Uganda: rielezione contestata tra tensioni e repressione

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Il leader dell’opposizione Bobi Wine

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L’ottantunenne Yoweri Museveni è stato rieletto per un nuovo mandato di cinque anni alla guida dell’Uganda, prolungando così un regno iniziato diversi decenni fa. L’annuncio ufficiale, dato dalla commissione elettorale, arriva in un clima politico estremamente teso, caratterizzato da gravi accuse di brogli elettorali, violenze e repressione denunciate da numerosi attori della società civile – sia a livello nazionale che regionale.

Non appena sono stati proclamati i risultati provvisori, l’opposizione ha respinto la validità del voto. Il principale avversario del capo dello Stato, l’artista e politico Bobi Wine, ha affermato di essere sfuggito per un soffio a un raid delle forze di sicurezza contro la sua abitazione.

«L’esercito e la polizia hanno fatto irruzione. Vorrei confermare che sono riuscito a mettermi in salvo» – ha dichiarato in un messaggio diffuso ai suoi sostenitori e alla comunità internazionale. Secondo il suo entourage, diversi membri del suo team sarebbero stati arrestati o impediti di spostarsi nei giorni successivi al voto.

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Questi eventi rafforzano le ricorrenti accuse di militarizzazione del processo elettorale. In diversi quartieri della capitale Kampala, e in altre grandi città, la massiccia presenza delle forze di sicurezza il giorno delle elezioni è stata segnalata da osservatori indipendenti. Le testimonianze riportano intimidazioni degli elettori, restrizioni alla libertà di movimento e interruzioni puntuali delle comunicazioni, pratiche regolarmente criticate durante le precedenti elezioni.

Le organizzazioni della società civile regionale, così come alcune ONG internazionali, denunciano un clima di violenta repressione incompatibile con i principi di un voto libero e trasparente. Si riferisce di arresti arbitrari, violenze contro attivisti dell’opposizione e ostacoli al lavoro degli osservatori elettorali.

Per questi attori, la rielezione del presidente uscente rientra in una logica di consolidamento del potere, resa possibile da successive riforme costituzionali che hanno abolito i limiti di età e di mandato presidenziale.

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Da parte loro, le autorità respingono categoricamente queste accuse. Affermano che le elezioni si sono svolte nel rispetto della legge e che le misure di sicurezza miravano esclusivamente a prevenire disordini all’ordine pubblico. Il presidente rieletto, in un breve discorso, ha invitato all’unità nazionale e alla stabilità, affermando di voler proseguire gli sforzi per lo sviluppo economico e la lotta alla povertà.

Tuttavia, per gran parte della gioventù ugandese, che costituisce la maggioranza della popolazione, questa nuova rielezione simboleggia un profondo malessere democratico. Bobi Wine, figura emblematica di questa gioventù, incarna per i suoi sostenitori la speranza di un cambiamento politico e di un rinnovamento delle élite.

I recenti avvenimenti rischiano quindi di accentuare la frattura tra un potere saldamente insediato e una popolazione sempre più critica nei confronti delle istituzioni.

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A livello regionale e internazionale, diverse voci chiedono un’indagine indipendente sulle condizioni delle elezioni e sulle presunte violazioni dei diritti umani. Se la stabilità dell’Uganda rimane una questione strategica per la regione dei Grandi Laghi, il persistere delle tensioni politiche interne solleva la questione del futuro democratico del Paese.

Nell’immediato, l’Uganda entra in una nuova fase di incertezza, in cui le proteste post-elettorali potrebbero intensificarsi ulteriormente.

La capacità delle autorità di placare le tensioni, garantire le libertà fondamentali e aprire un vero spazio di dialogo politico sarà determinante per evitare una spirale di violenza e ripristinare la fiducia della popolazione nel processo democratico.


Ouganda : une réélection contestée sur fond de tensions et de répression

Le président ougandais, âgé de 81 ans, a été réélu pour un nouveau mandat de cinq ans à la tête de l’Ouganda, prolongeant ainsi un règne entamé il y a plusieurs décennies. Cette annonce officielle, faite par la commission électorale, intervient dans un climat politique extrêmement tendu, marqué par de graves accusations de fraudes électorales, des violences et une répression dénoncée par de nombreux acteurs de la société civile, tant au niveau national que régional.

Dès la proclamation des résultats provisoires, l’opposition a rejeté la validité du scrutin. Le principal adversaire du chef de l’État, l’artiste et homme politique Bobi Wine, a affirmé avoir échappé de justesse à un raid des forces de sécurité visant son domicile. « L’armée et la police ont fait une descente. Je tiens à confirmer que j’ai réussi à leur échapper », a-t-il déclaré dans un message diffusé à ses partisans et à la communauté internationale. Selon son entourage, plusieurs membres de son équipe auraient été arrêtés ou empêchés de se déplacer dans les jours ayant suivi le vote.

Ces événements viennent renforcer les accusations récurrentes de militarisation du processus électoral. Dans plusieurs quartiers de la capitale Kampala et dans d’autres grandes villes, la présence massive des forces de sécurité le jour du scrutin a été signalée par des observateurs indépendants. Des témoignages font état d’intimidations d’électeurs, de restrictions de déplacement et de coupures ponctuelles des communications, des pratiques régulièrement critiquées lors des précédentes élections.

Les organisations de la société civile régionale, ainsi que certaines ONG internationales, dénoncent un climat de répression violente incompatible avec les principes d’un scrutin libre et transparent. Elles évoquent des arrestations arbitraires, des violences contre des militants de l’opposition et des entraves au travail des observateurs électoraux. Pour ces acteurs, la réélection du président sortant s’inscrit dans une logique de verrouillage du pouvoir, rendue possible par des réformes constitutionnelles successives ayant levé les limites d’âge et de mandats présidentiels.

Du côté du pouvoir, les autorités rejettent catégoriquement ces accusations. Elles affirment que les élections se sont déroulées dans le respect de la loi et que les mesures de sécurité visaient uniquement à prévenir des troubles à l’ordre public. Le président réélu a, dans un bref discours, appelé à l’unité nationale et à la stabilité, affirmant vouloir poursuivre les efforts de développement économique et de lutte contre la pauvreté.

Cependant, pour une grande partie de la jeunesse ougandaise, très majoritaire dans la population, cette nouvelle réélection symbolise un profond malaise démocratique. Bobi Wine, figure emblématique de cette jeunesse, incarne pour ses partisans l’espoir d’une alternance politique et d’un renouvellement des élites. Les événements récents risquent ainsi d’accentuer la fracture entre un pouvoir solidement installé et une population de plus en plus critique à l’égard des institutions.

Sur le plan régional et international, plusieurs voix appellent à une enquête indépendante sur les conditions du scrutin et sur les violations présumées des droits humains. Si la stabilité de l’Ouganda demeure un enjeu stratégique pour la région des Grands Lacs, la persistance des tensions politiques internes pose la question de l’avenir démocratique du pays.

Dans l’immédiat, l’Ouganda entre dans une nouvelle phase d’incertitude, où la contestation post-électorale pourrait encore s’intensifier. La capacité des autorités à apaiser les tensions, à garantir les libertés fondamentales et à ouvrir un véritable espace de dialogue politique sera déterminante pour éviter une spirale de violences et restaurer la confiance de la population dans le processus démocratique.

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