Don Giuseppe Rossi, parroco e martire

di:

giuseppe rossi

Il 26 febbraio ricorre la memoria liturgica del beato Giuseppe Rossi (1912-1945), il parroco martire piemontese. Il 26 febbraio 1945, pur avendo la possibilità di fuggire, non volle abbandonare la sua popolazione e venne ucciso dai fascisti, nella frazione Colombetti di Castiglione Ossola (Verbania). Sepolto a Castiglione Ossola. Beatificato dal delegato pontificio card. Marcello Semeraro (Prefetto del Dicastero per le cause dei Santi) il 26 maggio 2024.

«Di don Giuseppe Rossi − scrive don Marco Canali, delegato vescovile per la causa di beatificazione −, nonostante la sua riservatezza caratteriale e il suo ministero pastorale, svolto totalmente in una piccola località montana, lontana forse ma non così distante dalle vicende della grande storia, conserviamo un numero discreto di scritti, che ci aprono una finestra importante sulla sua poliedrica capacità di esprimere la vita quotidiana come “un quadro a vari colori e dalle molteplici sfumature”»[1].

Profilo biografico

Nacque a Varallo Pombia (Novara) il 3 novembre 1912, in una famiglia povera e religiosa.

Entrato nel 1925 in Seminario, il 29 giugno 1937 fu ordinato sacerdote. L’anno successivo divenne parroco a Castiglione Ossola, piccolo paese montano, dove svolse l’apostolato per circa sei anni. Qui si dedicò in particolare alla formazione dei giovani, alla direzione spirituale dell’Azione Cattolica femminile e delle Conferenze di San Vincenzo, all’assistenza dei poveri e malati.

Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, la Val d’Ossola divenne teatro di scontri tra i partigiani e le formazioni fasciste. Il 26 febbraio 1945 i militi della Brigata Nera Ravenna ebbero uno scontro con i partigiani accanto a Castiglione, riportando due morti e una ventina di feriti. Questo provocò un’immediata rappresaglia contro la popolazione, in cui furono bruciate delle case e vennero presi degli ostaggi, tra cui don Giuseppe, che però vennero rilasciati lo stesso giorno. Ritornato a casa, durante la cena, fu ripreso dai militi fascisti che lo portarono fuori il paese, dove fu brutalmente percosso e ucciso.

Riguardo al martirio materiale, egli venne nuovamente prelevato verso le 20 del 26 febbraio 1945 da due militi fascisti e portato nel Vallone dei Colombetti, nei pressi di Castiglione Ossola. In quel luogo, dopo essere stato costretto a scavarsi la fossa a mani nude, fu ripetutamente percosso, colpito alla testa con un masso di 7 chili, che gli provocò lo sfondamento del cranio, quindi finito con una coltellata e un colpo di arma da fuoco.

Circa il martirio «ex parte persecutorum», la morte di don Giuseppe fu conseguenza del clima di odio nei confronti della Chiesa e dei presbiteri da parte del regime fascista. Le Brigate Nere erano l’espressione violenta della mentalità del regime. In particolare, la 29a, intitolata a Ettore Muti e protagonista dell’uccisione di Giuseppe Rossi, fu tra le più feroci. L’esempio del presbitero era da loro considerato pericoloso al punto da procedere alla sua eliminazione.

In riferimento al martirio «ex parte victimae», egli, come molti altri suoi confratelli, non prese posizione in merito alla politica ma, pur essendo consapevole del pericolo che correva, cercò di donarsi con la massima carità, ascoltando tutti e cercando di soccorrere chiunque si trovasse in una situazione di difficoltà.

La parola del vescovo

Scrive di lui il Vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla:

La figura di sacerdote, che don Rossi incarnava, era quella del parroco «per tutti». Oggi, forse, è più facile essere preti solo «per pochi, per gruppi scelti», vivendo la parrocchia come una comunità di adozione o di elezione. Si curano prevalentemente quelli che stanno nei paraggi della parrocchia, si sta volentieri tra chi è già dei nostri, non si sente molto lo slancio per avventurarsi nel mare aperto. Questo rafforza il pericolo tipico del mondo attuale che corre il rischio di vivere senza prossimità: abbiamo tanti vicini e pochi prossimi. Senza prossimità il mondo va verso il gelo assoluto dell’individualismo.

La parrocchia d’oggi dovrà cambiare molte forme con cui vive il suo agire pastorale, ma non potrà perdere l’elemento decisivo, che a suo modo caratterizzò il tempo di don Rossi, dovrà cioè essere una comunità «per tutti».

Nella seconda lettera pastorale, Come sogni la Chiesa di domani? (2013-2014), l’ho scritto chiaramente: non c’è equivalenza tra vicinanza e prossimità. Si possono avere molti vicini (pensiamo a una stazione, a un supermercato, a una festa di quartiere), ma sovente vi sono pochi prossimi. La parrocchia come comunità di vicinato, in cui si abita in ragione del lavoro e della casa, deve diventare una comunità di prossimità. Infatti, la porta della Chiesa è ancor oggi la soglia più bassa, la porta più accessibile: è un segno bello di apertura della comunità a tutti.

Questa è la prima cosa che dobbiamo salvare, anzi promuovere. Il parroco, e i cristiani con lui, devono essere maestri di prossimità. Non devono perdere l’odore delle pecore, come dice papa Francesco, cioè la vicinanza alle persone, alla vita quotidiana delle famiglie. Don Rossi è stato certamente un parroco per tutti, anzi ha dato la sua vita per non perdere nessuno. È stato l’icona dell’universalità delle fede cristiana.

«Un quadro a vari colori»

Scriveva don Giuseppe Rossi nel 1943:

«La vita è un quadro a vari colori e dalle molteplici sfumature. La vita è un quadro a vari colori e dalle molteplici sfumature: ogni uomo è a sé e non fa serie. Però vi sono espressioni che appartengono all’umanità e non all’individuo. Gli effetti possono essere diversi, ma la causa è sempre identica. L’uomo in ogni azione cerca il benessere, la felicità. L’indagine è affidata all’individuo, e, se pur è mosso dallo stesso anelito comune, può percorrere diverse vie secondo l’essere individuo. Chi vede la propria felicità nelle ricchezze; chi nella soddisfazione degli istinti più bassi; chi nella perfezione della propria arte; e infine chi nel possesso di Dio. Vari pellegrini su strade diverse si illudono di arrivare alla stessa meta. Alcuni dopo una corsa affannosa si trovano in un vicolo cieco: s’accorgono di aver perso tempo e forze. Bisogna indietreggiare, battere altra strada, forse meno facile, più accidentata ma la vera: quella dei Santi. È un vero peccato che non tutti arrivino a tempo al vicolo cieco: sono attratti nella affannosa corsa dal fenomeno della fata morgana e neppure dubitano della loro illusione» (21 gennaio 1943, Agenda).


[1] Tu ci rialzi con la tua mano, Antologia di testi di don Giuseppe Rossi, a cura di Marco Canali, 15 aprile 2024, pag. 1. (cf. archivio digitale degli scritti).

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