
Era il 1977 quando Ilia II fu eletto alla guida della Chiesa ortodossa georgiana, una delle più antiche dell’Oriente cristiano. A Roma pontificava Paolo VI e il crollo dell’Unione Sovietica era ancora lontano. Aveva soltanto 45 anni.
All’epoca, la Chiesa georgiana attraversava una fase di forte difficoltà: mancavano sacerdoti, non esistevano seminari e ogni struttura formativa era stata smantellata. In questo contesto emerse la figura di un leader giovane e colto, formatosi al seminario di Mosca sotto la guida degli ultimi esponenti della tradizione teologica prerivoluzionaria. Da quella scuola ereditò rigore, profondità e una sensibilità ecclesiastica che avrebbe segnato tutto il suo ministero.
La sua formazione fu influenzata anche dal contesto sovietico, apertamente ostile alla religione. Un ambiente che richiedeva prudenza e contribuiva a forgiare personalità capaci di muoversi con abilità diplomatica e flessibilità.
Ilia II non fu però soltanto un prodotto della sua formazione. Era, per natura, un leader carismatico. Più che imporsi, sapeva conquistare: non solo risultati, ma soprattutto persone. Anche i suoi critici ne riconoscevano il fascino, fatto di sobrietà, di una voce calma ma ferma, di uno sguardo intenso e di una presenza capace di attirare attenzione e rispetto.
Il suo patriarcato, durato quasi mezzo secolo, si svolse attraverso alcune delle fasi più difficili della storia recente della Georgia: dalla stagnazione sovietica alla perestrojka, fino al turbolento periodo dell’indipendenza negli anni ’90, segnato da conflitti, instabilità politica e crisi sociale. A queste si aggiunsero tensioni interne e scandali ecclesiastici.
In quel contesto, Ilia II fu spesso percepito in modo contraddittorio: conservatore per i progressisti, liberale per i conservatori, nazionalista per i filo-russi e filo-russo per i nazionalisti. Una posizione che rifletteva il suo tentativo di mantenere un equilibrio in una società profondamente divisa.
Tra le critiche più frequenti vi fu quella di evitare prese di posizione dure nei confronti della Russia e di preservare i legami ecclesiastici e culturali con il Paese in cui si era formato. Tuttavia, durante la guerra del 2008, fu tra i primi a recarsi nelle zone di conflitto, visitando le famiglie colpite e occupandosi personalmente del recupero dei corpi dei soldati georgiani.
Secondo testimonianze diffuse, si tolse il proprio rason — il mantello nero dei chierici — per coprire i cadaveri, pronunciando parole rimaste nella memoria collettiva: «I miei figli non sentiranno così il freddo». Questa è una poesia — e, in effetti, egli conosceva la forza della poesia, del simbolo, della bellezza.
Sì, accanto al ruolo istituzionale, Ilia II fu anche uomo di cultura. Autore di icone e di composizioni liturgiche — tra cui Ave Maria e Sanctus — rappresentò un punto di riferimento per il mondo accademico e artistico, soprattutto negli anni successivi al crollo dell’URSS, quando molti intellettuali si trovarono in condizioni di estrema precarietà.
Figura complessa e talvolta controversa, rimase tuttavia una costante nella vita del Paese. In un contesto segnato da cambiamenti politici e ideologici continui, seppe mantenere un ruolo di equilibrio, grazie a una diplomazia discreta ma efficace.
Alla sua morte, dopo quasi cinquant’anni di patriarcato, la Georgia soffre di una profonda divisione politica. Eppure, nel momento del lutto, si è registrata una rara unità. Dopo gli ultimi anni di polarizzazione, la figura del patriarca è riuscita ancora una volta a rappresentare un punto di convergenza.
Forse è questo il suo ultimo dono al suo popolo: aver unito, almeno per un momento, un Paese diviso.





