
Famiglie sfollate dopo i bombardamenti nel Sud di Beirut, 6 marzo 2026 (AP Photo/Hussein Malla)
A lungo ho pensato che le città distese lungo il mare sotto le montagne non potessero morire e quindi che Beirut riuscisse comunque a farcela.
Sta morendo lentamente, in un diffuso disinteresse, soprattutto per una erronea ma diffusa percezione; che i continui bombardamenti di Beirut Sud, dei quartieri in prevalenza sciiti, non riguardassero tutta la città, che qualche alchimia sottile potesse separare quella mezzaluna di quartieri miseri, chiusi, pervasi da uno spirito eversivo, quello di Hezbollah e della sua folle corsa verso l’affermazione di sé come nuovo domino regionale.
Hezbollah è come se avesse detto una frase famosa, nota a tutti: «Muoia Sansone con tutti i filistei»; che oggi è: «Muoia Hezbollah con tutti i libanesi». Questo desiderio suicida riguarda tutti. Ma questo grido non è nuovo, è stato urlato il 4 agosto 2020, quando Hezbollah ha innescato migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio, non sapremo mai come, la scintilla che ha distrutto il suo porto, il gioiello: quello è stato l’inizio dell’urbicidio, che poi è l’assassinio del Libano-messaggio.
«Io o morte», ha gridato Hezbollah. Un’esplosione para-atomica che ha divelto lo spirito di incontro sovrapponendovi quello dello scontro, della sottomissione a un progetto egemonico. Quel giorno è cominciata la fine di Beirut. Lo spirito identitario, separatista, dentro ogni comunità ha ritrovato prevalenza, come è sempre stato sulle montagne, l’altra anima del Libano.
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Ma l’anima beirutina, che significa «Grande Libano», cioè Libano di tutti, insieme, come era tornato a prevalere dopo la guerra civile grazie alla ricostruzione urbana di Beirut (ricostruzione strana, affaristica, ma vera, concreta) era tornato a prevalere dopo le tante guerre civili incrociatisi nella guerra civili del 1975/1990. Così era cominciato il nuovo millennio e per questo Hezbollah aveva assassinato il ricostruttore di Beirut, Rafiq Hariri.
La speranza dopo questi drammatici eventi, anche quelli citati del 2020, si è vista nella base del cessate il fuoco del 2024: disarmo della milizia che voleva prevalere su tutti, sullo Stato – con la complicità di tanti (cristiani e sunniti) asserviti ai suoi voti, alla sua forza per i propri interessi di clan – e ritiro israeliano. Il fragile esercito libanese, rimesso in piedi con la forza della disperazione e dell’apparenza, ci ha provato un po’; era il solo modo per far ripartire lo Stato di tutti, trasformando Hezbollah in partito libanese, non più iraniano, e ridando a cristiani e sunniti nuove leadership non più asservite e chiuse nei propri orti.
Qualcosa sembrava rimettersi insieme, emergere tra stenti e contraddizioni; un governo plausibile, figure dedicate all’incontro, non all’orticello. Ma quando è scattata la trappola identitaria, Hezbollah ha dimostrato di essere un partito legato al suo padrone, i pasdaran, anche se non ci fossero più. Non sa ripensarsi. È il partito di Khamenei anche dopo la sua morte. Un giornale libanese che leggo ha titolato «il giorno in cui Hezbollah ha offerto a Israele il Libano del Sud, Beirut Sud e la Beqaa». Forse gli ha offerto di più.
Quello a cui ci si riferisce è il giorno in cui senza altro piano che legittimarsi come forza armata padrona di tutto lo spazio libanese, comunque, a tutti costi, anche a costo della realtà e della fine del Paese, ha lanciato i suoi razzi contro Israele senza scopi plausibili se non consentire, appunto, una nuova occupazione del sud e ripartire daccapo, come fossimo ancora negli anni Ottanta del secolo passato. Il dissenso sciita che si è visto in piazza dopo l’azione missilistica lanciata contro Israele è stato tardivo? Quel dissenso conteneva la voce di un’appartenenza ritrovata: quella di un pezzo sciita a Beirut, al suo spirito.
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Ora i tentativi del Governo di salvare il salvabile senza avere la forza di fare di più è il nobile tentativo di evitare che il suicidio si compia. Ma Beirut o contiene tutto o non contiene nessuno; torneranno l’identitarismo cristiano, sunnita, di altri?
La flebile voce del Governo è l’ultima a cui aggrapparsi prima del rompete le righe politico, non numerico. 420mila libanesi sono già fuggiti dal Sud, i bombardamenti del fianco Sud di Beirut proseguono.
Ma tutto si potrebbe riparare ancora una volta se l’altro sciita, Nabih Berri, il capo di Amal, annunciasse che la sua parte sciita oltre a unirsi alla tentata resistenza del governo, all’ordine di espellere tutti i pasdaran presenti nel Paese, si unisce allo sforzo di resistere a ogni spirito comunitarista, chiedendo di applicare il codice penale a chi ha tradito lo Stato e quindi denunciando gli errori commessi sin qui da tanti anche delle altre comunità insieme al Presidente delle Repubblica (cristiano) e il capo del Governo (sunnita)? Questo atto pubblico salverebbe la città, il suo spirito? O dovremmo concludere che Hezbollah ha vinto, i bombardamenti che anelava per definirsi «resistenza in armi» hanno ucciso Beirut?
La tenaglia del fuoco, voluto, soffoca la città; si torna in montagna, tra i propri sogni indennitari, chiusi, senza Stato, senza cittadinanza, solo tribù?





