
L’immagine suscita stupore: un arcivescovo cattolico che trascorre una notte in un istituto penitenziario, nonostante un tribunale gli avesse concesso la libertà provvisoria. È quanto è accaduto a mons. Alick Banda, arcivescovo di Lusaka, nella notte tra il 28 e il 29 settembre 2026. Una prova che suscita commozione e interrogativi, ma che invita soprattutto a considerare i fatti con cautela e ad accompagnare l’arcivescovo con la preghiera.
Mons. Banda è stato arrestato dopo essersi presentato alla Drug Enforcement Commission (DEC) nell’ambito di un’indagine riguardante, in particolare, un veicolo Toyota Hilux che sarebbe stato in suo possesso tra il 2021 e il 2023. Secondo le autorità, tale veicolo farebbe parte di un lotto di circa 22 veicoli collegati alla Zambia Revenue Authority e sospettati di essere stati ceduti in modo irregolare. L’arcivescovo è stato incriminato ai sensi dell’articolo 319 del Codice penale zambiano, relativo al possesso di un bene ragionevolmente sospettato di essere stato rubato o ottenuto illecitamente. Si è dichiarato non colpevole.
Una precisazione rimane essenziale: monsignor Banda non è stato condannato. Poiché il caso è ancora in corso, la presunzione di innocenza rimane pienamente applicabile.
***
Il 28 settembre, il tribunale gli ha concesso la libertà provvisoria su cauzione di 80.000 kwacha, subordinata in particolare alla presentazione di garanzie e alla consegna dei suoi documenti di viaggio. Tuttavia, poiché le formalità necessarie per la sua liberazione non sono state completate in tempo, l’arcivescovo ha trascorso la notte presso il Lusaka Central Correctional Facility, comunemente chiamato Chimbokaila. È stato infine rilasciato il 29 settembre, dopo l’espletamento delle procedure richieste.
Quella notte trascorsa dietro le sbarre non ha quindi costituito una condanna, ma è stata il risultato del tempo necessario per finalizzare le condizioni del suo rilascio.
In questa prova, la Chiesa cattolica dello Zambia ha manifestato la propria solidarietà. La Zambia Conference of Catholic Bishops ha invocato il rispetto della dignità di monsignor Banda e del regolare iter procedurale. Alcuni vescovi sono andati a fargli visita. Questo gesto ricorda una dimensione essenziale della vita ecclesiale: quando un pastore attraversa una prova, la Chiesa lo accompagna, prega per lui e gli testimonia la propria vicinanza.
Tale solidarietà non pregiudica tuttavia l’esito del procedimento. La giustizia dovrà esaminare gli elementi del fascicolo, mentre la difesa avrà la possibilità di presentare le proprie argomentazioni.
***
In questo contesto, la Chiesa è chiamata a pregare. Preghiamo per monsignor Alick Banda, affinché il Signore gli conceda forza, pace e saggezza. Preghiamo per i suoi cari, i suoi collaboratori e i suoi avvocati, ma anche per gli investigatori, i pubblici ministeri e i magistrati incaricati del caso, affinché ciascuno svolga la propria missione con integrità e imparzialità.
Questa prova ci ricorda infine che la giustizia deve sempre rimanere al servizio della verità e della dignità umana. Pregare per un vescovo chiamato a rispondere dinanzi alla giustizia non significa chiedere che la verità venga elusa. Significa chiedere che venga fatta piena luce sui fatti, che la giustizia adempia alla propria missione con equità e che ogni persona coinvolta sia trattata con dignità.
Ma una domanda rimane: il problema non sta forse altrove? Mons. Alick Banda si è pubblicamente schierato contro quelle che denunciava come frodi durante le elezioni presidenziali, assumendo così una posizione che non poteva lasciare indifferente il potere. Alcuni si chiedono quindi se le attuali azioni penali non siano legate anche alle sue prese di posizione.
Senza pregiudicare l’esito giudiziario, vale la pena porsi questa domanda: si tratta solo di una questione relativa a un veicolo, o occorre considerare anche il contesto politico in cui si inserisce?
In attesa dell’evoluzione del procedimento, la Chiesa può continuare a fare ciò che sa fare nei momenti difficili: pregare, sostenere e sperare.





