Il Mediterraneo e la Carta di Firenze

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carta di firenze

La Carta di Firenze dei vescovi del Mediterraneo e dei sindaci dello stesso spazio geografico convenuti nella città che fu di Giorgio La Pira – varata al termine di due assemblee parallele quindi unitesi per licenziare il testo comune – è un importante stimolo ad aperture della civiltà del vivere, ed ha il grande merito di riconoscere “la diversità del patrimonio e delle tradizioni dell’area mediterranea come patrimonio condiviso per tutta l’umanità. Le risorse ambientali, culturali, linguistiche e religiose del Mediterraneo – materiali ed immateriali – sono viste quali fonti di dialogo e di unità tra i popoli e (perciò) dovrebbero essere protette e trasmesse alle generazioni presenti e future”. Tale è il primo riconoscimento da attribuire alla Carta stilata: il vero punto alto.

Mi colpisce, tuttavia, non tanto la mancata citazione del Documento sulla fratellanza umana firmato da Francesco e dall’imam al-Tayyib ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019, quanto, con ciò, l’afflato e lo slancio che quel documento storico, ancora molto recente, solamente contiene con tanta forza.

La cittadinanza era peraltro al centro del discorso a Firenze, così come la cittadinanza era e resta al centro del documento di Abu Dhabi: non una generica nozione di cittadinanza, bensì una precisa concezione di cittadinanza per i popoli e per ogni essere umano del Mediterraneo e quindi del mondo, quasi a fare del Mediterraneo un autentico laboratorio di civiltà, non solo a prescindere dalle identità religiose, ma proprio a partire dalle stesse, nella loro massima espressione di autenticità.

La frase che, a mio modesto avviso, tanto i vescovi quanto i sindaci – confessanti o meno – avrebbero potuto prendere quale ago della bussola, avrebbe potuto essere la seguente: “La libertà è un diritto di ogni persona. Ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

È questo il Mediterraneo autentico, con la sua storia. Il cuore di un incontro nel nome di La Pira e della sua visione, avrebbe potuto riprendere un tale slancio: impresso dall’autorevolezza di Francesco e di al-Tayyib, ma chiaramente disponibile a tutte le espressioni di credenza o di non credenza. Un altro sapore avrebbe assunto il testo.

Ad esempio, ove si afferma “la necessità di sviluppare maggiori opportunità di dialogo e di incontro costruttivo tra le diverse tradizioni culturali e religiose presenti nelle nostre comunità, al fine di rafforzare i legami di fraternità che esistono nella nostra regione”, oppure, e a maggior ragione, ove ci si sofferma sull’importanza “del rafforzamento delle relazioni interculturali e interreligiose, al fine di raggiungere un livello più elevato di comprensione reciproca tra individui di diversa origine, lingua, cultura e credo religioso”.

Si poteva avere più coraggio

Ha fatto da freno, evidentemente, la permanente preoccupazione per alcune delle conseguenze del fenomeno migratorio, al cui riguardo ci si limita a dire che “le politiche migratorie nel Mediterraneo e alle frontiere devono sempre rispettare i diritti umani fondamentali”.

In Abu Dhabi l’espressione è ben più forte: “In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna. In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre”.

L’impatto della Carta risulta limitato benché non si manchi di esprime la “forte connessione esistente tra flussi migratori e cambiamento climatico che colpisce in maniera accentuata il Mar Mediterraneo: fenomeni come la desertificazione, la deforestazione, il degrado del suolo stanno potenzialmente esponendo miliardi di persone a spostamenti di massa e migrazioni”.

Il tentativo di andare nella direzione comunque indicata ad Abu Dhabi risulta in due evocazioni, di per sé, molto importanti. La prima: “Governi, Sindaci e Rappresentanti delle comunità religiose (sono impegnate) a promuovere programmi educativi a tutti i livelli – un cammino che integra gli approcci antropologici, comunicativi, culturali, economici, politici, generazionali, interreligiosi, pedagogici e sociali per realizzare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente. La seconda: “Governi, Sindaci e Rappresentanti delle comunità religiose (sono impegnate) a promuovere iniziative condivise per il rafforzamento della fraternità e della libertà religiosa nelle città, per la difesa della dignità umana dei migranti e per il progresso della pace in tutti i paesi del Mediterraneo”.

A me resta un po’ di rammarico per un’occasione che poteva offrire di più – ed in termini più coraggiosi – ad un Mediterraneo che ha l’estrema urgenza di contrapporre una visione chiaramente alternativa a quella portata dalle estreme appartenenze e dai fondamentalismi che da troppo tempo lo stanno dilaniando, dividendo e insanguinando.

Il linguaggio di Francesco è sempre un’altra cosa ed ha un’altra incisività. Ascoltiamo che cosa ha detto anche oggi – 28 febbraio – ai vescovi iracheni a un anno dal suo pellegrinaggio in Iraq: “Porsi in dialogo è il miglior antidoto all’estremismo che è un pericolo per gli aderenti di ogni religione e una grave minaccia alla pace. Occorre lavorare per sradicare le cause remote dei fondamentalismi, di questi estremismi che attecchiscono più facilmente in contesti di povertà materiale, culturale ed educativa, e vengono alimentati da situazioni di ingiustizia e di precarietà, come quelli lasciati dalle guerre”.

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Un commento

  1. Fernando Cancedda 2 marzo 2022

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