
Basta scorrere i titoli su Google per vedere come il documento pubblicato il 4 dicembre “Sintesi della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile” abbia suscitato una certa eco mediatica che va al di là degli intenti del documento. Questo, che è la sintesi del lavoro di una commissione di studio (fatta di 10 membri, da quel che si desume dal conteggio dei voti), e che si presenta come un testo incompleto e di sua natura provvisorio, risulta dai titoli ad effetto di certe testate il “No secco” del Vaticano sulla questione.
La questione, infatti, va inevitabilmente al di là del livello accademico e legislativo e tocca (fortunatamente) le viscere del sentire diffuso.
Col rischio, però, che nel sentire diffuso venga trattato senza molta attenzione argomentativa, spesso con la logica semplificata di argomenti sentiti, poco riflettuti, ma fatti propri per supportare acriticamente la propria posizione.
Su alcuni di questi vorrei fare alcune considerazioni.
“Il ministero ordinato non può diventare una questione di rivendicazione femminile”
È un argomento che si sente spesso da chi vuole chiudere in fretta la questione perché tutto resti nello status quo. Un argomento che pretende di sottrarre la terra sotto ai piedi a chi il ministero ritiene vada aperto anche alle donne. Un argomento che ritiene di spostare la questione su un piano “più nobile” rispetto a quello “meramente sociologico” di chi rincorre le mode del tempo.
A ciò si potrebbe obiettare per directum che le questioni sottese alle rivendicazioni femminili del secolo ventesimo il magistero le ha fatte sue nel 1963, quando nella Pacem in terris (§ 22) Giovanni XXIII annoverava “l’ingresso della donna nella vita pubblica” e la presa di coscienza della sua dignità come “segno dei tempi”, ossia come una parola che il Signore dice alla sua chiesa a partire dai fenomeni della storia.
Basterebbe questo a mostrare come le questioni di “rivendicazione femminile” siano questioni eminentemente teologiche, intrinseche alla vita della chiesa. Detto questo, credo però che si debba dare spazio all’argomento addotto: “il ministero ordinato non è una questione di rivendicazione femminile”.
Perché infatti, prima e più di questo, nell’apertura alle donne del ministero ordinato è in questione il bene della chiesa. Non si vuole aprire il ministero alle donne solo (se “solo” si può dire) per dare un riconoscimento alle donne. Ma lo si vuole fare per non privare la vita della chiesa di ciò che molte donne ad essa possono dare nella forma del ministero ordinato.
Stando sul diaconato, basterebbe pensare alla facoltà della predicazione nella liturgia. Quali tesori di vita spirituale dischiuderebbe alle assemblee celebranti il fatto che anche donne competenti in materia potessero spezzare l’alimento della Scrittura per la vita degli altri credenti? Quindi no, non vogliamo combattere sul terreno della rivendicazione, ma su quello del bene di tutta la chiesa.
“Sempre, ovunque, mai”
Di fronte alla possibilità anche solo di pensare al ministero ordinato esercitato da una donna, alcuni sogliono barricarsi dietro a degli avverbi di valore apodittico con i quali lo status quo attuale viene trasformato nella condizione sempiterna della vita della chiesa che avrebbe pertanto un valore normativo. “Non si è mai sentito che…”; “Non è mai successo…”; “Ovunque e sempre si è fatto così …”.
Su questo basterebbe leggere le prime righe del documento in questione (e non solo i titoli dei giornali on-line) che enuncia un principio metodologico molto chiaro: “Sappiamo, tuttavia, che la prospettiva puramente storica non consente di giungere ad alcuna certezza definitiva. In ultima analisi, la questione deve essere decisa sul piano dottrinale”. Si tratta del principio per cui, nella vita della chiesa, il “si è sempre fatto così” non è per forza un dato normativo.
La chiesa è viva, sa bene di aver ricevuto dal suo Signore il potere delle chiavi, e sa di essere chiamata a trasmettere il Vangelo nella storia, non ad evitare che la storia osi affacciarsi sul Vangelo. Ci sono questioni in cui la chiesa può decidere per se stessa qualcosa di nuovo, di inedito, se ritiene che questo la radichi più profondamente nella fedeltà al suo Signore. Il fatto è che, pur in questa coscienza, sulla questione del ministero ordinato, per i gradi dell’episcopato e del presbiterato, il magistero recente ha scelto di vincolare se stesso al “si è sempre fatto così” (cf. A. Grillo, ed., Senza impedimenti: le donne e il ministero ordinato, Brescia 2024).
Tra i vari motivi per cui non si ammettono le donne al presbiterato e all’episcopato, l’unico che pare avere qualche forza è quello per cui “non ci risulta sia mai successo” e su questo ci si è arroccati. Di fronte a tale argomento il magistero ha ritenuto addirittura che il potere delle chiavi non abbia alcun valore. La discussione sul diaconato inevitabilmente risente di tale impostazione che, sebbene ad esso non si applichi, su di esso ricade quasi in automatico.
A chi allora con tanta sicumera estende tale argomento anche al diaconato, credo sia utile non soltanto mostrare che il magistero evita di compiere tale operazione, ma anche cercare di relativizzare un poco l’apoditticità conclusiva degli avverbi “sempre, mai, ovunque”.
Si potrebbe per esempio indicare che san Paolo, colui che a tanta misoginia cristiana ha dato origine con certi suoi passaggi (cf 1 Cor 11,3-16; 14,34-35), lui stesso indica una donna, Febe, con il titolo maschile “diacono” (cf Rom 16,1, ovviamente ben nascosto dalla traduzione CEI!). Basterebbe questo a suggerire che l’idea per cui “non ci sono mai state donne diacono” sia un semplice falso ideologico.
Allora possiamo metterci a disquisire più finemente sul fatto che queste donne non sarebbero diaconi come lo erano gli uomini. Questi sarebbero stati “ordinati”, loro invece semplicemente “istituite”. Anche questo argomento cade mostrando testi di indiscusso valore che lo possono confutare: cf. il canone 15 del Concilio di Calcedonia (451). Si può scegliere di non dare peso a questi testi, come (forse un poco arbitrariamente?) fa il documento della commissione, ma certo non li si può negare sul piano della storia.
Basta questo a spezzare ogni “mai” e ogni “sempre”. Si può anche andare oltre e sul tema dell’ordinazione – ciò però richiede che l’interlocutore sia disponibile a spendere un po’ di tempo a leggere – si potrebbe anche mostrare come l’idea stessa di “ordinazione” sia qualcosa che ha conosciuto significativi mutamenti nella storia della chiesa (cf. G. Macy, The Hidden History of Women’s Ordination, Oxford 2008) e che nemmeno essa resiste adamantina in un “sempre” metafisico!
Basterebbe dunque riuscire ad incrinare solo un poco la potenza ideologica di quegli avverbi dietro ai quali siamo soliti trincerarci per avere, nella questione, reali interlocutori e non muri di gomma.
Tuziorismo o incoscienza
Infine, un argomento che si sente accampare è quello temporale: “la questione non è matura, meglio rimandarla a tempi futuri”. Un argomento che pare dettato dalla saggezza, dalla prudenza che connota la vita della chiesa. Siccome non tutti gli aspetti della questione sono ben chiari, siccome non abbiamo la certezza di tutte le possibili conseguenze, siccome anche il diaconato maschile ha ancora bisogno di tempo… allora rimandiamo, procastiniamo. (Un modo di ragionare molto affine a quello dei giovani del nostro tempo di fronte alle scelte impegnative della vita… contro il quale un bravo parroco spesso si scaglia con affetto esortando a fidarsi del Signore e a non voler aver tutto chiaro prima di fare passi nella vita… esortazione che però non ci viene spontaneo trasferire alla vita della chiesa!).
Un argomento, soprattutto, che implicitamente vive della certezza che “ora va tutto bene” e di fronte alla quale sembra imprudente fare scelte che potrebbero compromettere il buon equilibrio dello status quo. Ma siamo proprio così sicuri che la vita della chiesa, almeno nel nostro antico occidente, sia così in buona salute?
Uno degli aspetti più significativi della nostra situazione ecclesiale contemporanea non sta tanto nel fatto che “molti se ne vanno”, ma nel fatto che “pochi trovano motivi per restare”. Sono molti e complessi gli aspetti per cui uno non trova motivi per restare, certo.
Ma non credo che l’accesso delle donne al ministero sia tra gli ultimi. E qui sì che entrano a pieno diritto le suddette questioni della cosiddetta “rivendicazione femminile”: un’istituzione in cui la potestà (non valgono quelle mistificazioni per cui il “ministero è servizio, non potere”: no! il ministero è per definizione anche esercizio di potere, munus regendi!), in cui la potestà – dicevamo – è esercitata nelle forme di un mondo che (fortunatamente) non c’è più, può proporsi ancora come “casa vivibile” per uomini e donne del nostro tempo?
La prudenza e la saggezza stanno dunque nello stare fermi, arroccati in un deserto sempre più disabitato, o nel fare scelte – prendere decisioni in virtù del potere delle chiavi che si è ricevuto da Cristo – che ci facciano camminare al passo delle vite del nostro tempo?






Un valido contributo. Pacato e soprattutto realmente ben informato. Grazie al suo autore. Oggi la Chiesa soffre largamente di disinformazione. E la disinformazione alimenta la polarizzazione. Si spera invece che contributi come questo di Z. Carra contribuiscano a fare avanzare la Chiesa, a farle superare storture e pregiudizi atavici (che Gesù non le ha certo trasmesso), e a farla vivere più autenticamente e interamente alla luce sempre rischiarante del Vangelo.
Grazie a tutti per gli interventi. Io non so nulla di storia, teologia, diritto e tutto il resto che influisce sulla questione. Mi domando solo cosa cambierebbe per il mio cercare (di solito con scarsi risultati) di seguire l’annuncio di Gesù e il suo messaggio di fraternità se al posto di un diacono/prete/vescovo uomo ci fosse un diacono/prete/vescovo donna? Insomma se il mio parroco si chiamasse Luisa invece di Alessandro e il mio vescovo Martina invece di Domenico cosa cambierebbe del messaggio di Gesù e per il mio provare ad esserne un pochino fedele? Boh? Io continui a non capire. Qualcuno me lo può spiegare? Se possibile in un modo comprensibile anche ai cristiani che, come me, non hanno studiato. Grazie di cuore.
Gentilissimo, il problema è complesso e tocca questioni fondamentali. Aspetti specifici li trova già evidenziati nell’articolo qui sopra. Le aggiungo qualcosa. Pregiudizi atavici, respinti da Gesù e tuttavia presto riaffermati (già in Paolo) e scrupolosamente trasmessi e inculcati, al punto da essere accettati e interiorizzati dai semplici credenti, hanno relegato laici e soprattutto le donne in uno stato di minorità. Considerate/i cristiane/i di secondo grado, fino al Concilio Vaticano II non potevano sostanzialmente mettere piede sull’altare, andare vicino al tabernacolo, quasi fosse un sacrilegio. La loro dignità di battezzati è stata a dir poco relativizzata. Negli ultimi sessant’anni si sono fatti passi avanti per poter rimuovere questa negazione della dignità battesimale, ma l’idea che i battezzati abbiano dignità di sacerdotale – vale a dire: che non siano esclusi dal sacro, che anzi Dio Padre è prossimo a chiunque e desidera prendere dimora in chiunque (vang.Giovanni) – e che non esista una vera casta di sacerdoti in origine, sono aspetti fondamentali che purtroppo faticano ancora oggi a essere riconosciuti e accettati. Direi anzi che la maggior fatica deriva dal fatto che non sono conosciuti. Alla prospettiva evangelica è stata storicamente preferita una concezione anticotestamentaria, che Gesù di fatto aveva vanificato. Questo ribaltamento, per quanto doloroso, è avvenuto e bisogna riconoscerlo. Questo non significa che debba essere accettato per sempre. La conversione verso il Vangelo è per sempre e continua. La questione della diaconia delle donne (possono, per esempio, sì o no leggere il vangelo all’assemblea la domenica e fare in questo diaconia? ma la diaconia, fuori dall’altare, è molto altro, anche se oggi tali ordinazioni sono piegate o concepite per l’altare) rientra dunque in un problema di fondo: la dignità di tutte e tutti i battezzati, la loro liberazione dal giogo del tempio, l’essere creature nuove, libere, riconciliate col Padre, in Cristo Gesù, tutte pienamente idonee a celebrare il Risorto nell’assemblea.
P.S.: parlando di ribaltamento, intendo appunto il fatto che la visione di Gesù sul rapporto tra Dio padre e gli uomini è stata accantonata ed è stata ripresa la precedente concezione, che vedeva una separazione gestita e mediata dal tempio.
Io come donna non sento alcuna necessità di mettermi sul pulpito. Mi da tanto l’idea di mania di protagonismo. Ci sono tante cose che una donna può fare nella Chiesa. Anzi, come tutti gli ambienti, le parrocchie sono frequentate prevalentemente da donne
10 Reasons Why Men Should Not Be Pastors
#2. Men can still be involved in church activities, even without being ordained. They can sweep paths, repair the church roof, and maybe even lead the singing on Father’s Day. By confining themselves to such traditional male roles, they can still be vitally important in the life of the Church.
https://juniaproject.com/10-reasons-why-men-should-not-be-pastors/
Quanto stupore quanta indignazione per un problema che deriva proprio dal modernismo e non dai tradizionalisti. Eh si miei cari, i modernisti hanno voluto il sinodo democratico? Bene nel sinodo la maggior parte dei partecipanti non accetterà mai le donne sacerdoti perché America latina e soprattutto Africa e Asia considerano la donna inferiore all’uomo. E poi è stato ribadito dal Vaticano II no? Quanti disastri nelle chiesa dal 1963 in poi… d’altra parte è il riflesso del ’68. Oggi tutti si lamentano di un mondo marcio senza fede senza rispetto e senza regole e sono gli stessi che inneggiano ancora al ’68. E continuano a non capire… continuano, continuano
Sicuro che siano loro a non capire?! Comunque personalmente non accetterò MAI E POI MAI che la donna sia inferiore. Fede e rispetto non si diffondono con la subalternità di nessuno a nessuno altro! Tutti siamo prima di tutto PERSONE e come tali tutti meritevoli della stessa considerazione.
Il femminismo e’ al capolinea nel mondo laico . Molte donne oggi si dissociano dai dogmi femministi degli anni sessanta : l’ utero e’ mio e lo gestisco io , lo’ aborto e’ grande conquista , il maschio e’ il nostro nemico eccetera. Proprio quando questa nefasta ideologia e’ fallita , la Chiesa vuole seguirla ? In ritardo e in contrasto con tutta la sua storia ? 🤦🤦🤦🤦
il femminismo ha vinto invece: è riuscito a far ripudiare alla stragrande maggioranza dei cristiani l’ideologia patriarcale in cui solo l’uomo era atto all’autorità e a far emergere invece l’idea che l’uomo e la donna sono complementari
Dimentichi che già nel medioevo le donne potevano avere ampi poteri: Matilde di Canossa ad esempio, Costanza di Altavilla. L’imperatrice Teresa d’Austria o la regina Vittoria hanno governato per decenni mentre negli Usa ancora non hanno avuto un presidente donna.
Il femminismo va letto insieme alla coeva introduzione del suffragio universale, dal momento che tutti gli uomini potevano votare e non solo una minoranza (per nascita o per censo) tali diritto è stato esteso alle donne.
Senza l’universalità del suffragio sarebbe rimasto un privilegio di censo, sia per gli uomini che per le donne.
Parimenti nella Chiesa può andare di pari passo con l’aumento del ruolo dei laici. Non a caso il sinodo nel suo documento riassuntivo richiama la diaconia dei battezzati. Tutti i laici, in quanto battezzati, sono chiamati (non hanno il diritto, ma dovrebbero avere il dovere) di impegnarsi nella diaconia. (che significa servizio).
Rimane caso mai da riflettere sul significato delle figure sacramentali, non a caso il processo di democratizzazione iniziato dalla Riforma è partito proprio eliminando la gerarchia. (poi ha finito per utilizzare la gerarchia statale..)
Su che base si può dire che la Riforma ha abolito la gerarchia?
I vari riformatori l’hanno pesantemente modificata, ma essa ha continuato a sussistere.
Per esempio Lutero e il suo collega Bugenhagen ordinavano vescovi, Calvino e Bucero creavano un’intricata rete di ministeri etc
Quando ho letto l’articolo su Avvenire (tutti i principali giornali online ne hanno parlato) ho provato l’ormai solita delusione. Quanta ipocrisia e grettezza! Tutti uomini che hanno “studiato” e deciso di non decidere! I tempi non sono “maturi” e si rischierebbero divisioni: certamente è meglio non fare nulla… Nella Chiesa cattolica è sempre troppo presto… E allora posso anche io ripetere che è solo ipocrisia! Ma anche che faccio sempre più fatica a stare in questa Chiesa così clero-maschio-centrica. La traduzione aggiornata della Cei anche del famoso “le donne siano sottomesse ai mariti” è ancora peggio nel nuovo messale (e ci hanno messo solo 18 anni per farlo!) e quindi perché meravigliarsi di questo ultimo documento. Certo, così non si avranno divisioni ma vogliamo parlare di delusioni, abbandoni, discriminazioni? Le donne vanno bene solo come lettrici, catechiste, in segreteria parrocchiale, a pulire la chiesa… Ripeto e sottolineo che l’ipocrisia è tanta!
I tempi non possono essere maturi, mai. La questione è stata chiusa una volta per tutte da San Giovanni Paolo II
È sempre un problema far santi prematuramente, meglio sarebbe stato attendere qualche decina di anni in più. Per fortuna essere dichiarati santi non significa aver avuto sempre ragione. Il papa citato ne è un esempio lampante.
Grazie.
A parere mio gli interventi che la testata sta pubblicando stanno dando conferma di quanto la commissione sul diaconato ha evidenziato nella lettera inviata al Papa lo scorso 18 settembre.
Non intervengo sulle questioni storiche, nemmeno su quelle teologiche e tantomeno su quelle, ammesso che vi siano, di carattere più strettamente pastorale. A queste il Santo Padre saprà riservare la sua valutazione.
La commissione mette piuttisto anche in evidenza un altro aspetto, ovvero la criticità di alcuni interventi e proposte che a lei sono giunte, in termini di compatibilità di questi interventi proposte e, lo lascia anche far capire, ambienti rispetto alla corretta comprensione della Tradizione cattolica (e ortodossa). Questo elemento, se non è importante, è comunque onestamente chiarificatore di una sensazione sempre presente: una sensazione che non riguarda solamente l’attuale questione sul diaconato, ma che si allarga a tutta la retorica sinodale e che, forse ancor più ampiamente, coinvolge ampli e diffusi settori di coloro che si arrogano il diritto di essere i veri attuatori ovvero di essere ed essere stati coloro che veramente hanno compreso il concilio Vaticano II.
Non e’ così; la lettera inviata al Papa, rende palese come settori, che sono presenti all’interno della chiesa, anche in ruoli di responsabilità, sono animati da finalità ben diverse da quelle della corretta evangelizzazione.
Questi settori (ampi? non so; sicuramente forti mediaticamente), dopo la lettera del 18 settembre, possono correre ormai palesemente il rischio di apparire per quello che, ai tanti – piu’ silenziosi e spesso fatti tacere – sono sempre apparsi. Ovvero, volutamente forieri di confusione, orgoglio, individualismo e in definitiva, esclusivamente orientati e motivati da finalita’ di acquisizione e propagazione delle proprie strumentali, posizioni (gerarchiche, cattedratiche, pastorali …) di potere e visibilita’.
In sintesi, portatori coscienti del caos. E qui è meglio fermarsi.
E’ giusto? Non e’ giusto? Non lo so, ma la lettera dice che tale criticita’ esiste.
Grazie.
Ma non mi pare che sia così. La lettera si sofferma solo sull’emergere di due scuole teologiche diverse in merito al ruolo del diacono, ministeriale o sacramentale. E ovviamente intendendo il diaconato in senso sacramentale sarebbe poi abbastanza impossibile non far accedere le donne al resto dei ruoli (sacerdozio e vescovi).
Potremmo al massimo dedurne che chi spinge per questo lo fa in modo un po’ tendenzioso, come fosse un cavallo di Troia per ottenere altro. Perchè se ci si accontentasse di un semplice ruolo ministeriale non sarebbe di certo complesso accordarsi in tal senso. La lettera però non esplicita questa preoccupazione si limita a chiarire che esistono due approcci teologici sul diaconato.
Per ogni utilita’ riporto il passaggio della lettera del 18 settembre 2025, dove si parla di “convinzioni spesso in conflitto con la Tradizione …”.
“I contributi favorevoli sul diaconato ordinato delle donne fanno leva su ideazioni concernenti questioni di antropologia teologica. Si tratta di convinzioni spesso in conflitto con la Tradizione della Chiesa cattolica (e ortodossa) di ammettere al sacramento dell’Ordine solo uomini battezzati.”
Ok, pensavo ci fosse un riferimento più esplicito. In ogni caso:
“La Commissione ha pure discusso circa la possibilità di istituire eventuali nuovi Ministeri, e ha votato unanimemente la seguente tesi (n. 7):
«L’implementazione di tali Ministeri istituiti potrebbe contribuire alla sinergia tra uomini e donne. La loro attuazione richiederebbe lo sviluppo di mezzi appropriati di formazione (teologica, pratica, mistagogica) e di sostegno».
Che è più o meno quello proposto da Kasper già dieci anni fa, ad esempio mutuando i voti dalla vita monastica. Ovviamente non basterebbe ai militanti della scuola teologica sacramentale. Dal mio punto di vista le due scuole si bloccano a vicenda, dato che il timore di vedere il diaconato femminile come il primo passo di una revisione molto più ampia del sacerdozio porterà i settori più conservatori a fare blocco verso aperture che invece sarebbero possibilissime.
Lo sostengo da parecchi anni: il nodo della questione è il clericalismo, ossia il sistema di potere basato sul sacro che affligge la chiesa da almeno 16 secoli. Tale sistema è autoreferenziale. Significa che il clero ha stabilito quale debba essere l’identità teologica di sé stesso: solo il magistero clericale ha autorità dottrinale, il Popolo di Dio non possiede alcuna autorità dottrinale. Questo consente al clero di definire la propria identità e di conseguenza di stabilire quali debbano essere le condizioni per accedere allo status clericale (lo chiamano “ordine sacro”). Una volta che il clero si è staccato dal popolo laico (circa nel III-IV secolo), è stato avviato un processo di consolidamento di tale frattura. In altre parole il clero ha proceduto a giustificare ed a legittimare il regime di sacralità che egli stesso aveva avviato. Ha così costruito una serie di puntelli teologici al fine di definire la propria identità dottrinale e giuridica. Questo è accaduto senza il contributo dei laici e delle laiche. Tutto nella chiesa è stato clericalizzato: dottrina, liturgia, spiritualità, codice canonico. La chiesa è stata identificata con il clero, la chiesa era il clero ed il clero era la chiesa. E tutt’oggi è ancora così. Sia dentro la chiesa come pure nella società civile, la chiesa viene ancora identificata con la gerarchia clericale: papa, vescovi e preti. Quando oggi parliamo della necessità delle riforme, intendiamo affrontare il tema della declericalizzazione ecclesiale, ovvero dello smantellamento del sistema di potere clericale. Nello specifico occorre anzitutto riformulare, ridefinire, rifondare l’identità dottrinale del cosiddetto ordine sacerdotale. Il diaconato, il presbiterato e l’episcopato hanno l’urgente necessità di essere sottoposti ad un radicale processo di riforma. Occorre ricondurre ogni ministero dentro l’alveo della genuina laicità evangelica. Bisogna abbandonare il concetto di clero, eliminare ogni regime di separatezza sacrale. Rifondare i ministeri sull’origine carismatica. Solo così il clericalismo sarà combattuto alla radice. Solo così ogni tipo di abuso verrà combattuto efficacemente. Compresi i secolari abusi dottrinali che legittimano la discriminazione delle donne in seno alle nostre comunità.
Si parla di vasta eco mediatica, ma sui “grandi” giornali o telegiornali non è stato detto molto. Forse il documento ha avuto più risonanza, come sempre, “intra nos” o “intra moenia”. Non esageriamo la rilevanza mediatica che fa storcere il naso ad accademici di lungo corso, perché per il resto il popolo di Dio non si è neanche accorto forse della pubblicazione di tale documento.
Se quello deve essere il punto, il popolo di Dio non si è neppure accorto che c’è stato un carrozzone chiamato Sinodo sulla sinodalità. Autoreferenziale e con personaggi improbabili.. Grazie a Dio finirà nel dimenticatoio
La chiesa cattolica è e resterà sempre maschilista e discriminatoria nei confronti delle donne, una chiesa fatta dagli uomini per gli uomini. Questa grave ingiustizia mi addolora profondamente, ma ho la fortuna di non fare parte di questa bruttissima chiesa.
Quanta ripetitiva grettezza
Brava aderisca al femminismo militante . Anche quello e’ una Chiesa coi suoi dogmi . Invece di credere nell’ amore crede nell’ ODIO VERSO IL MASCHIO.