Venezuela «terra nullius»

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Villaggio sulle coste del Venezuela.

Abituarsi alla storia, agli assetti che ha garantito, produce una certa miopia rispetto alle rotture che essa porta sempre con sé. Come se improvvisamente ci venissero meno gli strumenti per comprendere quello che accade: non tanto sul piano dei criteri per il giudizio, quanto piuttosto su quello dell’agire per orientare i processi innescati da quelle rotture di ordinamento. È quello che sta accadendo in questo momento, dove l’amministrazione Trump ha messo mano al disfacimento dell’ordine mondiale che aveva trovato il suo perno proprio negli Stati Uniti.

La storia recente ci aveva abituati a vedere nella nazione americana il garante di un ordine internazionale nel quale, pian piano, avevano trovato il loro posto i molti frammenti ereditati dai due conflitti mondiali. Ruolo di garanzia che gli Stati Uniti avevano giocato non certo per disarmante amore verso l’umanità, ma perché consono ai loro interessi. Oggi, questi interessi sono cambiati, i «costi» del mantenimento di un ordine globale modellato su una egemonia planetaria americana non rappresentano più un «affare» per l’attuale amministrazione.

Certo, gli Stati Uniti non rinunciano all’egemonia, ma la stanno riarticolando: limitazione dell’area di influenza per incrementare il peso del dominio effettivo. Rendersi invincibili in una parte del mondo, lasciando il resto a interessi altrui, per garantirsi un nuovo spazio di sovranità che non deve più essere negoziata né sul piano politico globale né su quello del diritto internazionale.

La conquista del Venezuela, apertamente sbandierata dal presidente Trump, rappresenta il primo passo di questa espansione della sovranità diretta americana. Correlato giuridico di questo neo-colonialismo statunitense è che nessuna sovranità è lecita e legittima nei territori che ricadono sotto gli interessi della Nazione. Un principio, questo, ben radicato non solo nel mito americano della «conquista del West», ma anche nella giurisprudenza del paese.

Forse è proprio a quella espansione territoriale verso occidente che bisogna guardare per raccogliere qualche prima chiave di lettura di come la storia si trascina anche nelle sue rotture. E, forse, dovremmo guardare al destino dei native Americans in quelli che sono gli Stati Uniti di oggi per avere il sentore di quello che accadrà ai popoli autoctoni dei nuovi territori di conquista dell’imperialismo regionale portato avanti dall’amministrazione Trump.

Con la cosiddetta «Marshall Trilogy» (1823-1832) gli Stati Uniti hanno di fatto integrato la dottrina cattolica della scoperta del XV secolo all’interno del loro ordinamento giuridico, stabilendo un valore legale che persiste fino a oggi (cf. sentenza della Corte Suprema americana City of Sherrill v. Oneida Indian Nation of New York). Dietro il velo della questione di chi «possiede» un determinato territorio, sta in realtà l’affermazione di una mancanza di sovranità su di esso da parte di chi abita(va) originariamente in quello stesso territorio.

Sui territori di interesse americano non si può dare sovranità alternativa, questa mi sembra essere la logica che ha guidato l’«operazione Maduro» da parte dell’amministrazione Trump. E solo una sovranità fantoccio, come quella richiesta alla nuova presidentessa del paese Delcy Rodríguez, può essere in un qualche modo tollerata. La liberazione da Maduro per il Venezuela coincide con la prima evidente occupazione della nuova egemonia regionale americana.

È in quest’ottica statunitense che devono essere lette le parole pronunciate domenica all’Angelus da papa Leone XIV: «Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».

Rispetto al nuovo espansionismo territoriale americano, papa Leone riafferma tre principi democratici dell’altro Occidente (quello europeo): 1) bene e diritti delle popolazioni autoctone hanno la prevalenza su qualsiasi interesse che spinge gli Stati Uniti ad appropriarsi di territori originariamente non suoi; 2) in questi territori esiste una sovranità previa di fatto, che deve essere rispettata nella sua alterità e non subordinazione a quella americana; 3) la tutela costituzionale dello stato di diritto come garanzia di autodeterminazione della popolazione autoctona. Il distinguo così formulato tra la Santa Sede e l’imperialismo regionale dell’amministrazione Trump non potrebbe essere più chiaro.

Infine, la formulazione delle relazioni diplomatiche come ambito di negoziazione di interessi che possono essere divergenti fra di loro – contrapposta alla violenza dell’operazione americana e al tenore di guerra che l’ha caratterizzata. Si sposta così definitivamente l’asse dei criteri rispetto ai quali i cattolici americani devono valutare in coscienza la loro posizione rispetto alle politiche della Nazione – tornando su un territorio di giudizio civile che i vescovi statunitensi, negli anni ’80 del XX secolo, avevano frequentato con lungimiranza e profezia.

Con questo intervento di papa Leone si chiude definitivamente quel fossato moderno che aveva separato la Chiesa cattolica dall’istanza democratica del governo dei popoli. Lo fa proprio nel momento in cui l’Occidente americano sembra essere oramai prossimo a congedarsi da essa, per aprire una nuova stagione di aperto colonialismo regionale che lascia ben poco respiro di autodeterminazione e sovranità ai territori dell’emisfero sul quale gli Stati Uniti di Trump stanno disegnando il loro dominio.

Questa regionalizzazione dell’ordine mondiale, che sancisce di fatto la fine di ogni efficacia del diritto internazionale, rischia di creare faglie tettoniche di frizione senza alcuna istanza comunemente riconosciuta in grado di avviare prassi di mediazione rispetto agli inevitabili scontri di interessi contrapposti. Questo vuoto non è solo allarmante, ma rappresenta un vero e proprio pericolo di estinzione del mondo così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi.

Affermando con chiarezza che il Venezuela non è una terra nullius, papa Leone non rimarca solo l’alterità della Santa Sede e della Chiesa cattolica rispetto a una nuova divisione del mondo senza governo e senza ordinamento giuridico, se non quello dettato dalla forza degli interessi regionali, ma posiziona anche la diplomazia vaticana proprio in quel vuoto di principio regolatore che alimenta il motore dell’espansionismo territoriale dei tre imperi che si stanno dividendo il mondo.

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2 Commenti

  1. Enrico 7 gennaio 2026
  2. Mariagrazia Gazzato 6 gennaio 2026

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