Ungheria-elezioni: la Chiesa “orbanizzata”

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I vescovi ungheresi riuniti in Assemblea (Foto di Lakatos Péter | MTI/MTVA)

«Negli ambienti ecclesiastici l’appartenenza politica ha spesso più peso di quella religiosa» e le critiche al Governo sono condannate con maggiore severità rispetto a quelle verso la Santa Sede e il defunto papa Francesco.

Le affermazioni sono di Tibor Gōrfōl, caporedattore della rivista ecclesiale Vigilia. E il responsabile del sito szemlelek.net, Istvan Gégény, aggiunge: «Negli ultimi anni si è diffusa la percezione che la Chiesa reagisca in modo rapido e deciso anche alla minima manifestazione di certi attori politici (di opposizione – ndr), ma sia molto più contenuta, a volte completamente silenziosa, quando si tratta di decisioni che sollevano questioni morali e sociali da parte di altri partiti politici. Questa percezione non corrisponde necessariamente alla realtà, ma le crisi di credibilità spesso non derivano solo dai fatti, ma da sproporzioni percepite».

La democrazia illiberale

Alla vigilia di elezioni (12 aprile) considerate importanti per il Paese e l’intera Unione Europea (cf. SettimanaNews) la domanda su come le Chiese (non solo quella cattolica) reagiranno alla possibile sconfitta di Viktor Orban che è ai vertici dello Stato da quindici anni, trova plausibilità e consensi. Per la prima volta i sondaggi e le indicazioni del mercato segnano come possibile il cambio di indirizzo della politica nazionale, il passaggio di testimone da Viktor Orban a Péter Magyar.

Potrebbe essere al tramonto una lunga stagione che ha permesso, anche grazie alle sovvenzioni europee, una significativa crescita economica, un consenso sociale e politico consistente e l’espansione dell’influenza verso l’Est e i Balcani (grazie alle minoranze ungheresi in Romania, Slovacchia, Serbia e Ucraina). Ma che ha anche indotto fenomeni negativi come la corruzione, il nepotismo (13 personalità vicine a Orban si sono spartite qualcosa come 28 miliardi di euro dal 2010 secondo il Financial Times), il nazionalismo autocratico e la teorizzazione della «democrazia illiberale» in funzione anti-europea.

È recentemente emerso l’audio di una conversazione fra il ministro degli esteri Péter Szijártȯ e il suo omologo russo Sergey Lavrov in cui l’ungherese aggiornava sui lavori europei il russo. In seguito l’agenzia Bloomberg ha reso nota una telefonata di Orban a Vladimir Putin in cui il Primo Ministro ungherese afferma: «Sono a sua disposizione per qualsiasi questione in cui posso esservi di aiuto», confermando il servilismo politico verso la Russia.

La Chiesa si adatta

La Chiesa cattolica uscita dalla crisi del regime comunista con un grande credito ha progressivamente disperso la sua credibilità per la insufficiente rielaborazione delle memoria comunista, per la scarsa inventività pastorale, per la preoccupazione finanziaria, per il facile adattamento agli indirizzi conservatori del partito di Orban, Fidesz (cf. qui su SettimanaNews).

Il leader conservatore ha considerato le Chiese come partner strategici affidando loro numerosi compiti sociali nell’ambito dell’istruzione, delle politiche familiari, dell’assistenza agli anziani. Nel Paese si è diffusa la percezione che la partnership non fosse simmetrica, relegando le Chiese a un ruolo subalterno.

Nessuna parola ecclesiale critica è risuonata davanti a decisioni gravi del Governo Orban circa il funzionamento democratico, come i limiti alla libertà di espressione e di stampa, l’asservimento della magistratura al potere politico o il radicale rifiuto degli immigrati (cf. qui su SettimanaNews).

Una comunicazione omogeneizzata

Nel corso della campagna elettorale, fortemente polarizzata, gli episodi che hanno coinvolto la Chiesa sono marginali, ma indicativi della diffusa percezione di una subalternità indebita.

È successo che elogiative valutazioni personali dell’abate di Pannonalma, Hortyobagyi Cyrill, siano state utilizzate nei volantini di propaganda elettorale del candidato Attila Steiner di Fidesz e che un video del partito di Governo mostrasse come probabile l’uccisione di militari ungheresi che la vittoria delle opposizioni avrebbe coinvolto nella guerra ucraino-russa. Alla prudente distanza attestata dall’abate è corrisposto un grande silenzio sul video e sulle modalità aggressive e violente della campagna elettorale.

L’elemento più discusso è stata la lettera pastorale dei vescovi per la Quaresima. Pubblicata il 22 febbraio scorso richiamava con parole accorate il terribile prezzo della guerra con le sue disastrose conseguenze per i bambini, i ragazzi, le donne e gli anziani.

«Quanti altri bambini e adulti dovranno essere fisicamente e mentalmente menomati prima che tutti si rendano conto che una guerra ha solo perdenti?». Si invitano quindi le comunità cristiane a una colletta generosa per aiutare le popolazioni della Trasncarpazia (la regione ucraina abitata da popolazioni di ceppo ungherese).

Le critiche mosse ai vescovi non hanno riguardato tanto il contenuto della lettera, ma piuttosto l’assenza del nome dell’aggressore (la Russia), la rimozione degli elementi più specificatamente cristiani della preparazione alla Pasqua e soprattutto l’assonanza del linguaggio e delle sottolineature con la propaganda elettorale di Fidesz. Il Governo ha infatti impostato la sfida elettorale accusando l’opposizione di volere trascinare il Paese nella guerra russo-ucraina.

Istvan Gégény ricorda la tecnica comunicativa riconosciuta da Sergej Ejzenstejn in cui la giustapposizione di immagini fra loro indipendenti in una sequenza «guidata» diventano narrazione efficace e mirata per lo spettatore. Così il messaggio dei vescovi, nello specifico contesto elettorale, è risuonato per il cittadino come perfettamente integrato con la proposta governativa.

Coesione civile e democrazia liberale

A prescindere dal risultato elettorale voci autorevoli del laicato cattolico chiedono alla gerarchia ecclesiale un più consapevole distacco rispetto alla comunicazione politica, pur riconoscendo inevitabile una comunicazione dei vescovi con la politica e il Governo nazionale.

Avvertendo che l’eventuale cambiamento di maggioranza potrebbe richiedere a loro e alla Chiesa ungherese un di più di credibilità, di autocritica e di paziente tessitura della coesione democratica.

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