
All’Angelus del 4 gennaio 2026, Leone XIV guardava idealmente verso Occidente, oltre l’Atlantico: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica”.
Era un appello accorato, lanciato “con animo colmo di preoccupazione” verso una nazione al collasso, scossa da eventi drammatici. Solo poche ore prima, nella notte del 3 gennaio, una serie di esplosioni aveva scosso Caracas; all’alba il mondo aveva appreso che forze statunitensi, nell’operazione militare Absolute Resolve, avevano attaccato la capitale e catturato Nicolás Maduro, trasferendolo fuori dal Paese.
Mentre i venezuelani si risvegliavano in un nuovo capitolo della loro tormentata storia, dalle finestre del Palazzo Apostolico il Papa elevava il suo messaggio: niente vendette né caos, ma giustizia, pace e legalità costituzionale. La sua voce ferma e dolente intrecciava la cronaca incandescente con il richiamo ai princìpi universali – sovranità nazionale, diritti inviolabili, bene comune – tracciando una linea morale netta di fronte alla crisi. Nella piazza sottostante, i fedeli ascoltavano in silenzio, ma il vero destinatario del messaggio era il mondo intero, smarrito di fronte a un Venezuela entrato in acque inesplorate.
Leone XIV si mostrava fin da subito fedele a un approccio che privilegia la dimensione etica su quella geopolitica. Le sue parole – “far prevalere il bene del popolo… garantendo la sovranità… assicurando lo stato di diritto…” – suonavano come un programma di ricostruzione morale. In controluce, apparivano come un’eco di antichi richiami pontifici: “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”, avrebbe detto un altro Papa in altri tempi. Oggi, di fronte al Venezuela ferito, Leone XIV proclamava che nulla è accettabile se non ciò che serve al bene dei suoi figli, nel rispetto pieno dell’ordine costituzionale e dei diritti umani.
Un incontro simbolico, non politico
Pochi giorni dopo quell’appello domenicale, un’immagine faceva il giro del mondo: María Corina Machado, figura di punta dell’opposizione venezuelana, stringeva la mano a Papa Leone XIV nella quiete austera della Biblioteca Vaticana. L’udienza, avvenuta il 12 gennaio, non era stata annunciata pubblicamente. La leader venezuelana – un’ex deputata esiliata, insignita nell’ottobre 2025 del Premio Nobel per la Pace – era giunta in Vaticano quasi in segreto, vestita di nero e con un rosario al collo, inserendosi tra le altre udienze in agenda.
Eppure, la portata simbolica di quell’incontro era forte: per la prima volta un Papa accoglieva apertamente la rappresentante dell’aspirazione democratica venezuelana, a pochi giorni dalla caduta del regime.
Le immagini mostrano Machado e Leone XIV sorridenti, in un clima di calda cordialità. Ma al di là delle fotografie, sono le parole di Machado a rivelare il senso profondo del colloquio. “Ho avuto la benedizione e l’onore di poter incontrare Sua Santità ed esprimergli la nostra gratitudine per il suo continuo sostegno a quanto sta accadendo nel nostro Paese”, ha riferito l’attivista al termine, aggiungendo di aver trasmesso al Papa “la forza del popolo venezuelano, che rimane saldo e in preghiera per la libertà del Venezuela” e di avergli chiesto “di intercedere per tutti i venezuelani che continuano a essere rapiti e scomparsi”. Nessun accenno a strategie di potere o riconoscimenti formali.
Il Papa, da parte sua, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’udienza né ha preso posizione su assetti istituzionali o leadership transitorie. Il significato del gesto risiede tutto nella sua dimensione morale: Francesco aveva spesso parlato di “incontro” come via per la pace, e Leone XIV ha messo in pratica quel principio accogliendo una voce rappresentativa della società civile.
Lungi dall’essere un atto politico-partitico, la mano tesa del Papa alla leader dell’opposizione è interpretabile come gesto simbolico. La Chiesa riconosce in Machado non tanto un alfiere di parte, quanto piuttosto la portavoce di un popolo stremato in cerca di dignità e libertà. Già il fatto che Machado ha ricevuto il Nobel per la Pace – onorificenza dal valore universale – ha fornito una sorta di “credenziale morale” alla sua visita.
Per il Pontefice romano, incontrare una premiata Nobel ed ex parlamentare perseguitata è rientrato nel solco del tradizionale impegno vaticano per i diritti umani e la riconciliazione: un gesto umanitario, non diplomatico in senso stretto. Leone XIV oggi abbraccia idealmente il popolo venezuelano attraverso la sua rappresentante più emblematica, dimostrando che la vicinanza pastorale non conosce confini né etichette politiche.
L’udienza con Machado, tenutasi quasi in sordina, è stata seguita da un colloquio della stessa con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano e profondo conoscitore della realtà venezuelana, essendo stato Nunzio a Caracas in passato. Ciò suggerisce che la Santa Sede intende accompagnare il Venezuela in questa transizione delicata, mantenendo contatti con tutte le parti: Parolin è figura di dialogo anche verso settori del vecchio regime.
Ma il messaggio lanciato ricevendo Machado è chiaro: la Chiesa è al fianco del popolo, dei suoi diritti e delle sue sofferenze. La legittimità del cambiamento non deriva dai carri armati stranieri, sembra dire il Papa, bensì dal riscatto morale e civile degli stessi venezuelani. Non a caso, nell’Angelus del 4 gennaio Leone XIV aveva pregato per le vittime degli scontri e richiamato l’attenzione “speciale” sui più poveri “che già da oltre dieci anni soffrono a causa della difficile situazione economica”. È il popolo dei poveri, prima ancora che i leader politici, ad essere al centro della sollecitudine papale.
Sulla scia di Francesco: dialogo, dignità e “no” alle dittature
L’approccio di Papa Leone XIV alla crisi venezuelana si inserisce in continuità diretta con il magistero di Papa Francesco, suo immediato predecessore. Bergoglio, fin dall’inizio del pontificato, aveva seguito con apprensione le vicende del Venezuela, adottando però una linea peculiare: né silenzio complice né appoggio a interventi esterni, bensì un difficile equilibrio fondato sull’appello costante al dialogo interno e alla riconciliazione nazionale. Già il 10 aprile 2014 Francesco aveva inviato una lettera ai governanti e all’opposizione venezuelana, auspicando “i frutti desiderati di riconciliazione nazionale e di pace” e dichiarandosi “profondamente convinto che la violenza non potrà mai portare pace e benessere a un Paese”.
“Al contrario, – aveva proseguito – attraverso il dialogo potete riscoprire la base comune e condivisa che conduce a superare il momento attuale di conflitto e di polarizzazione, che ferisce così profondamente il Venezuela, per trovare forme di collaborazione. Nel rispetto e nel riconoscimento delle differenze che esistono tra le Parti, si favorirà il bene comune”.
Negli anni successivi, con l’aggravarsi della crisi, quelle esortazioni si fecero più urgenti. Nel pieno dell’esplosione istituzionale del 2019 – quando il leader parlamentare Juan Guaidó tentò di instaurare un governo ad interim contro Maduro – il Papa mantenne una posizione di prudente distanza dagli schieramenti. All’Angelus di quell’anno, e in vari interventi, invocò soluzioni negoziali: “Non posso dare un’opinione politica perché non conosco i dettagli, ma so che i vescovi si sono espressi… Io direi che il governo e la gente facciano di tutto per trovare un cammino di pace”, disse in quei giorni, confidando la propria paura di un bagno di sangue.
Proprio in quell’occasione Francesco aggiunse una frase lapidaria destinata a far discutere: “Le dittature non servono e finiscono male”. Era il settembre 2024 e il Pontefice, di ritorno da un viaggio in Asia, rispondeva a una domanda sul Venezuela sottolineando che la storia – e la storia della Chiesa in particolare – insegna l’inevitabile tramonto dei regimi autoritari.
Quelle parole di Francesco – “le dittature finiscono male, prima o poi” – oggi trovano eco naturale nell’atteggiamento di Leone XIV. Se Francesco le pronunciò con amarezza, dopo aver sperimentato di persona le tensioni (ricevette Nicolás Maduro in Vaticano in almeno un paio di occasioni nel 2016 e 2017, tentando una mediazione che però fallì), il suo successore pare averle fatte proprie come monito di lungo periodo.
Leone XIV, nell’appello del 4 gennaio, non ha esplicitamente nominato “dittature” o leader, ma il richiamo a far prevalere il bene comune sul potere di pochi suona come una esplicita bocciatura di ogni deriva autoritaria. Inoltre, la sottolineatura del “rispetto dello stato di diritto inscritto nella Costituzione” richiama la denuncia che i vescovi venezuelani fecero della frode elettorale del 2018: ignorare la volontà popolare – scrissero i presuli – “è moralmente inaccettabile” e allontana dalla verità e dalla giustizia. Francesco fece proprie quelle denunce; Leone XIV le rinnova a sua volta, indicando la Costituzione e il voto libero come bussola imprescindibile per rifondare il Paese.
Un altro elemento fondamentale di continuità è l’insistenza sul dialogo nazionale e la dignità umana. Nei messaggi del 2019 e del 2021, Papa Francesco tornò più volte sul concetto che solo attraverso l’incontro fra venezuelani – nel rispetto delle differenze e con autentica volontà di perdonarsi – si sarebbe potuto sanare il tessuto lacerato della nazione. Alla vigilia della beatificazione del dottor José Gregorio Hernández – figura popolarissima in Venezuela, oggi santo patrono ufficioso della salute pubblica –, Francesco inviò un videomessaggio al Paese. In esso esortava tutti a cogliere quel momento come occasione di unità: “La beatificazione… ci invita alla conversione verso una maggiore solidarietà degli uni con gli altri, perché il Paese riviva, rinasca… con spirito di riconciliazione. È una grazia da chiedere: lo spirito di riconciliazione… c’è bisogno di riconciliazione sempre, la mano tesa!”.
Il Papa argentino parlava il linguaggio della cultura dell’incontro: riconoscere l’altro come fratello, tendersi la mano reciprocamente, perdonare e chiedere perdono, costruire insieme. “Vi chiedo di compiere passi concreti a favore dell’unità… anteponendo il bene comune a qualsiasi altro interesse… lavorando per l’unità, la pace e la prosperità”, proseguiva Francesco, arrivando a pregare Dio affinché “nessun intervento esterno vi impedisca di percorrere questo cammino di unità nazionale”. In queste frasi risuonano principi che Leone XIV ha chiaramente ereditato: unità nella diversità, riconciliazione, bene comune anteposto alle ideologie.
Il nuovo Papa ha fatto propri quei richiami, citando perfino gli stessi due santi venezuelani – José Gregorio Hernández e la beata Carmen Rendiles – come intercessori per la pace. Continuità anche nei gesti: Francesco, nel 2019, ricevette in Vaticano sia esponenti dell’opposizione – come la moglie di Juan Guaidó – sia membri del governo Maduro, sempre con l’intento di favorire colloqui – una “equidistanza attiva” criticata da qualcuno, ma volta a evitare di schiacciare la Chiesa su uno schieramento.
Leone XIV sembra proseguire su quella via, pur con accenti nuovi dettati dalla situazione mutata. La scelta di incontrare Machado, infatti, segna un passo ulteriore: laddove Francesco evitò incontri ufficiali con i leader politici contrapposti, preferendo canali riservati, Leone XIV ha ritenuto opportuno un gesto pubblico verso l’opposizione dopo la caduta del dittatore. Il fine resta quello di stimolare soluzioni pacifiche e condivise.
Significativamente, nel suo primo discorso al Corpo Diplomatico, il 9 gennaio 2026, Papa Leone XIV ha riecheggiato quasi testualmente le preoccupazioni di Francesco. Davanti agli ambasciatori di tutto il mondo, il nuovo pontefice ha tracciato un quadro allarmato delle crisi globali, inserendo un riferimento forte al Venezuela. “Desidero rinnovare un pressante appello a cercare soluzioni politiche pacifiche… Ciò vale in particolare per il Venezuela”, ha dichiarato con enfasi, invitando a mettere “il bene comune delle popolazioni” al centro, anziché “interessi di parte”. Queste parole – anch’esse richieste espressamente dal nostro committente per questo saggio – sono la sintesi perfetta della linea bergogliana applicata dall’attuale Papa: soluzioni politiche, pacifiche, negoziate, nell’interesse del popolo, senza strumentalizzazioni geopolitiche.
Francesco, in fondo, aveva provato a “tenere insieme” proprio questo: pace e giustizia attraverso il dialogo interno, senza interventi armati esterni né tantomeno guerre civili. Leone XIV, di fronte al nuovo scenario, rilancia quell’“urgente appello”, mantenendo la Santa Sede super partes nello scacchiere geopolitico, per poter parlare a tutti con l’autorità morale di chi non cerca interessi propri.
La tutela della sovranità nazionale e la centralità dello stato di diritto
Nello scenario altamente volatile, le parole di Papa Leone XIV suonano come un richiamo disperatamente necessario al multilateralismo e alla legalità internazionale. È importante notare come insista anche sul concetto di sovranità nazionale. Lungi dal benedire interventi stranieri unilaterali, la Chiesa richiama al fatto che il destino del Venezuela deve restare nelle mani dei venezuelani, pur con l’aiuto della comunità internazionale. Questo rispetto della sovranità va di pari passo con l’insistenza sullo stato di diritto: non la legge del più forte, ma la forza della legge, come ha ribadito Leone XIV citando la Costituzione venezuelana. Anche in ciò si legge la coerenza con l’atteggiamento di Papa Francesco nel passato.
Quando Bergoglio, nel 2021, pregava che “nessun intervento esterno” ostacolasse la riconciliazione venezuelana, non stava abbracciando una visione isolazionista, bensì riaffermando un principio cardine dell’ordine internazionale: nessuna pace duratura può essere imposta da attori esterni, se non è accettata e costruita dal popolo stesso. La Santa Sede ha sempre difeso questo principio, a partire dall’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII fino ai giorni nostri. Anche nelle crisi odierne – si pensi all’Ucraina, dove il Papa chiede dialogo rispettando la sovranità violata, o al Medio Oriente – la logica vaticana è costante: tutelare i diritti dei deboli e l’indipendenza dei popoli di fronte ai giochi di potere delle grandi potenze.
La centralità dello Stato di diritto è anche un monito agli attori interni venezuelani, perché non si ripetano gli errori del passato: ogni transizione, per avere successo, deve rispettare le procedure legali e garantire giustizia, non vendetta. Il Papa parla a tutte le fazioni venezuelane: ai vincitori del momento chiede magnanimità e inclusività, agli sconfitti chiede di mettere il bene comune avanti all’ideologia. Il suo approccio è quello di chi crede che “la pace rimane un bene arduo ma possibile” e che anche dalle macerie di uno Stato fallito può germogliare una nuova convivenza, se edificata sulla roccia della giustizia e non sulla sabbia della vendetta.






Considerando la realtà che viviamo in Brasile, la mia convinzione per ora è che con mezzi democratici non si vincono dittature stabilite. Perché il dittatore ha perso già la capacità di ascolto per un dialogo e la sensibilità per volere “il bene del popolo.”