica come espressione della vocazione a contribuire a plasmare il mondo. Sa però anche che nessuna conquista umana può portare alla salvezza o superare la fragilità del mondo: la salvezza rimane opera di Dio.
Questa prospettiva ci rende liberi di adottare un approccio alle applicazioni dell’intelligenza artificiale che sia al tempo stesso riconoscente e critico, al di là dell’idolatria e della demonizzazione: possiamo sfruttarne le potenzialità laddove facilitano il lavoro, rendono accessibile la conoscenza e vanno a beneficio delle persone, pur rimanendo consapevoli dei loro limiti e dei pericoli legati al loro utilizzo.
Nelle chiese questa storia non viene solo raccontata, ma anche celebrata. Attraverso il culto, il silenzio e la preghiera, esse mantengono viva la consapevolezza che questo mondo non è sostenuto dalle nostre opere. In questo modo apportano al dibattito sull’intelligenza artificiale una speranza concreta, che non si dissolve nell’entusiasmo per il progresso né si arrende di fronte a scenari apocalittici. Essa confida nella fedeltà di Dio e, proprio per questo, incoraggia un approccio libero e responsabile alla tecnologia.
(5) Verità
La verità richiede verifica e trasparenza
Le applicazioni di IA possono sbloccare conoscenze e approfondire la comprensione – i loro risultati si basano tuttavia su probabilità statistiche. Chi ne è consapevole può utilizzarle in modo critico. La ricerca della verità rimane compito degli esseri umani: nell’esame paziente, nel coraggio di correggersi e nella lotta comune per giungere alla comprensione.
Gli esseri umani sono creature assetate di conoscenza: esplorano il mondo e si interrogano sul senso e sul significato della vita. Ciò fa parte della loro vocazione come immagini e interlocutori di Dio su questa terra. La conoscenza solida cresce lentamente: richiede un’indagine perseverante, la disponibilità all’autocritica e l’apertura verso una realtà che non si adegua mai del tutto alle categorie umane. Questa ricerca della verità non è affare di singoli individui: vive del fatto che gli esseri umani lottino insieme per raggiungere la comprensione, accettino le obiezioni e tengano conto di altre prospettive.
Le applicazioni di intelligenza artificiale costituiscono un potente ausilio in questi sforzi di comprensione. Esse analizzano enormi set di dati, individuano modelli e correlazioni, rendono visibili anomalie che sfuggono facilmente all’osservazione umana e accelerano la ricerca in medicina, climatologia e altri campi delle scienze naturali. Inoltre, i modelli linguistici basati sull’intelligenza artificiale attingono a conoscenze provenienti da diversi contesti culturali, rendono accessibili prospettive e mondi esperienziali variegati e contribuiscono a comprendere meglio questioni complesse.
Il loro impiego richiede, da parte delle persone, una cultura della verifica. I modelli linguistici, ad esempio, generano, sulla base di plausibilità statistiche, risposte coerenti e convincenti che possono facilmente dare l’impressione di obiettività; tuttavia, ambiguità, affermazioni errate e informazioni inventate di sana pianta sono effetti collaterali intrinseci a questo metodo. Inoltre, vengono addestrati con dati che riflettono preconcetti umani e influenze culturali, e possono perpetuare stereotipi e ingiustizie. Facilitano inoltre la diffusione di massa di contenuti sintetici e di disinformazione mirata, minando così la fiducia nelle immagini, nei testi e in altre testimonianze su cui le persone basano i propri giudizi.
Questa consapevolezza priva i sistemi dell’aura dell’oracolo: chi li utilizza in modo responsabile non li affronta né con cieca fiducia né con un rifiuto generalizzato, ma con distacco critico e sobria serenità. Anche nelle Chiese e nelle opere questa posizione deve trovare conferma in una pratica responsabile: laddove le applicazioni di intelligenza artificiale vengono impiegate nella predicazione, nella formazione, nel lavoro con i media, nella guida, nella consulenza sociale o nella raccolta fondi, i loro risultati vengono verificati con spirito critico rispetto alle fonti e le citazioni, i dati fattuali e le informazioni giuridiche non vengono ripresi senza essere stati verificati. Il loro impiego viene reso pubblico in particolare laddove vengono coinvolte nella consulenza, nell’assistenza pastorale, nella formazione o nei processi decisionali, influenzano la comunicazione personale o la paternità di un testo, oppure preparano decisioni con conseguenze per le persone. La responsabilità ricade sempre su una persona specificatamente designata.
(6) Libertà
La partecipazione deve essere tutelata
In quanto immagini di Dio, gli esseri umani sono chiamati alla libertà e alla responsabilità – sono in grado di giudicare autonomamente, di decidere e di plasmare la convivenza con gli altri. Le applicazioni di intelligenza artificiale possono rafforzare questa libertà, ma non devono minare il processo di giudizio umano e il processo decisionale collettivo.
Dal punto di vista cristiano, la libertà è al tempo stesso dono e compito: non la mera scelta tra opzioni, ma la capacità e la responsabilità di plasmare la propria vita in comunione con gli altri. Essa dà prova di sé laddove le persone ascoltano, valutano, lottano per giungere a decisioni sostenibili e ne assumono la responsabilità. Tali processi di formazione dell’opinione e di comprensione sostengono la convivenza nelle Chiese e nelle comunità, così come la convivenza sociale; senza di essi, la democrazia perde il proprio fondamento.
Anche nell’era dell’intelligenza artificiale, questa libertà spetta alle persone stesse. Le applicazioni basate sull’intelligenza artificiale possono ampliare le possibilità di azione, aprendo nuove vie d’accesso, abbattendo le barriere e rendendo più udibili le voci emarginate. In questo modo, le persone con disabilità, con ostacoli linguistici o con un livello di istruzione più basso possono partecipare più facilmente alla vita ecclesiale, sociale e politica.
L’impiego di tali applicazioni comporta tuttavia anche dei rischi: sia per gli spazi comuni di negoziazione, sia per la libertà dei singoli. Laddove i sistemi di IA pre-selezionano le risposte, ignorano i conflitti e favoriscono le «camere di risonanza», si profila il rischio di polarizzazione e disintegrazione sociale. Se generano dipendenze, manipolano le persone attraverso incentivi personalizzati e sottili strategie di orientamento comportamentale, oppure trasferiscono le decisioni a procedure poco trasparenti, l’autodeterminazione e la corresponsabilità vengono minate.
Questi pericoli vanno presi sul serio, ma non rappresentano un destino ineluttabile. Al contrario, essi ci sfidano a fare uso della nostra libertà: il modo in cui i sistemi di IA vengono impiegati e limitati deve essere negoziato pubblicamente e definito a livello politico. È un compito sociale comune discutere criticamente le loro conseguenze, esigere trasparenza e un’efficace supervisione umana, nonché sostenere le applicazioni di IA che rafforzano il giudizio umano e la partecipazione decisionale.
Tali spazi di libertà devono essere valorizzati. Chi ritiene che lo sviluppo sia inarrestabile, cede volontariamente decisioni che spettano all’uomo; chi, per comodità, si abitua a rinunciare alla partecipazione e alla capacità di giudizio, col tempo dimentica come rivendicare la libertà stessa. A ciò non si deve far fronte rinunciando alla tecnologia, ma riponendo fiducia nella propria dignità e dimostrando la disponibilità a esercitare insieme la libertà e ad assumersi la responsabilità.
Anche le Chiese, le comunità e le opere sono chiamate a farlo. Laddove le applicazioni di intelligenza artificiale vengono impiegate nella pastorale, nella consulenza, nella formazione o nella vita comunitaria, esse assumono una responsabilità particolare. La vicinanza, la fiducia e l’autorità spirituale non devono mai essere utilizzate per manipolare le persone; al contrario, deve rimanere sempre chiaro con cosa hanno a che fare le persone e chi ne è responsabile. Allo stesso modo, esse devono far sentire la propria voce nel dibattito sociale sull’intelligenza artificiale – come luoghi di formazione condivisa del giudizio e come co-artefici di un futuro digitale a misura d’uomo.
(7) Integrità
Le persone sono più dei loro dati
I modelli di IA operano sulla base di dati, modelli e profili. Per quanto ciò possa essere utile, le persone non devono scomparire dietro caratteristiche misurabili, perdere il controllo sui propri dati o subire violazioni della propria integrità. La protezione dei dati è espressione del rispetto per la dignità di ogni persona.
Le persone, in quanto individui, sono più di ciò che è possibile registrare, misurare e calcolare su di loro: la loro dignità precede ogni descrizione e nessun set di dati, profilo o modello è in grado di coglierla appieno. I dati relativi a una persona non sono mai semplici informazioni neutre; rappresentano una persona nella sua storia, nelle sue relazioni e nelle sue abitudini. Chi raccoglie, tratta o trasmette dati non si limita quindi a gestire informazioni, ma interferisce con la realtà della vita di quella persona.
Il trattamento dei dati personali richiede pertanto una protezione particolare – a maggior ragione laddove i sistemi di intelligenza artificiale collegano grandi quantità di dati, riconoscono modelli e traggono conclusioni di ampia portata sui singoli individui. Il rispetto della dignità comprende l’autodeterminazione informativa, l’anonimato e la riservatezza, così come il diritto alla cancellazione dei dati personali e all’oblio.
In queste condizioni, le analisi dei dati basate sull’intelligenza artificiale possono essere di utilità per la vita: aiutano a comprendere gli sviluppi sociali e a fornire un sostegno mirato proprio dove è necessario. Anche nelle chiese e nelle opere caritative, le analisi anonimizzate possono consentire di individuare precocemente fenomeni quali l’isolamento, la povertà o il bisogno di assistenza e di orientare in modo più equo le offerte pastorali, diaconali e di assistenza sociale. In questo modo, una gestione attenta dei dati diventa uno strumento di cura.
La gestione dei dati diventa problematica laddove i sistemi di IA li elaborano senza un’adeguata protezione o li utilizzano per scopi estranei; quando si perde il controllo sui propri dati, l’integrità e la libertà sono messe a rischio. Questo rischio si aggrava ulteriormente quando i sistemi di IA ricavano dalle analisi dei dati previsioni sulle persone e, sulla base di queste, le valutano, le classificano o prendono decisioni al loro riguardo. In tal caso, le persone si trasformano in punteggi, gruppi target o casi a rischio, con il rischio che insorgano nuove forme di discriminazione e controllo. Le decisioni con conseguenze significative non devono quindi essere prese in modo completamente automatizzato, ma richiedono responsabilità umana, tracciabilità e la possibilità di opporre ricorso.
Ciò vale anche per i settori di attività delle Chiese e delle loro opere: l’assistenza pastorale, la consulenza, la formazione, il lavoro sociale e con i migranti, nonché la diaconia, si basano sulla fiducia. In questo ambito valgono limiti chiari: nessun inserimento di dati personali o sensibili in sistemi di intelligenza artificiale per i quali il luogo di archiviazione, il riutilizzo e i termini di cancellazione non siano chiariti e regolati contrattualmente; ciò che è soggetto al segreto pastorale non deve essere inserito in alcun sistema di intelligenza artificiale; nessuna profilazione basata sull’intelligenza artificiale di coloro che cercano consiglio e aiuto, dei collaboratori o dei volontari; nessuna decisione automatizzata in ambiti sensibili. La protezione dei dati è in questo contesto tutela della fiducia e parte integrante della credibilità ecclesiale – spesso la responsabilità consiste proprio nel non raccogliere o trasmettere affatto i dati. Per le Chiese e le organizzazioni caritative questi principi non sono solo requisiti giuridici, ma espressione della loro missione di rispettare la dignità di ogni persona. Le persone rimangono sempre più della somma dei loro dati – e sia le Chiese che le organizzazioni caritative rimangono impegnate nei confronti di questo «di più».
(8) Creato
La responsabilità ecologica vale anche nel mondo digitale
La tecnologia digitale si basa su energia, acqua, materie prime rare, catene di approvvigionamento globali, centri di calcolo e dispositivi. Lo sviluppo e il funzionamento delle applicazioni di intelligenza artificiale aumentano ulteriormente tale consumo e ci pongono di fronte a nuove sfide ecologiche. La responsabilità nei confronti del creato vale quindi anche nel mondo digitale.
In quanto creature tra le creature, gli esseri umani vivono in relazioni molteplici con il mondo che li circonda e ne dipendono. In quanto immagini di Dio, tuttavia, essi hanno anche la responsabilità delle conseguenze delle loro azioni: non solo gli uni verso gli altri e nei confronti delle risorse naturali delle generazioni future, ma anche per la tutela delle altre creature e la conservazione della diversità della vita su questo pianeta. Il loro spirito inventivo è chiamato a servire la vita, non a esaurirne le basi. La sostenibilità non è quindi una questione secondaria, ma espressione del rispetto per il creato inteso come dono.
Le applicazioni di intelligenza artificiale possono contribuire ad adempiere a tale responsabilità. In agricoltura e nell’industria consentono di utilizzare acqua, fertilizzanti, energia e materiali in modo più mirato ed efficiente; grazie ai dati satellitari e dei sensori, rendono visibili in anticipo fenomeni quali la deforestazione, le fughe di metano o l’inquinamento delle acque; e nella ricerca climatica aiutano a elaborare modelli complessi e a valutare con maggiore precisione le conseguenze del cambiamento climatico.
Il rapido sviluppo delle infrastrutture di IA aggrava tuttavia la questione ecologica. L’addestramento e il funzionamento di modelli di grandi dimensioni consumano enormi quantità di elettricità e acqua di raffreddamento. I chip e i dispositivi richiedono materie prime rare, e il crescente impiego delle tecnologie digitali fa aumentare ulteriormente la quantità di rifiuti elettronici. Molti di questi costi ecologici indiretti vengono esternalizzati in altre regioni del mondo e rimangono in gran parte invisibili agli utenti del Nord del mondo. Non è il progresso tecnico in sé a contraddire il mandato di contribuire a plasmare questo mondo in modo responsabile e di preservare il creato, ma lo è invece una diffusione e una commercializzazione sfrenate delle tecnologie digitali, che ignorano i limiti di carico del pianeta e sfruttano senza riguardo l’ambiente circostante.
La responsabilità ecologica richiede quindi, innanzitutto, una lucida consapevolezza dei costi reali. Il consumo di risorse delle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale deve essere reso visibile e messo a confronto con i loro benefici. Questa valutazione non deve essere determinata esclusivamente dagli interessi di mercato, ma deve essere oggetto di un consenso pubblico e democratico. Dovrebbe inoltre tradursi in condizioni quadro politiche e incentivi economici che promuovano innovazioni rispettose delle risorse, rafforzino le energie rinnovabili e attribuiscano in modo più coerente i costi ecologici conseguenti a chi li genera. Le Chiese e le organizzazioni caritative devono far sentire la propria voce in questo ambito e possono contribuire a vivere in modo credibile la responsabilità nei confronti del creato anche nell’era digitale, attraverso un uso consapevole delle applicazioni ad alto consumo di risorse, un approvvigionamento sostenibile e un utilizzo il più possibile prolungato dei dispositivi digitali, nonché attraverso la sensibilizzazione sugli effetti dell’era dell’intelligenza artificiale sulle nostre risorse naturali fondamentali.
(9) Giustizia
Il potere digitale necessita di limiti e partecipazione
I sistemi di intelligenza artificiale non nascono nel vuoto. Sono inseriti in un contesto di interessi economici, potere politico e disuguaglianze globali – e, soprattutto nel caso dei modelli di grandi dimensioni, sono nelle mani di pochi. Laddove il potere si concentra in questo modo, cresce l’ingiustizia. Il potere digitale necessita pertanto di limiti e partecipazione.
Dal punto di vista cristiano, il potere è destinato al servizio. Seguendo l’esempio di Gesù Cristo, esso non deve servire all’affermazione di sé, ma al bene di tutti. Tuttavia, poiché gli esseri umani, nella loro fragilità, tendono ripetutamente a usare il potere per affermarsi a scapito degli altri, esso richiede limiti e responsabilità, affinché il bene comune e, in particolare, i più deboli non vengano sacrificati agli interessi di pochi. In una prospettiva cristiana, occorre quindi interrogarsi non solo sull’agire responsabile dei singoli, ma anche sulle strutture giuste: chi detiene il potere? Chi ne trae vantaggio? Chi viene escluso? E chi può contribuire a plasmarlo?
Queste domande si pongono anche in relazione allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Lo sviluppo di sistemi di IA ad alte prestazioni richiede un impiego estremamente elevato di risorse computazionali e di capitale; le relative capacità si concentrano pertanto in poche grandi aziende che controllano modelli, infrastrutture e dati. Tuttavia, quanto più le applicazioni di IA permeano l’economia e la società, tanto più profonde diventano le dipendenze di coloro che le utilizzano: sia i privati che le imprese, le autorità, le scuole, le chiese e le istituzioni si legano a sistemi proprietari, sui cui termini di utilizzo, prezzi e modalità di funzionamento non possono influire.
La tecnologia diventa uno strumento di potere e riflette i rapporti economici da cui ha origine. Tale concentrazione mette a rischio la diversità culturale e sottrae sempre più infrastrutture indispensabili alla partecipazione democratica e al controllo. La disuguaglianza si manifesta con maggiore acutezza su scala globale: mentre poche multinazionali, con sede soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, accaparrano profitti e dati e le società benestanti traggono vantaggio dai loro prodotti, le persone nelle regioni più povere del mondo ne sopportano gli oneri: l’estrazione di materie prime in condizioni precarie, un lavoro sui dati mal retribuito e gravoso e l’esclusione dalla partecipazione digitale.
Al contrario, un futuro digitale dignitoso richiede strutture che condividano il potere anziché concentrarlo. Nella scelta e nell’utilizzo delle applicazioni di intelligenza artificiale occorre verificare se garantiscano la protezione dei dati e la sovranità sui dati, funzionino in modo affidabile e tracciabile, limitino le dipendenze tecniche e consentano un cambiamento di sistema.
Anche le Chiese cristiane e le organizzazioni caritative dovrebbero applicare tali criteri nelle proprie azioni e impegnarsi pubblicamente a favore di un accesso equo, di regole trasparenti e della partecipazione digitale. Inoltre, possono rendere visibili i rapporti di potere basati sullo sfruttamento, dando voce a coloro che soffrono a causa degli aspetti negativi della rivoluzione dell’IA. Proprio le organizzazioni caritative cristiane, grazie al loro operato, sono in molti luoghi strettamente legate a persone colpite dall’esclusione digitale, dalle dipendenze economiche, da condizioni di lavoro precarie o da ingiustizie globali. Esse possono raccogliere le loro esperienze e inserirle con competenza nel dibattito pubblico. Un mondo digitale a misura d’uomo necessita di un potere che serva al bene di tutti, anziché concentrarsi nelle mani di pochi.
(10) Comunità
Plasmiamo insieme la rivoluzione dell’IA
La diffusione delle applicazioni di IA ha un effetto a ritroso sulle persone: modifica profondamente il nostro rapporto con noi stessi e con il mondo. La direzione di questo cambiamento non deve essere lasciata al caso o a singoli attori: dobbiamo negoziarla pubblicamente e assumercene la responsabilità insieme.
In quanto esseri relazionali, gli esseri umani si sviluppano nelle loro relazioni con il mondo circostante e, al contempo, vengono plasmati da ciò che essi stessi creano in modo creativo. Ciò vale anche per i loro strumenti e le loro tecnologie: non sono mai semplici strumenti neutri, ma hanno un effetto su coloro che li utilizzano. Già le precedenti rivoluzioni mediatiche, dall’invenzione della scrittura alla stampa, fino al computer, hanno profondamente trasformato la percezione, la conoscenza, la comunità, nonché la fede e la Chiesa. Ciascuna di queste rivoluzioni civili ha soppiantato ciò che era familiare, apportando al contempo agevolazioni, creando libertà e rendendo possibili progressi, dai quali quasi nessuno avrebbe voluto tornare indietro.
Le innovazioni basate sull’intelligenza artificiale stanno per permeare la vita delle persone in misura maggiore rispetto a qualsiasi altra conquista mediatica del passato. Vengono utilizzate nella vita privata quotidiana, nell’economia, nella scienza e nell’amministrazione; operano in modo impercettibile dietro le quinte e determinano sempre più il modo in cui viene personalizzata la pubblicità, concessi i prestiti, diagnosticate le malattie o identificati gli obiettivi militari. Allo stesso tempo, le relative applicazioni hanno un profondo impatto sulle persone: trasmettono, ordinano, valutano e generano sempre più ciò che ci appare come realtà. In questo modo, non solo modificano ciò che facciamo, ma anche il modo in cui percepiamo, pensiamo, decidiamo, comunichiamo e interagiamo gli uni con gli altri.
Non si tratta di arrestare questo sviluppo, ma piuttosto di non lasciarne la direzione al caso, alla ricerca del profitto da parte delle grandi multinazionali o alle visioni di singoli miliardari del settore tecnologico, bensì di discuterne insieme e di partecipare attivamente alle decisioni. Ciò potrà avvenire solo nell’ambito di un processo di dialogo polifonico, polemico e conflittuale, in cui trovino espressione esperienze, contesti, interessi e visioni del futuro diversi. In particolare, non devono andare perse le voci di coloro che traggono ben pochi benefici dalle opportunità offerte dallo sviluppo dell’IA, ma ne subiscono in misura particolare i rischi – ad esempio perché il loro lavoro, i loro mezzi di sussistenza o la loro partecipazione sociale sono messi sotto pressione.
Anche le Chiese e le loro opere devono partecipare a questo processo di dialogo: non in qualità di autorità morali superiori che avrebbero già risposte pronte alle complesse sfide e agli sviluppi imprevedibili del nostro tempo; ma come comunità di fede che attingono da una lunga tradizione e si lasciano guidare da una visione: che gli esseri umani, anche nell’uso delle innovazioni tecnologiche, adempiano alla loro vocazione di creature libere e responsabili a immagine di Dio, invece di lasciarsi privare della propria autonomia o di farsi spingere in sistemi ostili alla vita. Confidando nella presenza di Dio, i cristiani possono contrapporre alla paura diffusa una speranza fondata: quella di un futuro in cui non siano gli esseri umani a servire la tecnologia, ma la tecnologia a servire gli esseri umani.





