
A Shivaji Nagar l’infanzia ha poco tempo. Le strade si animano presto: saracinesche che si alzano, voci che si intrecciano, mani piccole che imparano in fretta a muoversi tra oggetti, polvere e rumore. Per molti bambini il lavoro arriva prima ancora della possibilità di scegliere. Non è il risultato di un progetto o di una vocazione, ma una risposta immediata alle necessità della famiglia.
Studiare resta un’opzione fragile; lavorare invece, è una certezza quotidiana. La giornata di molti bambini comincia quando la città è ancora sospesa tra il sonno e il rumore che sta per esplodere, e termina quando la luce si ritira dietro i tetti di lamiera. I tempi dell’infanzia non seguono il ritmo del gioco o dello studio, ma quello della necessità: c’è da aprire una bottega, consegnare un pacco, badare a un fratello, preparare un pasto. Il tempo libero diventa uno spazio intermittente, ritagliato tra una mansione e l’altra, spesso sacrificato alla stanchezza.
Lavoro minorile e informale
Il lavoro minorile è una realtà diffusa in tutto il contesto urbano di Mumbai, ma negli slum assume forme particolarmente visibili e radicate nella vita quotidiana. Bambini e ragazzi aiutano i genitori nei laboratori artigianali, lavorano nelle botteghe, vendono oggetti per strada, trasportano merci, si occupano dei fratelli più piccoli.
Le bambine sono spesso impegnate nella vendita ambulante o nei lavori domestici, dentro e fuori casa; i bambini più frequentemente nelle attività manuali o produttive. Accade spesso che le ragazze si facciano carico della gestione della casa e della cura dei fratelli più piccoli, soprattutto quando il padre è lontano per lavoro e la madre è impegnata in altre attività necessarie alla sopravvivenza familiare.
Si tratta quasi sempre di lavoro informale: orari irregolari, nessuna tutela, continuità incerta. Un giorno si lavora, il giorno dopo no. Spesso tutto comincia come un aiuto occasionale e, senza che nessuno lo decida davvero, diventa una responsabilità stabile. L’età in cui questo passaggio avviene è sorprendentemente bassa.
Durante il mio soggiorno ho incontrato ragazzi che, pur frequentando la scuola, lavoravano diverse ore al giorno. Altri avevano già abbandonato gli studi. Non parlavano del lavoro come di una costrizione eccezionale, ma come qualcosa di normale, quasi inevitabile. In un contesto in cui il reddito è incerto e le famiglie sono numerose, il contributo di ogni membro diventa essenziale.
Il lavoro non è solo una fonte di sostentamento, è anche un luogo di apprendimento informale, dove si impara osservando, ripetendo gesti, assumendo responsabilità molto prima del tempo. Questo sapere pratico offre una sicurezza immediata, ma difficilmente apre a possibilità di mobilità sociale. È un apprendimento che serve soprattutto a sopravvivere, più che a immaginare un cambiamento.
Il confine tra infanzia ed età adulta diventa sottile: i ragazzi gestiscono denaro, contribuiscono alle spese di casa, si prendono cura dei fratelli più piccoli. Crescono in fretta, spesso senza lo spazio per interrogarsi su alternative possibili. La scuola, quando riesce a rimanere presente, diventa un esercizio di equilibrio. C’è chi frequenta al mattino e lavora nel pomeriggio, chi arriva in classe stanco, con la mente già occupata da responsabilità adulte, chi interrompe per settimane e poi tenta di rientrare.
L’istruzione non è rifiutata per disinteresse, ma spesso sospesa per necessità. Restare studenti richiede uno sforzo continuo, una resistenza silenziosa che non sempre riesce a vincere contro l’urgenza del presente.
Ed è osservando il lavoro dei bambini e degli adolescenti di Shivaji Nagar, così lontano dall’idea occidentale di infanzia, che emerge un’altra questione, meno visibile ma altrettanto centrale: il modo in cui questa realtà viene guardata e raccontata. Qui il lavoro minorile non si presenta come un’eccezione isolata, ma come parte di un sistema informale che regge la vita quotidiana dello slum. Ridurlo a una categoria unica di sfruttamento rischia di semplificare una realtà fatta anche di responsabilità precoci, apprendimenti informali e necessità immediate.
Questo non significa negare la durezza delle condizioni né le conseguenze che il lavoro ha sul percorso educativo dei più giovani. Significa, piuttosto, riconoscere che le categorie con cui siamo abituati a interpretare l’infanzia, i diritti e la povertà non sempre riescono a contenere la complessità di contesti come questo. È proprio a partire da questa distanza tra realtà e sguardo che nasce la necessità di andare oltre le immagini preconfezionate e gli stereotipi con cui, spesso, l’India viene osservata.

Oltre gli stereotipi
Ma l’India non è solo questo. È un paese pieno di contraddizioni, e a volte si fa davvero fatica a comprenderle. Forse perché non la si può capire fino in fondo se non ci sei nato. A noi appare caotica, travolgente, troppo piena di tutto: clacson che non smettono mai di suonare, tuk tuk che sfrecciano ovunque, odori intensi, persone, cibo speziato, fango, umidità, vita che straripa da ogni angolo. Un disordine apparente che, inspiegabilmente, però, trova un suo equilibrio.
L’India non si spiega. Non si analizza. Si accoglie. A braccia aperte, senza domande, senza cercare continuamente un perché.
Inevitabilmente scatta il paragone con l’Occidente, perché la visione occidentale fa parte di me. Proprio per questo sono consapevole che non riuscirò mai a concepire fino in fondo il loro modo di vivere e di pensare. Tuttavia, sto cercando di andare oltre i soliti stereotipi, oltre la concezione dell’Oriente che ho interiorizzato senza accorgermene.
In questo senso, penso a Orientalism (1978) di Edward Said, intellettuale e scrittore palestinese-americano, che sosteneva che l’orientalismo non è un semplice errore di prospettiva, ma un discorso culturale e politico costruito dall’Occidente, che per secoli ha rappresentato l’Oriente come arretrato, irrazionale o bisognoso di guida, legittimando così il dominio coloniale.
Una rappresentazione che non parla davvero dell’Oriente, ma serve soprattutto a rafforzare l’identità e la presunta superiorità occidentale. Anche la conoscenza più colta e apparentemente neutra, sostiene Said, nasce infatti dentro rapporti di potere e non è mai del tutto innocente.
Ecco perché, oggi, quando guardo l’India con occhi occidentali, rischio di portarmi dietro quegli stessi schemi. Il mio sforzo è proprio questo: riconoscere il filtro attraverso cui guardo, metterlo in discussione, e provare a incontrare la realtà per ciò che è, senza ridurla a un’immagine già costruita dall’esterno. L’India non si mostra con i lineamenti levigati della bellezza convenzionale. I palazzi sembrano trattenere a fatica il loro respiro, le strade si aprono in crepe che raccontano storie di tempo e di fatica, la polvere si posa ovunque come un velo sottile, e persino il mare sembra celare la sua trasparenza dietro un colore spento.
Eppure, in questa disarmonia che a tratti sfiora la brutalità, ho trovato la sua anima più autentica. È nelle persone che l’India rivela il suo splendore: negli sguardi profondi e fieri, nei sorrisi che sanno di luce, in quell’umanità che si offre con una generosità inattesa.
Nelle donne, con i loro sguardi, i sorrisi che si accendono quando passo. C’è in loro una luce che sembra provenire da un altrove sacro. Le vedo camminare per le strade polverose di Mumbai, anche nelle zone più povere, e restare sempre incredibilmente belle. Indossano sari dai colori accesi, che si muovono come onde di seta nel caos della città. I loro gioielli scintillano alla luce del sole — orecchini, collane, bracciali, cavigliere — come piccoli frammenti di vita e orgoglio. Anche quando tutto intorno è polvere, rumore e fatica, loro restano composte, eleganti, dignitose. Come se la bellezza fosse una forma di resistenza, una preghiera silenziosa che attraversa i vicoli e illumina tutto ciò che incontra.

Nei ragazzi, con una spontaneità che disarma. Mi guardano senza sospetto, come se l’altro non fosse un pericolo da misurare, ma una scoperta da fare. Nei loro occhi c’è curiosità, non diffidenza; il desiderio di capire chi sei prima ancora di decidere cosa pensare di te. Ridono facilmente, si avvicinano, cercano il contatto con naturalezza. Il corpo diventa linguaggio, il gioco un ponte, e lo sguardo un invito.
In ogni angolo di questa città sento il respiro dell’India: la spiritualità che impregna la quotidianità, le mani giunte nel gesto del Namaste “mi inchino alla divinità che è in te”, un segno di rispetto e riconoscimento reciproco, più profondo di una semplice stretta di mano. I profumi di spezie e incenso che si confondono nell’aria, il vociare del mercato, i templi colmi di fiori e candele. Qui la fede non è un momento, ma un modo di vivere. Ogni offerta, ogni sorriso, ogni gesto ha un significato profondo, come se tutto fosse collegato da un filo invisibile che unisce terra e cielo.
Shivaji Nagar restituisce un’immagine dell’India che mette in crisi le categorie con cui spesso viene osservata e raccontata. Non tanto per l’eccezionalità delle condizioni di vita, quanto per la loro normalità all’interno di un sistema urbano complesso, fatto di adattamenti continui e fragili equilibri. La realtà dello slum non si presta a semplificazioni: ridurla a un’unica narrazione rischia di cancellarne la stratificazione sociale, economica e culturale.
Come in molte altre aree di Mumbai, qui convivono povertà e dignità, precarietà e solidarietà, fatica e relazioni profonde. La quotidianità è segnata da necessità stringenti, ma anche da forme di organizzazione informale che permettono alla comunità di funzionare. È in questa tensione costante che si muove la vita degli abitanti, lontano tanto dalle letture emergenziali quanto dalle rappresentazioni esotizzanti.
Forse il vero insegnamento di questo viaggio non sta nelle risposte, ma nelle domande che lascia aperte. Imparare a sospendere il giudizio, a riconoscere i propri limiti di sguardo, a comprendere che non tutto può essere tradotto secondo i parametri occidentali. L’India non si lascia spiegare fino in fondo, ma invita a un esercizio più difficile e necessario: quello dell’ascolto.





