Armenia: salta il concilio?

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Il concilio dei 56 vescovi armeni, programmato in Austria (St Pölten) a partire dal 17 febbraio, potrà difficilmente essere celebrato. Non solo una decina di vescovi si sono opposti, alleandosi con il potere del primo ministro Nikol Pashinyan, ma sei diretti collaboratori del catholicos sono stati impediti di uscire dal paese; e altri quattro sono in prigione e lo stesso catholicos, Karekin II, è stato chiamato a giudizio e quindi difficilmente potrà partire. La situazione sembra precipitare in un conflitto totale fra il governo e la Chiesa apostolica armena.

Il governo di Nikol Pashinyan accusa il catholicos e i suoi collaboratori di indegnità (il prelato avrebbe una figlia), di opposizione alla pacificazione con l’Azerbaigian, di un’alleanza con i poteri russi contro l’autonomia dello stato, di corruzione e, ora, di volere trasferire all’estero la sede patriarcale di Etchmiadzin (Erevan).

Le censure canoniche verso i preti dissidenti vengono ignorate dall’amministrazione pubblica e i tribunali civili emanano sentenze a favore dei vescovi dimessi di autorità dal catholicos. Il vertice ecclesiale imputa al governo non solo di non aver gestito con efficacia lo scontro bellico con l’Azerbaigian, ma anche di aver ceduto al paese islamico il Nagorno-Karabak (enclave armena si confini con l’Armenia), di non avere gestito il flusso dei rifugiati (100.000 persone) in provenienza da quei territori, di non aver preteso la liberazione dei politici armeni prigionieri e di non aver risolto i problemi di corruzione endemica e di sviluppo economico.

Lo accusa in particolare di violare la libertà religiosa, di pretendere di sostituire il catholicos per ragioni politiche, ma soprattutto di spaccare la Chiesa, pretendendo di trasformarla in una Chiesa a servizio del potere dello stato.

Come i comunisti?

Un conflitto che minaccia la stessa esistenza dell’Armenia che ha sempre trovato nella Chiesa apostolica il suo perno di riferimento. La divisione interna fra i tre milioni di abitanti attraversa ormai non solo l’elettorato che sarà chiamato al voto nel prossimo giugno, ma anche le singole famiglie.

C’è chi, come John Eibner, imputa a Pashinyan di perseguire la distruzione della Chiesa come tentarono di fare i comunisti negli anni ‘20 del XX secolo attraverso il movimento denominato “Chiesa libera”. Come allora il clero più debole e i vescovi più ricattabili vengono sovvenzionati e guidati dallo stato, si indebolisce la base finanziaria della Chiesa annullandone il ruolo di difensore della nazione.

Fortemente critico del governo anche un autorevole testimone, il direttore generale di Christian Solidarity International, p. Peter Fuchs. Appena tornato da una visita nel paese assicura la buona coscienza di Karikin II e l’inconsistenza del “gruppo di riforma” costruito attorno ai dieci vescovi dissidenti: «C’è molto odio nella società […] e questo ha portato a una profonda frattura che il governo Pashinyan sta deliberatamente aggravando». Il governo «vuole che la Chiesa apostolica armena sia la Chiesa di stato, completamente integrata negli interessi e negli obiettivi dello stato».

La diaspora

La divisione si è allargata alla diaspora armena, che con i suoi 10 milioni di persone diffuse in Occidente (Stati Uniti e Francia in particolare) costituisce il polmone finanziario che ha permesso al paese di attraversare le crisi più acute. Alcuni dei nomi più noti come il miliardario americano-armeno Nouhar Afeyan, lo svizzero armeno Vahe Gabrash, il primario della chirurgia dell’Imperial College di Londra Ara Darzi, il filantropo Vatché Manoukian hanno preso posizione a favore della Chiesa.

La destituzione del catholicos richiesta dal governo è illegittima, gli attacchi ai gerarchi minacciano la stessa diaspora, il concilio di St Pölten, seguito dall’Assemblea nazionale ecclesiale, permetterebbe un autentico rinnovamento in conformità alle tradizioni e ai canoni ecclesiali.

«Facciamo appello al governo armeno e alla Chiesa per risolvere i loro conflitti rispettando le regole di autogoverno della Chiesa e – per la Chiesa – la separazione fra attività politica e missione religiosa, proteggendo in tal modo il diritto degli armeni della diaspora di praticare la loro fede senza ingerenze governative».

La Chiesa che ha permesso di superare il dramma del genocidio armeno dell’inizio del ‘900 (oltre un milione e mezzo di vittime) rischia ora la sopravvivenza per l’intervento dello stato armeno. La diaspora si sente obbligata a chiedere aiuto ai paesi di accoglienza e alle istituzioni internazionali. I responsabili del “movimento armeno” che “rappresenta” la diaspora hanno invece denunciato l’intervento dei firmatari ricordando che «nessun governo responsabile può accettare che una istituzione religiosa intervenga stabilmente nella lotta politica senza una adeguata reazione».

Dello stesso tono il commento del fondatore del Children of Armenia Fund, Garo Armen, che ricorda come la Chiesa non sia fatta dai gerarchi ma dal popolo. Un popolo che ha scelto la via democratica e ha eletto Nikol Pashinyan nel 2018 e tornerà al voto a breve. Le elezioni del 2018 hanno chiesto «un governo responsabile davanti ai cittadini piuttosto che a ceti privilegiati. Un lavoro non ancora compiuto ma coerente: maggiore responsabilità, trasparenza e presenza dello stato». «L’Armenia ha bisogno di uno stato forte e di una Chiesa forte. I due possono convergere insieme quando la loro leadership sia credibile».

In mezzo al guado

Il conflitto interno avviene in un momento delicato e in una zona geopolitica attraversata da scontri violenti. L’inclinazione verso Occidente dell’attuale governo trascura il tradizionale appoggio della Russia. La firma a Washington del trattato di pace con l’Azerbaigian dovrebbe chiudere il conflitto con il paese vicino, riaprire i contatti con la diffidente Turchia, senza troppo irritare l’Iran (altro tradizionale interlocutore).

La Russia non guarda con favore il processo e utilizza il dissenso ecclesiale per i propri interessi organizzando manifestazioni antigovernative delle minoranza armene in diverse città della Russia e reclamando la libertà religiosa, assai poco praticata nei territori ucraini occupati dalle sue truppe.

La Georgia, che si è finora giovata del passaggio delle merci per l’Armenia, visto il blocco arzero e turco, teme di perdere i proventi connessi quando il corridoio TRIPP (Trump Routge for Ingternational Peace and Prosperitsy) permetterà un accesso diretto dall’Azerbaigian. L’auspicata fine della guerra in Ucraina libererebbe le vie economiche di accesso dalla Russia.

Un complicato puzzle che attende una soluzione credibile al conflitto interno e, in particolare, allo scontro fra Chiesa e stato.

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