Smartphone a Minneapolis

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I fatti accaduti in questi giorni a Minneapolis, la eco planetaria delle uccisioni di Renee Good e Alex Pretti, portano in primo piano un’evidenza: l’ambivalenza delle moderne tecnologie. Sono stati gli smartphone, e chi li ha usati a tal fine, a impedire il sovvertimento dei fatti, a far fallire il tentativo di capovolgere la realtà.

Le voci, i racconti ci sarebbero stati anche senza gli smartphone, ma non le prove inconfutabili di quanto è realmente accaduto. Dagli assassinii alle intimidazioni, contro la stampa o contro normali cittadini, tutto quello che sappiamo è opera dei testimoni che hanno saputo usare questi strumenti al fine di documentare i fatti.

Ci sono altri due passaggi fondamentali: il primo è l’uploading, cioè il caricare dallo smartphone sul proprio strumento di comunicazione, qualsiasi social media, ciò che lo smartphone ha ripreso. Il secondo passaggio fondamentale è l’apertura dei social, la loro fruibilità locale e poi globale.

Ma ci sono altri elementi da considerate: il primo è che sarebbero dovute bastare le body-cam degli agenti a far vedere cosa era veramente accaduto, mentre sembra che quelle immagini siano state usate in modo parziale, compatibile con la verità ufficiale che si intendeva promuovere.

C’è poi il rischio di autodenuncia: grazie al riconoscimento facciale ogni partecipante alle proteste di Minneapolis ripreso da questi smartphone  puó essere identificato con i programmi di monitoraggio dei social di cui disporrebbe l’ICE, la polizia anti migranti (e non solo). Ha scritto su questo Agenda Digitale: «Questi meccanismi consentono di trasformare l’atto di documentare un abuso in uno strumento di auto-incriminazione collettiva; per fare un esempio concreto, il cittadino che riprende l’arresto violento di un vicino di casa fornisce involontariamente all’agenzia federale i dati biometrici di tutti i presenti. In questo modo, la gestione dei dati pubblici da pratica di archiviazione, diventa una forma di estrazione continua, in cui il confine tra sicurezza e controllo totale svanisce e che viene legittimata come mezzo necessario per contrastare l’instabilità interna».

Siamo dunque all’ ambivalenza del digitale.

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In Iran per quanto sappiamo gli smartphone erano in piazza, erano per le strade di Teheran, ma la rete è stata bloccata e quindi noi non abbiamo potuto fruire di quelle immagini, vedere ciò che è accaduto nelle piazze e nelle strade iraniane.

Ora le autorità, secondo alcune notizie apparse su numerosi siti, proporrebbero una limitata ripresa della comunicazione on-line, ma resta comunque proibita e impedita ogni operazione di uploading, in particolare dagli smartphone.

Se poi gli arresti di massa abbiano consentito l’identificazione di altri manifestanti tramite la confisca degli smartphone e il ricoscimento facciale di altri presenti alle proteste non lo sappiamo ma lo possiamo temere.

Tutto questo riporta ai giorni della primavera araba, quando i social media vennero bloccati perché venivano usati dai manifestanti per organizzarsi, darsi appuntamento, discutere, organizzarsi. Poi, in particolare in Siria, gli smartphone hanno tentato di documentare, attraverso i pochi accessi, le manifestazioni oceaniche e la brutalità della repressione.

Abbiamo guardato? Abbiamo capito? Gli arresti di masssa hanno consentito un’ulteriore repressione con tecniche analoghe o simili a quelle qui citate? Ma in quel caso gli smartphone hanno fatto emergere anche la graduatoria interiore dei fruitori?

Come a Minneapolis anche in Siria e in altri Paesi della Primavera si è tentato di sovvertire il senso dei fatti che gli smartphone ci trasmettevano. Questo avviene ora con più limitato successo, sempre prioritariamemte negli ambienti inclini al complottismo.

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Gli smartphone e i social media sono al centro di discussioni importantissime e molto piú ampie che non intendo certo toccare. Ma è interessante che gli stessi mezzi e gli stessi strumenti come possono svolgere funzioni opposte (denuncia pubblica di un sopruso o auto-denuncia segreta), sono anche strumenti di ulteriore liquefazione sociale (purtroppo anche di molto altro di negativo e preoccupante), ma anche − come a Minneapolis − vettori con la denuncia di una richiesta di fraternità e solidarietà.

Ha scritto papa Francesco nel suo messaggio sulle comunicazioni sociali del 2024:

«Conviene sgomberare il terreno dalle letture catastrofiche e dai loro effetti paralizzanti. Già un secolo fa, riflettendo sulla tecnica e sull’uomo, Romano Guardini invitava a non irrigidirsi contro il “nuovo” nel tentativo di “conservare un bel mondo condannato a sparire”. Al tempo stesso però in modo accorato ammoniva: “Il nostro posto è nel divenire. Noi dobbiamo inserirvici, ciascuno al proprio posto (…), aderendovi onestamente ma rimanendo tuttavia sensibili, con un cuore incorruttibile, a tutto ciò che di distruttivo e di non umano è in esso”. E concludeva: “Si tratta, è vero, di problemi di natura tecnica, scientifica, politica; ma essi non possono esser risolti se non procedendo dall’uomo. Deve formarsi un nuovo tipo umano, dotato di una più profonda spiritualità, di una libertà e di una interiorità nuove”. In quest’epoca che rischia di essere ricca di tecnica e povera di umanità, la nostra riflessione non può che partire dal cuore umano».

Ecco allora che, leggendo queste parole con estrema semplicità e senza alcuni pretesa, risulta molto chiaro perché parlando poco dopo di Intelligenza Artificiale, abbia scritto che il problema è «svegliare l’uomo dall’ipnosi in cui cade per il suo delirio di onnipotenza, credendosi soggetto totalmente autonomo e autoreferenziale, separato da ogni legame sociale e dimentico della sua creaturalità».

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L’uso “eroico” dello smartphone e della rete per diffondere le real news non solo si contrappone alle fake news ma anche all’uso capovolto e auto-incriminatorio delle immagini,  un’evidenza eclatante che dimostra l’ambivalenza del digitale e diviene in certo senso non soltanto una testimonianza ma un’evidente richiesta della grande alleanza di cui ha scritto Leone XIV nel suo recente messaggio sulle comunicazioni sociali (dedicato in particolare all’Intelligenza Artificiale), nel quale si afferma che «la sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione».

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