Il divorzio tra giovani e politica

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Carmelo Traina, dopo studi in ingegneria, ha co-fondato Visionary, un movimento nazionale che ha coinvolto oltre 100 mila giovani, ha lavorato nel marketing e nella comunicazione, tra cui in Talent Garden, e ha fondato Plesh, società di software partecipativi. Oggi coordina il Centro Studi Giuseppe Gatì, che promuove il «diritto a restare», e realizza il festival Questa è la mia terra. È anche responsabile della comunicazione di Isola Catania e Fondazione Marea, due realtà che lavorano per rendere la Sicilia un posto in cui scegliere di restare.

Parlare oggi di giovani e democrazia è diventato difficile. Non perché manchino interesse, partecipazione o desiderio di cambiamento. Al contrario: mai come negli ultimi anni le giovani generazioni sono state attraversate da una spinta diffusa all’attivazione, all’impegno civico, alla trasformazione del mondo.

Mobilitazioni, campagne, movimenti, associazioni, pratiche di mutualismo e di cura dei territori raccontano una vitalità che sarebbe sbagliato negare. Eppure, proprio mentre questa energia cresce, la democrazia sembra indebolirsi.

Il cortocircuito è evidente, ma raramente viene nominato fino in fondo. Non è che i giovani non credano più nella democrazia, ma che sono stati educati a praticare il cambiamento ovunque, tranne che nel luogo in cui la democrazia esercita la sua funzione: le istituzioni.

Per capire questo nodo occorre tornare a una definizione tanto semplice quanto scomoda. La democrazia, al netto di tutte le sue declinazioni storiche e teoriche, è esercizio e gestione del potere.

In una democrazia rappresentativa questo esercizio passa essenzialmente da due strumenti: il voto e la rappresentanza. Da una parte, la volontà di scegliere chi governa; dall’altra, la disponibilità a candidarsi, ad assumersi il compito di rappresentare istanze, conflitti, visioni del mondo all’interno delle istituzioni.

Accanto a questi strumenti esiste, ed è fondamentale, anche la spinta esterna: le mobilitazioni, le piazze, le attivazioni sociali, la pressione dal basso. Ma questa dimensione ha senso pieno solo se lo schema è completo.

La catena democratica funziona quando le persone che si mobilitano nelle piazze si mobilitano anche nel voto, orientandolo in modo consapevole verso rappresentanti che sentono come propri; e quando questi rappresentanti, una volta entrati nelle istituzioni, continuano a battersi per quelle cause, mantenendo un rapporto vivo con il supporto esterno delle mobilitazioni.

Un supporto che serve ad aumentare l’urgenza delle istanze, ma anche a ridefinire continuamente priorità e direzione dell’azione politica.

Se guardiamo alla crisi democratica contemporanea, il problema non sono le mobilitazioni in sé, né l’attivazione civica, e neppure il voto inteso come gesto isolato, che, con tutti i suoi limiti, continua a essere riconosciuto come legittimo, quasi doveroso.

Il problema è la difficoltà, sempre più evidente, di tradurre quelle masse attive in una rappresentanza politica riconoscibile.

Manca una mobilitazione di voto chiara e indirizzata; mancano endorsement espliciti; manca soprattutto chi, da quelle mobilitazioni, emerga, si faccia avanti o venga indicato come rappresentante da candidare e portare dentro le istituzioni. È questo il pezzo che sembra essersi spezzato: la rappresentanza, o più precisamente la disponibilità a esercitarla.

Diffidenza e sospetto

Oggi, soprattutto tra i giovani, candidarsi, entrare nelle istituzioni, assumere una funzione rappresentativa è percepito come qualcosa di moralmente sospetto. Una macchia sul curriculum. Un tradimento. Un’ambizione che deve essere giustificata, spiegata, quasi scusata.

L’idea che qualcuno possa aver costruito un percorso di impegno, di attivismo, di lavoro sui territori e poi decidere di portare quell’esperienza dentro le istituzioni viene letta come una strumentalizzazione, come se tutto ciò che è venuto prima fosse stato fatto «in funzione» di quel momento.

Questo sospetto non arriva solo dall’esterno. Anche all’interno dei movimenti, delle reti civiche, delle esperienze collettive, la paura più grande continua a essere che qualcuno possa «approfittarne», che voglia «sfruttare» il capitale umano, politico e relazionale costruito insieme per entrare nelle istituzioni.

Così, anziché incoraggiare e sostenere chi fa un passo avanti, anziché dire «non vediamo l’ora che qualcuno porti questa battaglia dentro», prevale una logica difensiva, che finisce per bloccare proprio il passaggio più decisivo. Sicuramente legata a pregresse scottature o esperienze negative ma che oggi però hanno effetto di limite e scetticismo moltiplicato per dieci.

In questo clima, chiedere il voto smette di essere un atto politico legittimo e diventa una sorta di questua. Non la richiesta di sostegno a una causa collettiva, ma un gesto imbarazzante, da evitare. È qui che si consuma una delle rimozioni più profonde del nostro tempo: l’idea che esercitare il potere democratico sia qualcosa di cui diffidare.

Eppure, nello stesso tempo, quelle stesse persone sono incoraggiate (e spesso celebrate) quando scelgono di «fare da sole». Se la scuola non funziona, si aprono doposcuola autogestiti. Se gli spazi pubblici sono abbandonati, si rigenerano dal basso. Se lo Stato non sostiene le piccole e medie imprese, nascono fondazioni private, strutture filantropiche, incubatori indipendenti. Se il welfare non risponde ai bisogni, si costruiscono reti informali di mutualismo.

Tutto questo è prezioso, necessario, spesso straordinariamente efficace. Offre risultati immediati, produce senso di utilità, restituisce alle persone la percezione concreta di poter incidere sulla realtà. È comprensibile che molti trovino in queste esperienze una soddisfazione che la politica istituzionale sembra incapace di garantire.

Privatizzare il pubblico

Il problema nasce quando queste pratiche restano chiuse in sé stesse. Quando non diventano prototipi di cambiamento di sistema, ma si fermano alla risoluzione di singoli pezzi di mondo. In quel momento, per quanto virtuose, finiscono per convivere con un sistema che rimane immutato. La scuola, nel suo complesso, continua a non funzionare. Le politiche pubbliche per le imprese restano inadeguate. Gli spazi pubblici rimangono abbandonati, tranne quelli «salvati» da qualcuno.

Così facendo, spesso senza volerlo, si finisce anche per sostenere un modello implicitamente privatizzato della cosa pubblica.

Un modello che parte dal presupposto che lo Stato non sia in grado di rispondere ai bisogni e che, quindi, «dobbiamo fare da soli», non diversamente da quanto accade con la sanità privata, le università private o altri servizi essenziali. Un modello che sposta la responsabilità sulle capacità dei singoli o di piccoli gruppi, capaci di agire solo per chi è loro vicino, anziché su una struttura condivisa in grado di produrre cambiamenti strutturali e duraturi.

Senza un passaggio alla rappresentanza, senza la volontà di portare quelle istanze dentro le istituzioni, il cambiamento si frammenta. E una democrazia senza rappresentanti di quelle cause è una democrazia inevitabilmente debole.

Perché gli spazi di potere, in assenza di chi li abita per trasformarli, non restano vuoti. Vengono occupati da chi non ha alcun problema a farlo: da chi persegue interessi personali, economici, di rendita; da chi comprende perfettamente il valore del potere e non si pone dilemmi morali nel gestirlo.

In questo senso, il rapporto tra giovani e democrazia non è un’anomalia generazionale. È l’esito di un processo più lungo, che ha colpito prima le generazioni precedenti e che oggi arriva ai giovani come ultima carrozza di un treno già in corsa. I giovani non fanno altro che ereditare una sfiducia strutturale verso la rappresentanza, radicalizzandola.

Voto e rappresentanza

Questo nodo si riflette direttamente anche nel voto. Se non esistono rappresentanti in cui riconoscersi, di cui essere fieri, che incarnino cause e istanze sentite come proprie, con quale spirito si dovrebbe andare a votare?

Voto e rappresentanza non sono due dimensioni separate: vivono insieme o si svuotano insieme. Dire semplicemente «andate a votare» non è sufficiente, e, in certi casi, è persino un messaggio falsato, se non si mette in campo una reale rappresentanza.

Siamo arrivati a un punto di verità. O crediamo nello Stato, nelle istituzioni, nella democrazia rappresentativa, con tutti i loro limiti, le loro contraddizioni, le loro fatiche, e allora dobbiamo avere il coraggio di usare quegli strumenti, di riappropriarcene, di reimparare a esercitarli. Anche quando sono imperfetti, esposti al conflitto, al giudizio, al sospetto.

Oppure dobbiamo dirci la verità fino in fondo. Se riteniamo che lo Stato non abbia più senso, che le istituzioni siano irriformabili, che l’unica via possibile sia quella della privatizzazione diffusa e della gestione individuale dei problemi collettivi, allora smettiamo di parlare di democrazia. Scriviamolo chiaramente e assumiamocene le conseguenze.

Ma finché continuiamo a dire di credere nella democrazia, non possiamo permetterci di demonizzarne l’esercizio. Perché una democrazia che rinuncia alla rappresentanza, prima ancora che ai giovani, rinuncia a sé stessa.

  • Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 17 gennaio 2026

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