Francesco, tredici anni dopo

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Può apparire banale, o peggio superficiale, ma il 13 marzo del 2013 per me resta una data fondamentale soprattutto per quel saluto rivolto a tutti, quindi anche a me: «buona sera».

Con quella espressione a tutti nota, accessibile, chiara, familiare e da tutti usata, si è data sostanza alle non poche pagine che compongono il cuore dell’enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Questo si legge al numero 67, ma non basta a capire. Occorre ricordare altro, molto ovviamene, ma prioritariamente a mio avviso i numeri 81 e 83.

«Questa forma di rapporto indica un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva ed abituale, la vanità d’inutile conversazione. Se certo non mira ad ottenere immediatamente la conversione dell’interlocutore, perché rispetta la sua dignità e la sua libertà, mira tuttavia al di lui vantaggio, e vorrebbe disporlo a più piena comunione di sentimenti e di convinzioni» (Es, 81).

«Il colloquio è perciò un modo d’esercitare la missione apostolica; è un’arte di spirituale comunicazione. Suoi caratteri sono i seguenti. La chiarezza innanzi tutto; il dialogo suppone ed esige comprensibilità, è un travaso di pensiero, è un invito all’esercizio delle superiori facoltà dell’uomo; basterebbe questo suo titolo per classificarlo fra i fenomeni migliori dell’attività e della cultura umana; e basta questa sua iniziale esigenza per sollecitare la nostra premura apostolica a rivedere ogni forma del nostro linguaggio: se comprensibile, se popolare, se eletto. Altro carattere è poi la mitezza, quella che Cristo ci propose d’imparare da Lui stesso: Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore; il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso. La fiducia, tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore: promuove la confidenza e l’amicizia; intreccia gli spiriti in una mutua adesione ad un Bene, che esclude ogni scopo egoistico» (Es, 83).

Con quel «buona sera» per molti tutto questo è diventato fatto, concretezza, azione che ha fatto sentire una domanda, «dialoghiamo?». Volentieri diversi secolarizzati o credenti in altre fedi hanno risposto «sì». Sì anche perché in quel breve discorso è stato detto che erano destinatari: «E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza».

Dunque si era in cerchi concentrici; la fratellanza «tra noi», dunque tra chi è nella Chiesa, e poi l’auspicio di una grande fratellanza, un cerchio più grande.

È quello che si trova al punto 6 dell’enciclica Fratelli tutti: «Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà».

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Non è questo il punto dell’oggi? Un oggi segnato da tanti episodi, qui da noi citerei il discorso del capo del Pentagono (non so se sia corretto ancora chiamarlo Segretario alla difesa o se il suo titolo dopo la riforma non sia Segretario alla guerra), che ha concluso un suo discorso sulle operazioni belliche in corso in Iran citando un salmo: «Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra. Possa il Signore dare forza incrollabile e rifugio ai nostri guerrieri», aggiungendo «Amen». Esempi simili si potranno fare per campi opposti.

Qui quel poco che so di sociologia mi induce a ritenere che emerga la sfida: per Durkheim infatti esiste una mente collettiva, quella che definisce ciò che una società ritiene giusto o sbagliato. In tempi di guerra (o di crisi profonda) la mente collettiva può bloccarsi, si possono cercare simboli potenti che possano regolare la paura collettiva, farla diventare coesione: è il caso dei populismi?

Più di altri, quelli ispirati a fanatismi religiosi propongono una coesione che però divide, necessariamente, tra chi aderisce al fanatismo religioso e chi lo rifiuta o ne è pregiudizialmente escluso. Se aveva ragione Levy Strauss dicendo che tutte le culture aiutano a capire il mondo organizzandone la nostra percezione, oggi, per il filo temporale evidente che collega questo tipo di globalizzazione con le sue conseguenze (a partire dai flussi migratori) e gli odierni conflitti, in tanti contesti si può scivolare verso il puntare il dito contro l’altro, dentro e fuori i propri confini.

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Quando Francesco ha detto che non siamo più in un’epoca di cambiamenti ma ad un cambio d’epoca a mio avviso aveva colto qualcosa che attiene anche a questo: la forza dei fanatismi, che a ben vedere si incontrano nei campi opposti, è nello scontro di cui hanno bisogno per legittimarsi. In una memorabile omelia a Santa Marta, Francesco ha detto: «I tempi fanno quello che devono: cambiano. I cristiani devono fare quello che vuole Cristo: valutare i tempi e cambiare con loro, restando saldi nella verità del Vangelo».

Cambiare con i tempi seguendo il Vangelo richiedeva di capovolgere i discorsi identitaristi e Francesco ha avuto il coraggio di proporlo, non solo definendo il patriarca russo «chierichetto di Putin» (aveva appena parlato di guerra metafisica), ma soprattutto collegandosi a grandi tradizioni cattoliche (che hanno importanti e noti corrispettivi nelle altre fedi) dicendo all’incontro con i giovani a Singapore: «Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti».

Su questo punto ho sempre pensato al cardinale Nicola Cusano: religio  una in rituum varietate. Cusano scrisse il suo De pace fidei quando cadde Costantinopoli, il trauma più grande della storia cristiana, chiudendosi, solo, per giorni, nella sua casa. Francesco ha scritto il Documento sulla fratellanza umana non da solo, ma con l’imam dell’Università islamica del Cairo, al-Azhar. Quel documento, oggi trascurato, è una pietra miliare per il nostro cammino di domani.

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L’alternativa a tutti i populismi, nazionalismi e identitarismi non è certo la pretesa di appiattire tutto, l’omologazione; al contrario, Francesco chiedeva una globalizzazione non sferica, dove tutti i punti sono uguali nella loro equidistanza dal centro, ma che assumesse le sembianze del poliedro. E non è tutto qui.

Nella conversazione con padre Antonio Spadaro, curatore del volume che raccoglie le omelie e i discorsi dell’arcivescovo di Buenos Aires dal 1998 al 20123, papa Francesco afferma: «L’opposizione apre un cammino, una strada da percorrere. Parlando più in generale devo dire che amo molto le opposizioni. Romano Guardini mi ha aiutato con un suo libro importante, L’opposizione polare. Lui parlava di un’opposizione polare in cui i due opposti non si annullano. Non avviene neanche che un polo distrugga l’altro.

Non c’è contraddizione né identità. Per lui l’opposizione si risolve in un piano superiore. In quella soluzione però rimane la tensione bipolare. La tensione rimane, non si annulla. I limiti vanno superati non negandoli. Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che accade anche nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte e omologate, non sono come le contraddizioni».

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