Surreale. Di ciò che trascende il reale e tocca la dimensione fantastica, non sempre in senso positivo. Come accade in questa piccola storia.
Prima tappa nel surreale. Da un po’ di tempo sta circolando insistentemente in rete un presunto appello del Papa. Avvantaggiandosi del copia-incolla, l’incipit è ogni volta il medesimo e lo rende facilmente identificabile: «A causa delle guerre attualmente in corso in Medio Oriente, Papa Leone XIV ha chiesto ai sacerdoti di aprire immediatamente le porte delle chiese e di invitare i fedeli a recitare il Santo Rosario e a pregare con umiltà davanti al Santissimo Sacramento».
Al momento in cui pubblico, il testo è stato rilanciato su numerose pagine Facebook di parrocchie, gruppi di preghiera e siti di informazione locali. Il messaggio – di per sé un bell’invito – è però un falso.
Pregate, pregate, pregate. Ma soprattutto diffondete
Più di un elemento dovrebbe destare qualche dubbio: le meticolose istruzioni sulle preghiere da recitare («tre volte il “Padre Nostro” e tre volte l’“Ave Maria”»), cui si aggiunge una preghiera per la pace (inventata); l’urgenza posta nella propagazione, nutrimento del meccanismo virale («Se potete, condividete questo messaggio con i vostri cari. Il Papa ha scritto e chiede il nostro aiuto per diffonderlo»); il singolare anacronismo del testo, ormai superato – ahinoi – dall’attualità bellica («Le guerre in Medio Oriente e ora in Ucraina e in Crimea stanno diventando molto gravi e si stanno espandendo»). Ad approfondire la ricerca, una versione molto simile, in lingua inglese, ha precorso i tempi e circola già dal maggio 2025.
Leone XIV! Chi era costui?
A destare perplessità è però soprattutto la mancanza di riscontri nei discorsi di Leone XIV.
Basta una ricerca in rete su fonti ufficiali e affidabili. O forse sarebbe meglio dire «bastava». Come noto, da poco meno di un anno (per l’esattezza dal 26 marzo 2025 in Italia, dall’anno precedente negli Stati Uniti) Google visualizza una «AI Overview» in cima alla pagina dei risultati del proprio motore di ricerca. Si tratta di una risposta sintetica generata da Gemini, l’intelligenza artificiale sviluppata a Mountain View.
E qui inizia la seconda tappa nel surreale. «Il messaggio descritto, attribuito a un ipotetico “Papa Leone XIV”, è una bufala (fake news) che circola sui social media e su alcune piattaforme web, come evidenziato in post Facebook. Non esiste un Papa Leone XIV nel 2026 e i contenuti non corrispondono alla cronaca reale della Santa Sede». Straordinario. E se il concetto non fosse sufficientemente chiaro, l’intelligenza incompresa lo ribadisce poco oltre, indicando come primo fra i «punti chiave della bufala» proprio il «Nome Inesistente: Attualmente (marzo 2026), il Papa in carica è Francesco».
Una cosa piccola, in tempi molto brutti
Insomma, l’IA è in grado di smascherare la bufala, ma solo grazie alla propria miopia. Considerata singolarmente, la vicenda sembra una barzelletta digitale. Eppure, il valore rappresentativo di questa storia non sta nell’entità dell’errore, ma in ciò che rivela: il ridicolo tradisce i limiti dell’autorità automatizzata. Anche l’IA è nuda.
Nulla di così grave, dirà qualcuno. È noto che uno dei (tanti) problemi delle intelligenze artificiali è la difficoltà a rimanere aggiornate sull’attualità (anche di primo piano e vecchia di un anno, a quanto pare). E poi in questo caso la svista è così macroscopica da strappare un sorriso e convincere qualunque lettore ad approfondire la ricerca.
Ma ecco il punto: qual è la soglia minima di attenzione richiesta all’utente, soprattutto laddove questo è indotto a credere ad un risultato pronto e immediato? E nel caso di errori meno evidenti, quanto è prevedibile che si riduca il numero di quei «qualunque» spinti a leggere oltre le prime righe?
Poca cosa, forse si obietterà ancora. Se non fosse che queste domande assumono un valore ancora più rilevante nell’attuale clima sociale, politico e bellico. Il più insignificante fiocco di neve ha ormai le potenzialità per dotarsi di forza trascinante. Se il sistema fallisce su un dato oggettivo, facilmente verificabile, cosa accade quando la richiesta è di spiegare l’efficacia di un farmaco, se non le cause di un conflitto?
La sfida dei prossimi anni non sarà distinguere un’immagine generata da una foto reale, ma discernere il nostro pensiero critico da un riflesso condizionato, perché troppo pigri – o assuefatti – per scorrere un altro po’. Rischiamo di diventare noi stessi artificiali: macchine che ripetono, senza più sentire.
Non troveremo la risposta nell’algoritmo, ma nella ricostruzione di istituzioni credibili, di un’informazione trasparente e professionale e – stile che le riassume entrambe – in un cambiamento di ritmo.
Il fact-checking è lento per natura, artigianale: richiede tempo, ricerca, fatica. In una cultura che premia la massima velocità e il minimo impegno, l’artigianato della realtà rischia di diventare un lusso per pochi, lasciando la massa in balia del surreale: la disinformazione generativa ha capacità industriali. E nell’era dell’estremizzata disponibilità di dati, siamo già diventati più vulnerabili alle più sciocche bugie.
- Pubblicato sul blog dell’autore, Caffestoria.it, il 9 marzo 2026





