Il martirio secondo Tertulliano

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martiri

Ho deciso di scrivere questa recensione nella settimana della Giornata della Memoria. Non per sovrapporre in modo facile epoche diverse, ma perché questa ricorrenza ci obbliga a un gesto più esigente: ascoltare le voci di chi è stato consegnato ingiustamente alla morte, e lasciare che quelle parole si incidano dentro di noi.

È incredibile e indescrivibile la profonda compassione nel leggere le parole di chi è ingiustamente condannato a morte – sia ai tempi di Tertulliano che ai tempi della Shoah – ma anche nei diari dei partigiani italiani: parole sorprendentemente colme di speranza, amore e compassione, rivolte a sé stessi, alla famiglia, a Dio.

Uno scritto che parla ancora

In questa luce si comprende perché Ad martyras (Ai martiri) di Tertulliano – scritto a cristiani incarcerati in attesa di giudizio – non sia soltanto un documento della Chiesa antica, ma un’opera che ci coinvolge anche oggi.

È come se, di fronte alla “notte” della storia, emergesse una lingua diversa: non l’odio, non la vendetta, ma una fermezza piena di senso, capace di custodire la dignità quando tutto sembra negarla. Davanti agli episodi più bassi e crudeli (cosa c’è di più diabolico del condannare un innocente?), senza l’amore annunciato da Gesù risulta quasi incomprensibile una risposta diversa e più alta: l’amore del nemico, che non è amare il male – no – ma scegliere di non rispondere alla violenza con la stessa violenza.

Quando diciamo “porgi l’altra guancia”, dobbiamo intenderlo bene: non è accettare passivamente il male o le ferite subite. È il contrario. È agire: rispondere al male col bene. È avere compassione per la miseria umana, sia quella dell’oppresso che quella dell’oppressore.

Sì, avere compassione per la miseria umana, quindi anche per l’oppressore. Perché la compassione è il sentimento più nobile: è la carezza di Dio sul nostro volto, il suo abbraccio, che ci stringe così forte da spremere l’anima come una spugna – ecco perché piangiamo!

E la miseria più grande dov’è? In chi perde il corpo e salva l’anima, o in chi perde l’anima infierendo diabolicamente su un corpo, su una vita innocente? Il mio maestro dice sempre: possiamo riconoscere il mistero segreto del cristianesimo in tre parole, che sono tre aspetti della stessa realtà: commozione, compassione e consolazione.

Senza l’esperienza della compassione e senza il caldo abbraccio della consolazione non possiamo cogliere fino in fondo il senso della passione innocente: né quella descritta da Tertulliano, né quella richiamata dalla Giornata della Memoria, né ciò che accade oggi e in ogni epoca.

Il mondo è pieno di persone erudite e l’erudizione è preziosa; ma da sola non basta a capire queste cose. Serve invece la cultura: coltivare la semplicità del cuore, come fanciulli: perché a volte troppo sapere insuperbisce, ci rende cinici, e allora non siamo più capaci di riconoscere l’essenziale.

La memoria da sola non basta

Le cose più nobili e più alte della vita non si “insegnano”, non si “imparano”, ma si incontrano. E dobbiamo riconoscere che certe cose forse non si possono comprendere fino in fondo, ma si possono intendere: si possono intuire e percepire. Ecco perché compassione e consolazione sono il sapore di questa storia. Se non lo comprendiamo finiamo per conformarci a questo “mondo”, alla logica del potere: rischiamo di diventare cinici. E di perdere il miracolo più grande: scorgere un disegno d’amore anche – e nonostante – le peggiori ingiustizie.

In questo senso vogliamo rileggere Tertulliano per il presente e per l’attualità, usando i suoi testi a modo di sineddoche, per parlare della memoria di tutti gli innocenti ingiustamente morti. “Chi non ha memoria del passato è destinato a ripeterlo”, scrive George Santayana.

Eppure la memoria, da sola, non basta. Dobbiamo meditare a fondo queste parole: non ci basta avere memoria di ciò che è accaduto (quasi un archivio mentale di fatti passati), dobbiamo ricordarlo (cioè richiamarlo nel cuore: dal latino recordari, da cor, cordis – cuore). La memoria del cuore non è rivolta al passato, ma trasforma il presente e orienta il futuro.

Qui sta il punto: leggere Tertulliano nella Giornata della Memoria significa esercitare una “memoria del cuore” che non si accontenta di sapere, ma si lascia trasformare.

Ad martyras non ci consegna soltanto un racconto di persecuzione; ci offre una chiave interpretativa complessa, articolata su più livelli – storico-giuridico, demonologico, pedagogico e paradossale – che rende intelligibile la prova e, nello stesso tempo, smaschera i meccanismi della disumanizzazione.

La vera rivoluzione politica

La conversione (metanoia) è la vera rivoluzione politica che uno deve fare se vuole “cambiare il mondo”: cambiare il cuore, anzi, lasciarselo cambiare (metamorphoûsthe) direbbe san Paolo.

Parliamo di politica, sì, ma non nel modo in cui la intendiamo noi moderni. In Ad martyras si percepisce una lucida consapevolezza “pubblica”: la politica del cuore si scontra con la politica dei dominatori, con i cuori induriti. Ed è in questa battaglia che serve coraggio: non si può essere timidi, perché Dio non ama i pavidi.

Sul piano storico-giuridico, il rifiuto del culto imperiale viene letto come reato di lesa maestà e come ateismo, dunque come minaccia alla stabilità dell’Impero. Tertulliano individua qui un nodo decisivo: l’ingiustizia del “nome”. Si viene colpiti non per crimini provati, ma per il semplice nomen Christianum.

Ma la lettura di Tertulliano non si ferma alla superficie giuridica. La persecuzione è anche – e soprattutto – un conflitto spirituale. Dietro l’odio della folla e l’azione dei magistrati si intravede l’opposizione del demonio, che arriva a servirsi persino dell’ordine politico per tentare di distruggere la fede. Qui emerge un’immagine durissima: il carcere come domus diaboli, casa del diavolo.

E tuttavia il rovesciamento è ancora più forte: il martire entra in quel luogo non per subirne il potere, ma per calpestarlo, e vincerlo sul suo stesso terreno.

In conclusione, tocchiamo il livello più alto e mistico delle riflessioni ed esortazioni di Tertulliano: la sofferenza non è “voluta” da Dio come male, ma è permessa come prova e purificazione.

Tertulliano parla di probatio ed emendatio: la persecuzione diventa occasione per far emergere ciò che altrimenti resterebbe latente, per consolidare la fede, per portarla a maturità. E lo spiega con una metafora concreta: il carcere come “palestra”. Il cristiano, atleta di Cristo, si allena nella durezza non per amore della sofferenza, ma per ricevere la corona.

Tutto il testo è attraversato da paradossi che capovolgono la percezione comune: la vera libertà può abitare un corpo in catene; il mondo può diventare il vero carcere, pieno di catene interiori; la sconfitta esteriore può rivelarsi vittoria interiore. Infine, il martirio non è interpretato come disfatta, ma come vittoria: la crudeltà vorrebbe cancellare la fede, e invece ne rivela l’incancellabile forza.

Qui il lettore non può non ripensare al “Discorso della Montagna” di Gesù (che non è solo un discorso, flatus vocis, ma parole che preannunciano il destino di un corpo, la vita di un martire): siamo nel centro vivo del messaggio di Cristo, in cui tutto è rovesciato — perché Cristo è venuto davvero a ribaltare il nostro modo di vivere, di pensare, di desiderare. Qui agli ultimi è promesso il primo posto; gli afflitti sono chiamati alla consolazione; chi si esalta viene smascherato e chi si umilia viene innalzato. Se non ascoltiamo davvero, se non abbiamo l’umiltà di fare silenzio dentro di noi, restiamo confusi: stupiti, anzi stupefatti.

Dobbiamo lasciarci condurre dal testo – anzi, dalla Parola che traspare nelle parole di Tertulliano – per intravedere la speranza oltre la follia, l’amore oltre la tragedia, un disegno d’amore al di là del fiume di lacrime.

La parola al potere

A questo quadro si lega idealmente anche Ad Scapulam: non più la parola ai prigionieri, ma la parola al potere. È come se il libro tenesse insieme due fronti della stessa battaglia: dentro la cella e davanti al magistrato. In entrambi i casi, la dignità non si mendica: si testimonia. E la verità non si spegne con un supplizio.

Quando incontriamo per la prima volta storie così tragiche, possiamo riconoscere l’archetipo del “Servo sofferente”, del giusto condannato e devastato ingiustamente: non si può rimanere identici, si cambia per sempre. Non si tratta di “spiegare” il male, ma di riconoscere che, davanti all’innocente colpito, la coscienza è chiamata a convertirsi.

E allora la conclusione torna al punto decisivo: la dignità umana, la profonda consapevolezza della propria dignità e del non appartenere a questo mondo – pur attraversando in questo mondo la prova, la guerra più antica tra luce e tenebre.

Soprattutto nella Giornata della Memoria, la voce di Tertulliano può accostarsi a quella di Giovanni Crisostomo, che qui riporto in lingua originale, per non perderne la musicalità: Nos arma non cruentavimus, non stetimus in acie, non accepimus vulnera, neque vidimus bellum; et tamen victoriam obtinuimus: certamen Domini fuit, corona nostra (= «Noi non abbiamo insanguinato le armi, non siamo stati schierati in battaglia, non abbiamo ricevuto ferite, né abbiamo visto la guerra; e tuttavia abbiamo ottenuto la vittoria: il combattimento fu del Signore, la corona è nostra»).

Questa pace, questo amore e questa consolazione non sono semplici passioni umane: sono doni di grazia. Non sono ottimismo, né fuga dalla realtà: no. Questa speranza divina è un’àncora (gettata in cielo, direbbe san Tommaso) – un’àncora che non nega la tempesta, ma impedisce alla tempesta di avere l’ultima parola.

Non possiamo rimuovere il male, fingere che non esista: sarebbe vivere a metà. Possiamo però – anzi dobbiamo, se vogliamo avere il coraggio di essere umani fino in fondo – lasciarci trasformare da uno sguardo nuovo: quello di un cuore nuovo, attraversato dalla divina misericordia.

Tertulliano, Ai martiri (Ad martyras) – A Scapula (Ad Scapulam), ESD, Bologna 2025.

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