
L’ultima monografia dell’anno 2025 della rivista Presbyteri (6/2025) è dedicata al tema della amicizia. Anche nella vita del prete l’amicizia «rappresenta una delle forme più importanti, profonde e significative di relazione (…), coinvolgendo il rapporto tra vita personale e servizio ministeriale e chiedendo di riflettere su quanto il ruolo possa, talvolta, condizionare o ostacolare. L’amicizia è uno di quegli aspetti che ci dà occasione di conoscere e coltivare la nostra umanità, manifestando la propria maturità affettiva senza ruoli né etichette. È preziosa palestra per imparare e vivere insieme gratuità, cura reciproca e servizio, aspetti così importanti per la vita e il ministero del prete». Riprendiamo l’editoriale di don Nico Dal Molin
In una straordinaria pagina del Piccolo Principe di A. de Saint‑Exupéry, c’è un passaggio di rara bellezza. Quando egli incontra la volpe, questa furbescamente gli dice: «Non sei di queste parti, tu – disse la volpe – che cosa cerchi?». «Cerco gli uomini» – disse il piccolo principe. «Che cosa vuol dire? Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?». «No – disse il piccolo principe – cerco degli amici»[1].
Nei nostri contesti di vita, sempre più invasi da parole di banalità e dalla retorica della paura e dell’odio, questa semplicissima frase esprime uno dei desideri più profondi del cuore umano: trovare amicizia.
L’amicizia è solidarietà degli occhi: l’occhio vede, osserva, percepisce, ma non è detto che le sue percezioni siano sempre corrette. Nell’amicizia ciò che viene visto e percepito può avere una valutazione più oggettiva, una correzione, una modifica per cogliere la realtà nella sua concretezza e verità.
L’amicizia è solidarietà degli orecchi: con l’udito noi ascoltiamo, ma la presenza amica può avere un udito più fine e sensibile del nostro. Per usare una delicata immagine del card. Martini, è come l’infermiera che di notte sa cogliere, nella corsia di un ospedale, il gemito di un bisogno sussurrato da un malato. Molte realtà della vita non sono gridate, sono appena sussurrate e solo la presenza amica le sa cogliere e trasformare in suoni di vicinanza e di speranza.
L’amicizia è solidarietà della mano: la mano, intesa come espressione del fare, del portare a compimento qualcosa di significativo e concreto, nel dare forma e sostanza a qualcosa di pensato, studiato, capito, intravisto. La presenza amica può aiutare, incoraggiare, smussare, riplasmare tanti aspetti della nostra vita. È la mano amica che ti tiene stretto e ti aiuta a superare momenti di delusione, smarrimento e paura.
L’amicizia è solidarietà del cuore: la presenza amica sa entrare in sintonia con i pensieri e le emozioni più profonde che ciascuno vive, in un’armonia di sentimenti, di condivisione, di con-passione. Un cuore stanco, solo e spesso arrabbiato, a contatto con un altro cuore ospitale e amico, si riaccende di speranza.
Bellezza e fatica dell’amicizia
È quasi ovvio ricordare il capitolo sesto di Siracide: una miniera di suggerimenti per saper valutare e vivere l’amicizia non in modo idealizzato, ma semplice e realistico.
«Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore. Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici» (Sir 6,16-17).
È bello parlare dell’amicizia. È una delle realtà più belle dell’esistenza umana, ma non possiamo scordare che è anche un percorso esigente. Esso richiede un tirocinio robusto e un training efficace e, soprattutto, una libertà interiore senza la quale è difficile, anzi impossibile, parlare di amicizia.
La bellezza dell’amicizia consiste nella sua originalità: non si può essere amici di tutti… ogni amicizia è un’esperienza molto personale, una realtà delicata e fragile. È un grande dono da chiedere al Signore ed è un dono da amare e custodire come si custodisce qualcosa di intimamente prezioso.
Mi permetto un ricordo personale legato alla rivista Presbyteri. Il tema dell’amicizia e della fraternità nella vita del prete è stato affrontato nel numero 10-2020. Eravamo nel tempo della pandemia di Covid 19, disorientati e confusi perché tutti i nostri schemi abituali di riferimento pastorale si sgretolavano uno dopo l’altro. Io stesso stavo scrivendo i primi editoriali subentrando a nomi storici come p. Fabrizio Valletti e soprattutto alla firma impareggiabile di p. Felice Scalia. Rifacendomi proprio a un articolo di p. Scalia, riportavo una sua citazione sul tema dell’amicizia che mi pare troppo preziosa per non ricordarla ancora.
Quando si parla di amicizia tra preti o tra consacrati sembrerebbe una ovvietà, se anche questo tipo di rapporto non fosse piuttosto raro. La verità è che ad uno scambio fraterno, ad una chiarezza di sentimenti e ad un fiducioso abbandono ai gesti e alle premure benevole dell’altro, per svariati motivi, non siamo stati educati. Si temevano così tanto, proprio a salvaguardia della castità, le ‘amicizie particolari’ che si finiva per creare le ‘inimicizie particolari’, come scrive p. Timothy Radcliffe.
E aggiunge: «Se non facilitiamo e incoraggiamo sane e vere amicizie tra preti e futuri preti, ce li sogniamo i presbitèri che siano luoghi di fraternità sacerdotale e luoghi della ricerca di Dio».
Amicizia e libertà di cuore
Sono davvero tanti gli autori, saggisti, romanzieri, poeti che hanno scritto testi meravigliosi sull’amicizia. Possiamo ricordare Cicerone con il De Amicitia o la contemporanea e misteriosa Elena Ferrante con L’amica geniale; Hermann Hesse con Narciso e Boccadoro o Luis Sepúlveda nella straordinaria Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. O poeti come Giovanni Pascoli (Un amico) e Alda Merini (Non ho bisogno di denaro); Pablo Neruda (Amico) e Jorge Luis Borges (Amicizia); Eugenio Montale (Ripenso il tuo sorriso) e Kahlil Gibran Kahlil (Sull’amicizia). Un elenco che potrebbe continuare all’infinito.
Tuttavia, in questo momento, ciò che più mi affascina è un’espressione illuminante di Aristotele: «L’amicizia, quella vera, viene praticata da chi pratica la virtù». Egli ne parla nei libri VIII e IX dell’Etica nicomachea[2], che ancor oggi, in cui si sta tornando a parlare di educazione affettiva, potrebbe essere un vademecum per ogni buon educatore. Per il filosofo, la perla della virtù è l’uomo libero, capace di attingere in sé stesso le energie che orientano l’agire a partire dalla propria interiorità. L’uomo libero è innanzitutto colui che vive per l’altro; altrimenti si cade in una mancanza di libertà interiore che coincide con il narcisismo, oggi così evidente e diffuso. La vera libertà interiore ha senso e valore se non è indirizzata su sé stessi; ha senso e valore quando è «per» qualcuno.
È l’essenza stessa dell’antropologia cristiana, che pone a fondamento di ogni persona umana la dimensione relazionale: l’essere con, l’essere per, l’essere in.
Il Signore Gesù saprà poi aggiungere dei colori nuovi alla relazionalità, dicendo: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32); e offrendoci un’amicizia totale e disinteressata: la sua.
«Non vi chiamo più servi, ma amici» perché «l’amico è colui che dà la vita per i suoi amici» (cf. Gv 15,13 ss.).
Questo ci propone una traiettoria chiara di come vivere l’amicizia: è la ricerca comune di una vita virtuosa e interiormente libera. Ciò sgombera il terreno da ogni possibile equivoco sull’utilizzo dell’amicizia in maniera da gratificare passioni e bisogni non liberi perché egocentrici.
Necessarissima alla vita
È un’altra straordinaria espressione di Aristotele: l’amicizia è «necessarissima alla vita». Un superlativo che va oltre il dizionario, per dire che non si può vivere senza una o più presenze amiche accanto. Conferma la sua convinzione citando un proverbio noto a quel tempo: «Quando due camminano insieme, aumenta la loro capacità di pensare e di agire».
È un desiderio di sintonia, di voglia di spartire dei beni, che più si spartiscono e più aumentano: una specie di miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Beni che più sono posseduti e più si ha desiderio di condividere con l’altro. Si potrebbe davvero dire: l’amicizia è l’ossigeno indispensabile per ogni vita che cerca la felicità.
Coloro che sono incapaci di un’amicizia che miri al vero bene dell’altro sono persone psicologicamente e spiritualmente inaridite, prive di vitalità, rigide, acide e molto dure nei giudizi e nelle esigenze, soprattutto nei confronti degli altri. Non hanno più il gusto delle relazioni vere, non trovano gioia alcuna nello stare con gli altri e diventano un tormento per chi vive loro accanto. Sono persone che sgretolano la propria vita e quella altrui, perché nessuno può vivere a lungo con chi è solo fonte di rabbia e tristezza.
L’amicizia vera tende alla felicità ma, lo sappiamo per esperienza, la felicità a volte è molto legata alla sofferenza; e proprio da questo dolore l’amicizia risulta purificata e potenziata.
A proposito della sua amicizia con il grande vescovo e teologo san Basilio, san Gregorio di Nazianzo scriveva: «Gli amici sono l’uno all’altro norma e regola per discernere il bene e il male».
L’amicizia è davvero “necessarissima”. Viene da pensare a quella nostalgia che è rimasta nel cuore di ciascuno, provocata dall’avere accolto nella argilla grezza dell’umanità il soffio divino della vita. Quello è il momento di una comunione straordinaria che porta l’essere umano a cercare continuamente una strada per tornarvi. Interpretando questa nostalgia perenne il filosofo austriaco Ferdinand Ebner scrive: «Dio è il vero Tu del vero io dell’uomo».[3]
L’amicizia si fa via di Speranza
Sant’Agostino, di fronte alla morte di un «amico carissimo» conosciuto a Tagaste e di cui non rivela il nome, scrive: «Eccoti strappato a questa vita dopo un anno appena che mi eri amico, a me dolce più di tutte le dolcezze della mia vita di allora (…) L’angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte (…) Soltanto le lacrime mi erano dolci e presero il posto del mio amico tra i conforti del mio spirito»[4]. Rivolgendosi poi al Signore Dio, scrive: «Eppure, se non potessimo piangere contro le tue orecchie, non rimarrebbe nulla della nostra speranza»[5].
Come non ricordare, allora, le pagine meravigliose di un libro che vorrei affidare a tutti i lettori di Presbyteri, per comprendere in profondità la bellezza dell’amicizia vera e profonda: è il diario di Raissa Maritain dal titolo emblematico I grandi amici[6].
In questa autobiografia Raissa ripercorre la storia della sua vita con Jacques Maritain, il grande filosofo francese che era anche suo marito, attraverso gli anni inquieti dell’impegno sociale nel mondo. Basta scorrere l’indice dei nomi citati per accorgersi che questo diario si estende su tutti gli aspetti della cultura contemporanea, dalla filosofia alla politica, dalla teologia alla letteratura, dalle arti figurative alla musica. In esso, con la delicatezza e l’acutezza che le sono proprie, Raissa descrive gli incontri con gli amici che hanno segnato in maniera definitiva il cammino della vita sua e di Jacques. Sono nomi importanti, visti nei risvolti degli incontri semplici della vita di tutti i giorni o nell’ansia di una ricerca che inconsciamente portava ad una profonda relazione umana e alla ricerca comune di Dio: Henri Bergson, Léon Bloy, Ernest Psicari, Charles Péguy, Paul Claudel e tanti altri ancora. Che fortuna incontrare sulla propria strada simili personaggi! È ai cuori amanti della verità che Dio riserva queste fortune.
Dal Diario veniamo a conoscere come, nella conclusione di una lettera che Léon Bloy scrive il 25 agosto 1905, egli le manifesta tutta la sua gratitudine perché i momenti di grande sofferenza che egli stava attraversando venivano mitigati dalla comprensione e dall’amicizia di questa sua nuova e insperata amica.
«Ecco, carissima e benedetta Raissa, tutto quello che può scrivervi un uomo veramente infelice, ma pieno della più sublime speranza per sé stesso e per tutti coloro che egli porta nel cuore».
Quando l’amicizia si fa via di una speranza … insperata.
[1] A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Newton Compton Editori, Roma 2015; cap. 21.
[2] L’Etica Nicomachea è una raccolta basata sulle lezioni tenute da Aristotele ed è considerato il primo trattato sull’etica come argomento filosofico specifico. L’aggettivo «Nicomachea» potrebbe essere una dedica di Aristotele al figlio Nicomaco o al padre del filosofo, che pure si si chiamava Nicomaco.
[3] Ferdinand Ebner (1882-1931) è un filosofo austriaco che, assieme a Martin Buber e Franz Rosenzweig viene annoverato tra i massimi rappresentanti del pensiero dialogico. La filosofia di Ebner, orientata alla relazione «io»-«tu», anticipa l’esistenzialismo cristiano di Gabriel Marcel.
[4] Agostino di Ippona, Confessioni IV, 9.
[5] Ibid., 10.
[6] R. Maritain, I grandi amici, Vita e Pensiero, Milano 1991.






La foto che accompagna l’articolo è quanto mai sintomatica. Sequenza perfettamente simmetrica: ragazzo-ragazza-ragazzo a sinistra, ragazza-ragazzo-ragazza a destra. Il prete è al centro, ed è l’unico ad avere una mano sollevata, come ad accompagnare parole che si può immaginare stia (lui solo) pronunciando.
A dispetto del proposito dell’autore, per quanto fugacemente accennato, l’amicizia scaturisce da questo intervento quanto mai idealizzata. L’idealizzazione è a mio avviso il massimo nemico dell’amicizia. Se l’amicizia è questa, chi vi può arrivare? Oppure: se l’amicizia è questa, no grazie. Tenere fuori l’amicizia da passioni e bisogni, che presuppongono pure incontri e scontri, magari per fugare sospetti di coinvolgimento sessuale, significa disincarnarla. Come tale infatti è sempre stata proposta ai seminaristi (e non solo) con l’esito di trovarci dei preti incapaci di porgere (ma anche di ricevere) effusioni affettive – non dico fra di loro (utopia!) – con i fedeli, con le pecore del loro gregge, di cui non portano l’odore, con bambini/e e ragazzi/e, tanto per tenere lontani maliziosi sospetti di pedofilia. Ben lontano quindi da quella libertà interiore presupposto essenziale dell’amicizia.
Bello! Grazie