Congo: guerre dimenticate

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Mentre l’attenzione nazionale e internazionale rimane largamente concentrata sul conflitto che oppone l’M23 alle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC), un’altra guerra, altrettanto brutale e molto più silenziosa, continua a devastare l’est del Paese.

Tra il 22 novembre 2025 e il 22 gennaio 2026, i territori di Beni e Lubero nel Nord Kivu e di Mambasa nell’Ituri sono stati teatro di una serie di attacchi di estrema violenza attribuiti ai ribelli islamisti ADF/ISCAP, affiliati allo Stato Islamico.

Secondo il bilancio rivendicato dalla stessa organizzazione terroristica nella sua ultima pubblicazione del giornale Al-Naba, questi attacchi hanno causato la morte di 178 persone, tra cui 132 civili – per lo più cristiani – e 46 militari e miliziani, tra cui membri delle FARDC e dei gruppi di autodifesa Maï-Maï/Wazalendo. Le modalità operative testimoniano una strategia di terrore sistematico: 6 raid e scontri armati, 6 imboscate, 31 attacchi mirati, 2 attentati dinamitardi e 17 incendi che hanno distrutto 80 abitazioni civili e 7 caserme militari.

Tuttavia, queste violenze si verificano in zone in cui sono in corso le operazioni militari congiunte Shujaa, condotte dalle FARDC e dall’esercito ugandese (UPDF) con l’obiettivo di neutralizzare i combattenti ADF/ISCAP. Lungi dall’essere contenuta, la minaccia sembra invece adattarsi, colpire i civili in modo indiscriminato e dimostrare la sua capacità di nuocere nonostante la pressione militare. La rivendicazione pubblica di questi attacchi da parte dello Stato Islamico, attraverso un’infografica dettagliata, rientra in una logica propagandistica volta ad affermare il suo radicamento duraturo nella regione dei Grandi Laghi.

Ancora più preoccupante è il silenzio quasi totale che circonda questa crisi. Né i recenti rapporti del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite, né quelli di altri meccanismi internazionali di monitoraggio della sicurezza hanno dato spazio significativo a questa guerra, concentrando la maggior parte delle loro analisi sul caso dell’M23. Questa omissione contribuisce a rendere invisibili le sofferenze delle popolazioni di Beni, Lubero e Mambasa, vittime di uno dei conflitti più sanguinosi della regione negli ultimi dieci anni.

Questa situazione solleva una domanda fondamentale: quanti morti ci vorranno ancora perché questa tragedia sia riconosciuta nella sua giusta misura? La minaccia dell’ADF/ISCAP non è solo un problema locale, ma costituisce una minaccia regionale, ideologica e di sicurezza, con ripercussioni transfrontaliere. Ignorare questa guerra significa accettare che una parte del territorio congolese rimanga una zona di illegalità dove la vita umana ha poco valore agli occhi della comunità internazionale.

Di fronte a questa realtà, una risposta esclusivamente militare appare insufficiente. Deve essere accompagnata da una presa di coscienza politica, da una migliore documentazione internazionale e da un maggiore sostegno alle popolazioni civili abbandonate al loro destino. Senza tutto ciò, la guerra dimenticata di Lubero e Mambasa rischia di continuare a mietere vittime nell’indifferenza, lontano dai riflettori, ma nel cuore stesso della tragedia congolese.

Nuovo attacco dell’ADF a Musenge

Dalla notte del 24 gennaio scorso, il villaggio di Musenge, situato nel territorio di Lubero nella provincia del Nord Kivu, è stato immerso nell’orrore a seguito di un sanguinoso attacco attribuito ai ribelli dell’ADF (Allied Democratic Forces). Questa nuova incursione armata si aggiunge alla lista già troppo lunga delle violenze che affliggono la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Secondo le dichiarazioni del colonnello Alain Kiwewa, amministratore militare del territorio di Lubero, gli assalitori hanno metodicamente incendiato quasi tutto il villaggio. Le abitazioni sono state ridotte in cenere, un centro sanitario è stato distrutto, così come una chiesa cattolica, simbolo sia spirituale che comunitario per la popolazione locale. Questo saccheggio sistematico riflette una chiara volontà di seminare il terrore e di distruggere le fondamenta stesse della vita sociale.

Il bilancio provvisorio delle vittime riporta la morte di due militari, ritrovati carbonizzati dopo l’attacco. Tuttavia, le autorità locali sottolineano che queste cifre sono ancora parziali. “Il bilancio attuale è solo provvisorio”, ha precisato il colonnello Kiwewa, sottolineando che si attendono dati più completi dalla squadra congiunta di sicurezza delle forze armate congolesi (FARDC) e ugandesi (UPDF), attualmente dispiegate nella zona per valutare l’entità reale delle perdite umane e materiali.

Di fronte a questa brutale violenza, gran parte della popolazione di Musenge è fuggita, abbandonando case, beni e campi. Centinaia di civili si stanno spostando verso la città di Butembo, situata a circa 30 chilometri di distanza, nella speranza di trovare lì un minimo di sicurezza. Questo nuovo esodo aggrava una crisi umanitaria già critica, caratterizzata dal moltiplicarsi degli sfollati interni, spesso senza assistenza sufficiente.

Particolarmente preoccupante è il fatto che l’attacco sia stato rivendicato dallo Stato Islamico. In un messaggio radiofonico, il gruppo terroristico ha confermato l’operazione, in linea con la strategia di comunicazione dello Stato Islamico in Africa Centrale (ISCAP), a cui sono affiliati gli ADF. Questa rivendicazione conferma, ancora una volta, la dimensione terroristica e transnazionale del conflitto che colpisce la parte orientale della RDC, che va ben oltre il semplice contesto di una ribellione locale.

Mentre le operazioni militari continuano nella regione, la popolazione rimane nell’angoscia e nell’incertezza. A Musenge, come in tante altre località del Nord Kivu e dell’Ituri, la pace rimane fragile e la resilienza dei civili è messa a dura prova. Questo attacco ricorda l’urgenza di una risposta efficace in termini di sicurezza, ma anche di un sostegno umanitario e psicologico all’altezza delle sofferenze patite dalla popolazione civile.

Goma: un anno in ostaggio dell’M23

Un anno fa, il 27 gennaio 2025, Goma è stata conquistata. In pochi giorni la città vulcanica, già provata da decenni di instabilità, è caduta sotto il controllo dei ribelli dell’M23. Non è stata solo una sconfitta militare: è stata una lacerazione umana, morale e sociale le cui ferite rimangono aperte.

In appena cinque giorni, sono state falciate quasi 8.000 vite. Pace eterna alle loro anime! Cifre che danno le vertigini, ma che faticano ancora a esprimere la profondità del trauma: dietro ogni numero, un volto, una famiglia, una storia brutalmente interrotta.

Da quella caduta, Goma vive come una città fantasma. L’aeroporto, un tempo porta d’ingresso e di uscita vitale, rimane chiuso, isolando ulteriormente una regione già isolata. Questa chiusura non è solo logistica: è simbolica di un orizzonte ostruito, di un futuro sospeso. Anche le banche hanno abbassato le saracinesche. Con loro, una parte della vita economica si è congelata: stipendi non pagati, risparmi inaccessibili, attività paralizzate. Il denaro è scomparso dai circuiti ufficiali, sostituito da sistemi di sopravvivenza precari, esposti a ogni tipo di abuso.

L’insicurezza, dal canto suo, è diventata una compagna quotidiana. Si aggira nei quartieri, sulle strade, negli sguardi diffidenti. La notte non è più un momento di riposo, ma di angoscia. Furti, crimini, atti di violenza mirati o indiscriminati scandiscono un’esistenza in costante tensione. La paura è diventata un linguaggio comune, condiviso da tutti, dagli anziani ai bambini che hanno imparato troppo presto a riconoscere il rumore delle armi.

A questa insicurezza si aggiunge una crisi umanitaria di portata allarmante. Migliaia di sfollati interni sono ammassati in campi di fortuna, sovraffollati e con scorte insufficienti. Altri sono fuggiti oltre confine, diventando sfollati esterni, stranieri loro malgrado. La promiscuità, la fame, le malattie e la mancanza di prospettive pesano pesantemente su popolazioni già fragili. Le organizzazioni umanitarie, nonostante il loro impegno, faticano a rispondere all’immensità dei bisogni, ostacolate dall’insicurezza e dalla mancanza di risorse.

Eppure, nel cuore di questo panorama cupo, qualcosa resiste. Il popolo di Goma, ferito ma ancora in piedi, continua a vivere. La resilienza qui non è una parola astratta: si legge nei gesti semplici, nei mercati improvvisati, nelle scuole che riaprono come possono, nelle preghiere sussurrate e nelle solidarietà discrete. Si vede in quelle donne e quegli uomini che, nonostante la perdita e la paura, rifiutano di arrendersi al destino.

A un anno dalla caduta di Goma, il silenzio del mondo rimane assordante per molti. Ma la memoria delle vittime, la sofferenza degli sfollati e la dignità di un popolo resiliente chiedono più che mai verità, giustizia e un impegno sincero per la pace. Goma non è solo un campo di rovine: è una città viva, che spera ancora che la storia non si fermi al 27 gennaio 2025. Da queste ceneri, rinascerà.

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