L’eloquenza di un silenzio

di:
francesco

AP Photo/Gregorio Borgia

«Non c’è peggior sordo…»: al punto da non avvertire neppure il silenzio.

Non mi piace quanto ci si affanni a dire che il papa non ha pronunciato la sua omelia della Domenica delle Palme unicamente per indisposizione o stanchezza. In questa domenica la celebrazione – con la lettura integrale della Passione – è più lunga. Si può omettere l’omelia. Ma una «breve» avrebbe pur potuto farla leggere. L’omelia se non è pronunciata non esiste: lo ha comunicato la Santa Sede. Ma quel silenzio per me è stato più forte di ogni parola e di tanta, più o meno autentica, preoccupazione per la sua salute.

Cosa parla in maniera più eloquente del silenzio del papa, oggi? Alcuni, per la verità, prontamente, lo hanno notato. Tutti, poi, hanno dovuto aggiungere che, comunque, Francesco ha pronunciato l’Angelus, poco dopo la Messa, condannando la strage di Mosca, ricordando – sempre – l’Ucraina e la sofferenza della gente di Gaza.

Ma più delle parole è stato, appunto, il silenzio a essere amplificato dalla sua assoluta irritualità nel giorno che segna l’inizio di una Settima Santa assai cupa, ma orientata alla luce della Pasqua.

Io penso che il papa abbia voluto significare al mondo, volutamente, che la Chiesa attende, con fede, con fiducia, la luce, anche nelle tenebre, ma ha chiesto a tutti noi, individualmente, un approfondito esame di coscienza, credenti e non credenti. E non abbia trovato modo migliore di dirlo che con il silenzio.

L’esame interiore riguarda il fatto che ci sta venendo meno il senso che, per vivere da umani, si debba convivere. Mentre il terrorismo è fatto precisamente per scardinare questa idea: tanto elementare quanto fondamentale.

Chiedere un esame di coscienza quando torna la sfida terrorista non è facile, visto che siamo immersi nel clima della violenza: ci obbliga a farlo però partendo da noi e magari dal volto di quelle persone – criminali – che abbiamo incontrato sul nostro cammino e istintivamente, riteniamo «geneticamente modificate», perché nulla possono aver a che fare con noi.

In un passaggio impressionante del volume, appena uscito, Dialoghi sulla fede di padre Antonio Spadaro, il grande regista Martin Scorsese parla di Frank, un gangster: uno dei tanti che popolano i suoi film di uomo credente. Scorsese dice che, leggendo le critiche per le attenzioni dedicate a Frank, ha meglio compreso le ragioni psicologiche per cui «alcune anime sono meno degne di preoccupazione di altre». «Ma i gangster sono esseri umani, quindi non è una questione di gangster in sé, (perché) siamo tutti noi. (Il gangster) è quello che noi siamo. Ovviamente è preoccupante ed è scomodo. La gente pensa: “come possiamo essere messi nella stessa categoria di un assassino. Sono solo gangster, sono solo tossicodipendenti, sono solo malviventi”. No. Non puoi liquidare un’intera, grande fetta di umanità in questo modo. Siamo noi!».

L’esame di coscienza, dunque, c’entra molto con la politica, ma c’entra molto anche con ciascuno di noi. Perciò il silenzio del papa mi ha davvero impressionato.

Intanto penso a un ordinario moscovita che in queste ore, immagino, non abbia tempo di concepire pensieri filosofici: la popolazione è terrorizzata, al punto da evitare, in strada, chi abbia i tratti somatici dei tagiki.

«La polizia sta facendo raid a tappeto negli ostelli e nei convitti degli immigrati, le direzioni di molti centri commerciali stanno chiedendo agli affittuari di presentare le liste di tutti i dipendenti originari dell’Asia centrale, non solo tagiki, ma anche kirghizi, kazakhi, uzbeki»: lo leggo nel bell’articolo di Anna Zafesova su La Stampa. Chiaramente, non ha più importanza, a Mosca, se un giovane originario dell’Asia centrale, sul luogo della strage, ha salvato centinaia di giovani dalla morte.

Una forza terribile sta, evidentemente, in ciò che l’ideologia terrorista impone alle sue pedine umane – i terroristi – e, tramite questi, esporta a tutti «noi». Troppo spesso noi reagiamo come vuole la fisica: tra i principi della dinamica si afferma che ad un’azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Un’azione storica determina, dunque, una reazione, che però ne determina un’altra peggiore e così via, sino alla distruzione totale.

Faccio un esempio. Gli ideologhi dell’odio imputano all’islam il comportamento terroristico che colpisce gli inermi civili russi, definiti «cristiani», così come è stato scritto nella rivendicazione della strage. Cosa ci si aspetta che facciano ora i “cristiani russi”? Chiudere molti tagiki, insieme a molti altri islamici asiatici, nella morsa della paura e del risentimento, inevitabilmente verso i «cristiani»! Non è facile sottrarsi a questa meccanica. Il risultato è la disumanizzazione. Perché gli esseri umani non sono riducibili a «meccanica».

Guardiamoci negli occhi. Vediamo le angosce? Certo, il senso di sicurezza ci chiede di difenderci e di denunciare, con coraggio, i cantori dell’odio. Ma, in fondo, ben sappiamo che la sicurezza, vera, passa solo attraverso la reciproca accettazione tra i popoli, nella considerazione delle ragioni degli altri, siano russi o ucraini e così via, lungo la via dei conflitti, finalmente liberi dalla meccanica dell’odio. Quale Pasqua, altrimenti?

Non ho la minima pretesa di sostenere che ci fossero questi miei pensieri nella testa del papa mentre lui stava in silenzio, nella Domenica delle Palme. Ma mi resta la netta sensazione che quel silenzio sia stato voluto: un messaggio fortissimo.

E nel lungo silenzio ho sentito, con lui, l’urgenza di un vero esame di coscienza sulla nostra umanità e sulla nostra scarsa determinazione a imparare a vivere insieme. Mai come oggi ho sentito l’attualità di quel che disse Martin Luther King: «o impariamo a vivere insieme come fratelli e sorelle o periremo tutti come stolti».

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2 Commenti

  1. Gian Piero 27 marzo 2024
  2. Angela 26 marzo 2024

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