Papa Leone a Beirut

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Il primo ministro libanese Nawaf Salam durante una riunione di gabinetto (Foto LaPresse).

Il primo ministro libanese Nawaf Salam durante una riunione di gabinetto (Foto AP/LaPresse).

Il Libano sembra tornare a tremare: si riparla di guerra. La politica libanese è entrata in una fase convulsa, allarmante e difficilmente riassumibile; tutto ruota intorno a un nodo decisivo, il disarmo di Hezbollah. Su questo è chiaro che il programmato viaggio di papa Leone a Beirut, la prima metropoli che visiterà dopo la sua elezione, non potrà intervenire in maniera diretta tecnicamente: non è certo il Vaticano che può definire i termini giusti per sbrogliare questa intricatissima matassa fatti di missili e razzi.

Ma il valore e il peso del disarmo dell’unica milizia rimasta in armi in Libano dalla fine della guerra civile, ormai 35 anni fa, va capito tenendo a mente il punto centrale della visita compiuta a Beirut da Giovanni Paolo II nel 1997, in un momento altrettanto difficile e di passaggio, e da lui riassunto nella celebre frase “il Libano è un messaggio”. Ecco, questo messaggio oggi va chiarito, ribadito e aggiornato.

Il Libano di Hezbollah

Senza rifare la storia del tradimento siriano dei gruppi armati della sinistra libanese che alla fine degli anni Ottanta combattevano le forze di occupazione israeliana nel sud del Libano, per favorire la consegna del fronte ai khomeinisti di Hezbollah, possiamo dire che questi ultimi rimasero in armi, unica milizia a restare armata dopo la fine della guerra civile alla fine degli anni Ottanta, perché combattevano l’occupante straniero.

Che lo facesse con l’appoggio dell’altra potenza occupante, la Siria, è un aspetto sul quale si sorvolò perché si sorvolò sull’occupazione siriana, emersa come potenza egemone dalla guerra civile libanese. Ma quando nel 2000 Israele si è ritirato dal Libano si sarebbe dovuto procedere anche al disarmo di Hezbollah, cosa che invece, complici alleati anche cristiani, non si fece.

La storia dal 2000 è stata intensa e drammatica, ma ci sono stati tre passaggi che non possono non essere ricordati: l’assassinio del primo ministro che ha ricostruito Beirut, il musulmano sunnita Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005; la lunga scia di sangue cristiano e musulmano che ha insanguinato le strade di Beirut negli anni successivi per imporre  un ordine statuale compatibile con la pretesa di Hezbollah di impossessarsi della politica nazionale di difesa; l’urbicidio di Beirut, il 4 agosto del 2020, quando è saltato in aria il porto commerciale dove erano state nascoste 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio.

Sono i tre principali crimini compiuti da Hezbollah contro il “Libano messaggio” e la sua trasformazione in hub dell’esportazione della rivoluzione teocratica di Khomeini in tutta la regione.

Auto-determinazione del Libano e disarmo di Hezbollah

Il giorno in cui, nell’autunno 2024, una sofisticatissima operazione di intelligence israeliana è riuscita a penetrare nel sistema di comunicazione dei miliziani di Hezbollah, l’avamposto khomeinista è stato sconfitto, la guerra successiva ha visto Israele distruggere la loro Beirut, Beirut sud, e tutto il Libano meridionale.

Un milione e mezzo di profughi libanesi hanno invaso il resto del Paese, già devastato da una crisi economica autoprodotta che ha visto la valuta nazionale precipitare dal tasso di cambio a 1.500 sul dollaro a 100.000 sulla stessa divisa americana.

Questo accadeva nel 2019, quando governava un esecutivo legato ad Hezbollah ed al suo principale alleato locale, il cristiano Michel Aoun, ma prodotto anche dall’opacità liberista-affarista dei precedenti governi, nessuno dei quali è immune da un concorso di colpa nel disastro.

Quando a novembre di quel 2024 è stato raggiunto il cessate il fuoco il Libano era in macerie, morali e materiali. Per uscirne il disarmo di Hezbollah era la prima necessità, non certo l’unica: ma come dire ai libanesi che rinasce lo Stato libanese se non dicendo che riassume almeno il controllo delle armi sul suo territorio?

Oggi, a un anno distanza, mentre si cerca la complicata via per arrivarvi senza tornare a tumulti o peggio, molto è stato fatto: i dati ufficiali parlano di 3000 razzi e 400 missili confiscati. Ma molto va ancor fatto e qui interviene il punto che spiega molto di ciò che qui interessa.

Il Gran Muftì di scuola Jafarita, cioè la suprema autorità religiosa di parte sciita e vicino ad Hezbollah, Qabalan, ha detto che da questa situazione non si può uscire con negoziati diretti con Israele, infatti a suo avviso il Libano non ha perso la guerra e non la perderà, non si possono accettare umiliazioni che servono solo l’interesse del nemico. Il principio di realtà è fuori dall’orizzonte del Gran Muftì? Il Libano non ha perso la guerra? Il Libano è in ginocchio, la popolazione di cui il Gran Muftì dovrebbe più preoccuparsi, sovente vaga senza casa e senza una mensa sicura per le strade di Beirut. Qual è l’umiliazione?

Al di là della strada politico-diplomatica che il Libano deve trovare per risolvere il problema esistenziale nel quale si trova e rinascere come Stato sovrano, il Libano sa benissimo che se la trovasse dovrebbe trovarne anche un’altra, quella di sentirsi un Paese, di credere in se stesso, nel suo messaggio, quello indicato decenni fa da Giovanni Paolo II.

È un messaggio che riguarda anche gli sciiti, che devono essere cittadini di questo Paese, senza pagare il conto sociale della loro fede che secoli fa non piaceva ai governanti. Questo è indispensabile per spiegare quale sia il messaggio. Non può che essere che un popolo non è un’etnia, o un gruppo confessionale, ma i cittadini di ogni etnia e di ogni confessione che abitano un territorio e insieme lo rendono un Paese.

Per un Libano né etnico né confessionale

Autentico Paese multiconfessionale, come dimostra la sua costituzione che vuole il suo Parlamento costituito al 50% da cristiani e al 50% da musulmani al di là della realtà del rapporto demografico, il Libano può dimostrare a se stesso e a tutta la regione che lo Stato etnico, vagheggiato ad esempio da curdi considerati sempre “minoranza” e non cittadini, ma spesso fatto proprio dagli arabi che chiamano le Repubbliche dove sono maggioranza “arabe” (come accadeva e accade in Siria), o lo Stato confessionale, vagheggiato dalle minoranze cristiane o druse o sciite, non è un destino, non è un sogno, probabilmente sarebbe un bel problema.

Ma il messaggio deve risuonare ed essere aggiornato. Il Libano è un messaggio, multietnico e multiconfessionale, il messaggio del vivere insieme, se chi vi abita ci crede. La retorica che fugge dal principio di realtà, che vuole illudere i libanesi di non aver rovinosamente perso una guerra folle, combattuta solo per interessi altrui, va contrastata con un’altra, la retorica della concretezza del vivere insieme.

Se questa emergesse tra i cascami del vecchio sistema ormai malato sarebbe la più grande vittoria politica, non militare. È questo un esempio del grande contributo che potrebbe dare al Libano e a tutta la regione l’ormai imminente viaggio di Leone XIV.

La sclerosi del sistema confessionale, della quale come gli altri i cristiani sono stati causa e vittime, è evidente: il ceto politico è diventato una casta, sostanzialmente tribale, che confisca le comunità nel nome della gestione del potere che a ciascuno tocca. Questa sclerosi va curata pensando a un rinnovamento del patto libanese, nel nome del vivere insieme.

Questo vivere insieme oggi non può più far soccombere la dimensione dell’individuo, dei suoi diritti, o abbandonare le comunità, le loro necessarie garanzie. È questo l’equilibrio necessario, possibile, che rinnoverebbe la democrazia consensuale in una nuova consensualità, quella tra individuo e comunità, l’essenza di un equilibrio nuovo che la Costituzione libanese già da tempo prefigura e che fonda non la vuota retorica di chi nega sconfitte devastanti, ma quella del vero orgoglio di chi, come i libanesi, sa di essere stato  custode della libera imprenditoria negli anni in cui nel mondo arabo non esisteva né tra le Repubbliche filo-sovietiche né nei regni filo-americani, come della libera informazione negli anni n cui non esisteva né nelle Repubbliche filo-sovietiche né nei regni filo-americani.

Oltre il ‘900

Oggi infatti c’è un nuovo filo di protesta che corre sotto traccia in diversi Paesi arabi, dal Marocco alla Giordania.

Centinaia di migliaia di giovani si ritrovano su siti di scommesse non per scommettere ma per organizzare lontano dagli occhi dei servizi segreti la loro protesta libertaria: chiedono di poter lavorare, di potersi esprimere. Cioè chiedono quel che per molti è stato il Libano.

Il messaggio è ancora forte e il Libano lo può tornare a incarnare se esce dalle secche del Novecento totalitario arabo che lo ha riconosciuto quale suo unico fragile e vizioso nemico, e lo ha combattuto con ferocia.

Il viaggio di Leone XIV può incardinare questo rinnovamento libanese, questa nuova Nahda, cioè un Rinascimento arabo che come quello dell’Ottocento accantoni la retorica vuota e rinnovi il Libano come messaggio, la grande visione di Giovanni Paolo II al quale tantissimi a Beirut, con maggiore o minore consapevolezza, rimangono legati.

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