
Si celebra oggi presso la comunità dehoniana di Bolognano (TN) il funerale del nostro confratello p. Francesco Duci (1928-2026). P. Francesco ha formato, in una carriera di docenza teologica che ha coperto quasi mezzo secolo, generazioni e generazioni di religiosi dehoniani – per molti dei quali le sue lezioni e corsi rimangono impressi nella memoria fino a oggi.
Della teologia p. Francesco è stato un vero e proprio maestro in un senso quasi medioevale e monastico. La cella della sua stanza, con una scrivania coperta di libri e minuti appunti di preparazione delle lezioni; la biblioteca, di cui è stato direttore per decenni, in cui stava imbevendosi di tutto ciò che arrivava. La politica culturale con cui ha diretto quella che oggi è diventata la biblioteca provinciale dei dehoniani è stata lungimirante e di rara intelligenza.
In essa, chi la frequenta oggi, vi può trovare uno specchio fedele del Vaticano II e delle piste teologiche da esso aperte: dalla patristica alla teologia della liberazione; dall’esegesi alla storia della Chiesa; dalla teologia fondamentale alla morale. Autori e tematiche che hanno caratterizzato il post-Concilio della Chiesa cattolica che, spesso, col suo fiuto allenatosi sulla lettura attenta delle maggiori riviste teologiche europee, p. Francesco anticipava rispetto al dibattito pubblico ecclesiale.
Quella di p. Francesco è stata una teologia quasi esclusivamente orale. I suoi scritti pubblicati sono perle rare strappate alla ritrosia che lo caratterizzava per ciò che concerne la pubblicazione. Perché la sua è stata sempre una teologia in divenire, fino alla fine, che resisteva a chiudersi in un sistema che avrebbe significato anche una sorta di congedo dall’esercizio dell’intelligenza della fede.
Questa pura oralità ha impedito di portarlo alla ribalta della scena teologica italiana tra gli anni Settanta e Novanta – scenario di cui è stato sicuramente all’altezza. Questo però non sminuisce di nulla la qualità e originalità del suo percorso teologico, che spinge ad annoverarlo tra i maestri della teologia italiana post-conciliare.
Formatosi alla Gregoriana, con studi in dogmatica, negli anni precedenti il Concilio, seppe trasformare l’aridità logica della neoscolastica in una prospettiva di teologia sistematica vibrante, incentrata su Gesù e la sua storia attestata nelle Scritture, anche grazie alle armoniche spirituali della devozione al Sacro Cuore – che, a sua volta, si sfrondava nella sua riflessione di tutti gli orpelli cosmetici grazie al solido impianto cristologico con cui la vagliava.
Le aperture più significative e affascinanti della sua teologia si concentravano nella cristologia, nell’antropologia teologica e nella teologia dei sacramenti. Più sofferto e controllato era il suo pensiero teologico sulla Chiesa; che si faceva però più arioso e pungente quando si passava dall’ecclesiologia alla teologia pastorale.
A p. Francesco la Provincia dehoniana dell’Italia settentrionale ricorse negli anni Settanta per gestire la crisi della rivista Il Regno, che allora era parte delle attività culturali e editoriali della Congregazione. A lui, infatti, fu affidato il vaglio della lettura delle bozze prima della pubblicazione del numero della rivista. Ufficio, questo, che ha esercitato con diligenza e sapienza – senza invadere la professione altrui e senza alcun protagonismo indebito. Tale consuetudine si è protratta anche per tutti gli anni Novanta quando, anche a suo dire, la cosa non era più necessaria. Spesso a tavola usava dire: «Non capisco perché continuano a mandarmi le bozze, forse sono preoccupati che non legga il numero dopo che è uscito…».
La sua parola, la sua intelligenza teologica, il suo modo di narrare Gesù, hanno fatto bene alla Chiesa, alle persone e alla Congregazione – che ora lo lasciano andare in pace ad abitare l’intimità di Dio di cui è stato appassionato indagatore nel tempo della vita.





“La sua è stata sempre una teologia in divenire, fino alla fine, che resisteva a chiudersi in un sistema che avrebbe significato anche una sorta di congedo dall’esercizio dell’intelligenza della fede”.
A cui sapeva aggiungere tenerezza relazionale espressa con voce gentile, perfettamente in sintonia con il sorriso che lo caratterizzava.
Ho avuto la possibilità di sperimentare tutto questo in diverse conversazioni negli ultimi periodi bolognesi. Seduti a lungo, nonostante i listelli di ferro delle panchine del parco di via Sante Vincenzi.
I contenuti delle nostre conversazioni erano di un’apertura teologica e di competenza umana che mi incitavano a pensare in libertà.
Quando ho saputo della sua morte, ho avuto una sensazione inaspettata. Ero quasi contento.
Ho percepito che d’ora in poi p. Francesco mi sarebbe stato vicino, senza il tempo le distanze.
GRAZIE!