
L’unico momento in cui tutti i presenti hanno applaudito vigorosamente è stato quando la nazionale di hockey maschile ha fatto il suo ingresso nella sala del Congresso, riunito per il discorso sullo Stato dell’Unione del presidente Donald Trump. «Il nostro Paese ha ritrovato la strada della vittoria», ha dichiarato Trump accogliendo i giocatori appena incoronati campioni olimpici dopo una partita tesissima contro il Canada.
Per il resto, in un’ora e 47 minuti – il discorso più lungo dal 1964, fa notare la stampa americana – l’aula si è divisa tra applausi e fischi, standing ovation e gesti di plateale dissenso. Come quello del deputato democratico del Texas Al Green, scortato fuori dall’aula per aver mostrato un cartello che diceva: «Le persone nere non sono scimmie».
Del resto, il presidente ha rivolto lo sguardo quasi esclusivamente verso il lato repubblicano dell’emiciclo, definendo al contempo i democratici dei «matti», che vogliono «distruggere il Paese». L’opposizione ha risposto esibendo spillette e adesivi con la scritta «Release the files», chiedendo la pubblicazione completa dei documenti legati al caso Epstein, che secondo media indipendenti conterrebbero riferimenti rimossi riguardanti Trump.
Nel complesso il presidente ha messo in scena un racconto trionfalistico di un’America entrata – a suo dire – in una nuova «età dell’oro». Un quadro che, però, contrasta con gli umori del Paese: secondo un sondaggio diffuso da Pbs e altri istituti di ricerca, il 57% degli americani ritiene che lo stato dell’Unione non sia forte e il 65% boccia la gestione dell’inflazione. Numeri che restituiscono l’immagine di un’America divisa almeno quanto l’aula del Congresso che ascoltava il presidente.
Economy first?
Sebbene la disoccupazione sia in calo e l’inflazione abbia rallentato – dati che il presidente Trump ha più volte citato nel suo discorso, molto improntato all’economia – secondo gli analisti i recenti progressi hanno ampiamente beneficiato i ricchi.
Il boom dell’intelligenza artificiale ha contribuito a mascherare la debolezza di altri comparti economici mentre la costruzione di nuove fabbriche è diminuita, così come l’edilizia residenziale. Molti lavoratori americani affermano di non avvertire il miglioramento dell’economia sulle proprie tasche e di avere difficoltà nel pagare le bollette o pianificare il futuro, mentre il rialzo del mercato azionario – altro cavallo di battaglia del tycoon – non ha alcuna influenza sul loro reddito.
La crisi finanziaria ha costretto anche persone appartenenti alla solida middle class americana a prendere decisioni difficili, come rimandare la pensione o l’università, tagliare la lista della spesa o affidarsi alle banche alimentari.
Negli ultimi mesi sono aumentate le persone che svolgono un secondo e un terzo lavoro per sopravvivere, un fenomeno noto come ‘polyworking’. Anche famiglie con redditi superiori ai 100mila dollari segnalano difficoltà a combinare mutuo, cibo, scuola e trasporti senza comprimere risparmi o tempo libero, alimentando ansia e incertezza economica diffusa.
Trump liquida la questione affordability come una “bufala” inventata dagli oppositori. Ma i sondaggi raccontano altro: solo il 32% degli elettori, secondo un altro sondaggio ABC/Washington Post/Ipsos, ritiene che abbia mantenuto le promesse su inflazione e costo della vita.
Pochi accenni al resto del mondo
Nel complesso Trump ha riservato poco spazio alla politica estera: il presidente ha parlato di Iran per appena 3 minuti, ribadendo che non consentirà mai «allo sponsor numero uno del terrorismo di avere un’arma nucleare».
Dopo aver ordinato il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq, Trump – osserva oggi Axios – «ha iniziato a gettare le basi con l’opinione pubblica americana per una potenziale guerra con l’Iran», muovendo tre dure accuse a Teheran. Il regime iraniano avrebbe «ucciso e mutilato migliaia di americani con bombe piazzate ai lati delle strade», starebbe «lavorando per costruire missili che presto raggiungeranno» gli Stati Uniti e sta, ancora una volta, perseguendo le sue «ambizioni sinistre» per ottenere un’arma nucleare.
Mentre i suoi inviati incontreranno gli iraniani a Ginevra giovedì per un nuovo round di colloqui, Trump ha dichiarato: «Farò la pace ovunque potrò, ma non esiterò mai ad affrontare le minacce all’America ovunque sarà necessario».
E, solo dopo un’ora e mezza dall’inizio del suo intervento, il presidente ha citato l’Ucraina – nonostante la giornata di ieri coincidesse con il quarto anniversario dell’invasione russa. Sullo sfondo restano i rapporti tesi con la NATO, le pressioni sulla Danimarca per la Groenlandia e le critiche per la linea USA giudicata dagli alleati troppo «morbida» verso Vladimir Putin.
Un’America fratturata
La serata è stata costellata di momenti ad alto impatto emotivo: medaglie al valore consegnate a veterani e militari e lunghi tributi patriottici in vista del 250° anniversario dell’indipendenza americana.
Ma, dietro la scenografia celebrativa, le ombre restano. Prima ancora che Trump prendesse la parola, i democratici del Senato avevano bloccato un provvedimento per rifinanziare il Dipartimento per la Sicurezza Interna senza limiti più severi alle operazioni anti-immigrazione. Il presidente li ha accusati di essere «responsabili del malessere nazionale» provando a tenere il punto dopo i fatti di Minneapolis, mentre sempre più associazioni laiche e religiose nel Paese chiedono di fermare «le deportazioni di massa».
Anziché affrontare il crollo dei sondaggi o le imminenti elezioni di Midterm, in agenda il 4 novembre, Trump ha presentato la sua presidenza come il compimento di 250 anni di destino americano. «La rivoluzione iniziata nel 1776 non è finita; continua ancora perché la fiamma della libertà e dell’indipendenza arde ancora nel cuore di ogni patriota americano», ha detto Trump, concludendo il suo lungo discorso.
Ma più che un appello all’unità, il suo intervento si è trasformato nell’ennesima dimostrazione della frattura politica americana: uno Stato dell’Unione raccontato come un trionfo, ma vissuto – dentro e fuori il Congresso – come conflitto permanente.
Il commento di Gianluca Pastori
«Alluvionale e prevedibile: sono questi, forse, i due aggettivi che descrivono meglio il discorso di Donald Trump sullo stato dell’Unione.
I temi dell’economia e della lotta all’immigrazione illegale sono stati al centro delle quasi due ore in cui il presidente ha snocciolato – non senza le consuete esagerazioni – i successi conseguiti nel primo anno del suo mandato. L’impressione è stata quella di assistere a una riedizione – magari un po’ più istituzionale e un po’ meno ‘sopra le righe’ – del discorso dello scorso gennaio, in occasione dell’anniversario del suo insediamento.
La politica estera ha avuto un ruolo decisamente marginale, a conferma di come questo resti un campo sensibile per l’amministrazione e quello dove i risultati ottenuti sono forse più lontani dalle promesse fatte.
Nel complesso, il discorso ha comunque confermato l’impressione di un presidente intenzionato a proseguire sulla rotta sin qui tracciata. Una decisione che, però, potrebbe rivelarsi pericolosa, alla luce delle critiche che una quota crescente di americani rivolge al suo operato e del disagio che sta vivendo una parte del movimento MAGA rispetto alle scelte del suo leader».
- L’articolo riprende l’ISPI Daily Focus del 26 febbraio 2026.






Per me gli americani lo hanno sopportato fin troppo. In fondo Trump rappresenta questa america così come la nostra piccola Trump d’Italia rappresenta una parte consistente del nostro paese. I nuovi mostri tanto per citare il titolo di un film .