
Nel Catalogo generale dei beni culturali, il ritratto del pontefice Leone V († 903) – opera risalente al 1655-1667 –, viene descritto come parte di una delle 265 tele che compongono il ciclo dedicato ai papi da san Pietro a Giovanni XXIII.[1] Nell’epigrafe a lato del dipinto V, si legge, tra l’altro, che, in maniera incauta, egli era uscito dal santo chiostro per portarsi, come Pontefice, sul teatro del mondo.
I monasteri romani dell’VIII-X secolo – come Santi Alessio e Bonifacio sull’Aventino, San Paolo fuori le Mura e San Silvestro in Capite – non erano soltanto luoghi di preghiera, ma centri culturali, scriptoria, scuole di formazione filosofico-teologica, archivi viventi. Da questi cenacoli, percepiti come più equilibrati e meno coinvolti nelle lotte del clero cittadino, spesso si traevano figure di mediazione nei tempi difficili. L’elezione di Leone V, proveniente dal chiostro, si comprende pienamente in questa logica ecclesiale alle soglie del Medioevo alto.
Essere papa ai tempi di Leone V significava davvero portarsi sulla scena di un mondo politicamente tormentato, di una Chiesa di Roma spesso contrapposta alle Chiese di oriente, muoversi prudentemente tra lotte, beghe e attentati, indotti talvolta dalle famiglie che orientavano la scelta dei pontefici, in genere attingendo a figure del clero della romana ecclesia. Ma a volte, in situazioni di stallo o di lotte insanabili, ci si rivolgeva, come ricorda il dipinto del secolo XVII, a persone del santo chiostro.
Saeculum obscurum?
Guardando in chiaroscuro, attraverso quei tempi, questi nostri tempi, osserviamo che i cardinali elettori di oggi hanno per ben due volte consecutivamente guardato alle comunità di vita consacrata. Dopo aver scelto papa Francesco dalle file della Compagnia di Gesù, hanno, infatti, eletto Leone XIV prendendolo dalle file dell’Ordine degli Agostiniani (un tempo OESA= Ordo eremitanorum sancti Augustini): una spiritualità, questa, che lo stesso papa Prevost ha sintetizzato nei tre termini-concetti di «ascolto, umiltà e unità, ecco tre suggerimenti, spero utili, che la liturgia vi dona».[2]
Anche il predecessore di papa Prevost, che prese il nome Leone V, era stato dunque, “pescato” da un claustro, per volontà delle famiglie e del clero dell’ecclesia romana del decimo secolo incipiente: erano costoro, infatti, che, a quel tempo, eleggevano il papa; per cui il quinto Leone poté sedere sul soglio di Pietro, anche se, a motivo di forti opposizioni subentrate, solamente per circa due mesi, come ci ricorda il sito informatico vaticano: 118° papa della Chiesa cattolica; inizio pontificato… VII.903; Fine pontificato… IX.903.[3]
Il numismatico Domenico Promis, in presenza della pressoché totale assenza di fonti su quel quinto papa Leone, annoterà significativamente, a metà Ottocento: «Cinque giorni dopo la morte di Benedetto venne eletto Leone V, ma dopo incirca quaranta giorni fu da Cristoforo suo prete preso e cacciato in prigione dove ben presto secondo Flodoardo morì. Di questo pontefice ignoro se esistano monete».[4] Insomma, la successione va da papa Benedetto a papa Leone V, che trovò sulla sua strada un antipapa.
Quel papa e quell’antipapa, come diremo, si muovono in un periodo buio e oscuro della società e della Chiesa.
Nonostante la brevità del suo pontificato, durato appena 40 giorni all’inizio del secolo decimo, Leone V vive, dunque, “sulla propria pelle” tutte le sfide e le complessità di un’epoca, in cui la Chiesa si trovò a dover affrontare non poche crisi interne ed esterne.
Si è potuto parlare di saeculum obscurum – un periodo buio!, come si leggerebbe nell’espressione coniata da Cesare Baronio negli Annales Ecclesiastici,[5] per indicare sinteticamente quel periodo assai travagliato politicamente. In tal modo veniva caratterizzato come cupo e disastroso un periodo della storia del papato e della Chiesa, che la narrazione storiografica di Baronio datava tra l’888 (quando l’autorità imperiale venne meno, gettando l’Europa in un caos socio-politico) e il 1046 (cioè, fino all’inizio della cosiddetta riforma medievale gregoriana). Ricordiamo che era stato san Filippo Neri a orientare allo studio della storia della Chiesa, dell’archeologia cristiana e degli annali ecclesiastici il giovane sorano Cesare Baronio (giunto a Roma da Napoli nell’ottobre del 1577), per continuare gli studi di Legge e che poi, nel 1593, sarà suo successore.[6]
La crisi e poi la vacanza dell’autorità imperiale dopo l’888 avevano aperto un vuoto che fu rapidamente riempito da poteri locali, famiglie aristocratiche e gruppi del clero romano. In un paesaggio politico frammentato, privo della mediazione imperiale, le contese per il controllo del soglio di Pietro erano diventate più frequenti e spesso violente. L’elezione stessa di Leone V riflette questa dinamica di gestione del potere tra aristocrazia ecclesiastica e laica.
Baronio descriveva un non sereno periodo della storia della Chiesa, sia dal punto di vista politico che socio-economico.
Oggi papa Leone XIV, riferendosi alla propria navigazione sulla barca di Pietro in un contesto generale non meno difficile di quello evocato da Baronio, ha parlato anch’egli di un grande divario economico mondiale. Lo ha fatto nel corso di una lunga intervista – tre ore complessive in due incontri a Castel Gandolfo e in Vaticano, rilasciata alla giornalista Elise Ann Crux per il libro León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI (edito in Perù) –, stigmatizzando appunto «il divario sempre più ampio tra i livelli di reddito della classe operaia e quelli dei più ricchi. Ad esempio, gli amministratori delegati che, sessant’anni fa, avrebbero potuto guadagnare da quattro a sei volte di più dei lavoratori di oggi, secondo gli ultimi dati che ho visto, guadagnano seicento volte di più del lavoratore medio».[7]
Pur essendo totalmente cambiato il quadro storico-culturale, non si può non dire che la barca di Pietro del decimo secolo incipiente navigasse in calme acque: tra conflitti di potere, invasioni e trasformazioni sociali, si andava svolgendo, anche sul piano dei rapporti tra Chiese, un forte conflitto: esso avveniva, allora, sia tra la sede romana e patriarcato di Costantinopoli (che continuava dai tempi del patriarca Fozio e della sua lettera sinodale d’intronizzazione dell’anno 860), sia tra il papato romano e l’Impero dell’Occidente, con tensioni che spesso sfociavano in cambi di leadership e in lotte di potere fra altare e troni, non senza profondi esiti sulla storia della Chiesa e dell’Europa.
Il rapporto fra Roma e Costantinopoli, tra IX e X secolo, si muoveva fra collaborazione e competizione: divergenze teologiche (come la questione del Filioque), differenze disciplinari e rivalità politiche alimentavano un intreccio complesso e spesso difficile da sciogliere. In questo scenario si inserisce la vicenda di Leone V, il cui pontificato si colloca nella fase finale delle conseguenze della controversia fotiana.
Erano, quei tempi apparentemente remoti, quelli in cui, in modo macabro, si arrivava ad esumare il cadavere di un papa per processarlo post-facta! Quando appare la figura di papa Leone V, il clima è ancora quello degli esiti della triste lotta tra formosiani e antiformosiani. Erano echi di antichi e mai sopiti confronti dialettici e teologici tra Roma e Oriente, più precisamente tra Roma e Costantinopoli: tutti erano, dal punto di vista dottrinale, giocati sul valore della formula di fede circa lo Spirito Santo che, già nel concilio di Costantinopoli del 381 (secondo concilio ecumenico, convocato dall’imperatore Teodosio, per porre fine al secolo della controversia ariana),[8] aveva proclamato che lo Spirito «è Signore e dà la vita, e procede dal Padre, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti».
2. Gli echi della Synodus Horrenda
Ma non mancavano, come si è detto, alla vigilia del pontificato del quinto Leone, i conflitti intra-romani, tra famiglie potenti e clero emergente, come si verifica altresì nel corso del breve pontificato del quinto papa Leone († 903). Si risentono i forti echi di una macabra lotta tra formosiani e anti-formosiani: una lotta riguardante un precedente papa, di nome Formoso, ma soprattutto del quale si contestavano le ordinazioni.[9]
Eppure, Formoso era stato inviato come legato a Costantinopoli per risolvere ennesimi conflitti disciplinari e dottrinali tra le due sedi primaziali di Roma e di Costantinopoli: conflitti anch’essi ricorrenti e mai sopiti, sia circa la formula di fede e perfino sulla data della Pasqua, come ha accennato lo stesso papa Leone XIV in un recente incontro, svoltosi in occasione di un pellegrinaggio ecumenico, i cui membri si sarebbero recati in visita alla Sede di Costantinopoli: «È significativo che il vostro pellegrinaggio si svolga quest’anno, nel quale celebriamo i millesettecento anni del Concilio di Nicea. Il Simbolo della fede adottato dai Padri riuniti rimane – insieme alle aggiunte apportate dal Concilio di Costantinopoli del 381 – patrimonio comune di tutti i cristiani, per molti dei quali il Credo è parte integrante delle celebrazioni liturgiche. Inoltre, per una provvidenziale coincidenza, quest’anno i due calendari in uso nelle nostre Chiese coincidono, così che abbiamo potuto cantare all’unisono l’Alleluia pasquale: “Cristo è risorto! È veramente risorto!”».[10]
La lettura dei cronisti dell’epoca conferma la drammaticità del periodo. Liutprando di Cremona, con ironia tagliente, annota: «Nulla è più instabile dei potenti, che oggi incoronano e domani distruggono» (Antapodosis, II, 48). Un giudizio che sembra ritrarre perfettamente l’atmosfera che circondò anche il breve pontificato di Leone V.
Se ne sentirono gli echi appena concluso quel periodo: nel corso di un sinodo romano, presieduto da papa Sergio III nel 904, infatti, si dovrà ritornare alle risoluzioni di un macabro raduno. Ve l’immaginereste oggi un processo celebrato contro il cadavere di un pontefice?
È quanto era capitato, verso la fine del secolo IX, nel processo intentato al cadavere di papa Formoso, la cui allora controversa figura aveva avuto a che fare, oltre che con le lotte tra le famiglie dell’ecclesia romana, anche coi rapporti tra Chiesa di Roma e Chiese di Oriente.
Formoso, infatti, prima di sedere sul soglio pontificio, era stato inviato, insieme con Paolo e altri “missionari latini”, in Bulgaria, per arginare le posizioni del patriarca orientale Fozio (oggi santo del calendario ortodosso).
Fozio era rimasto così allarmato da quella “missione”, da scriverne nella sua enciclica Ad Orientales Tronos (dell’anno 867), in cui attaccava tutti coloro che, a suo avviso, erano stati i metodi subdoli ed ereticali sia di Formoso che di Paolo: essi, secondo il patriarca orientale, non soltanto avevano osato criticare come erronee le tradizionali usanze disciplinari greche (in particolare, il matrimonio dei preti e la cresima celebrata dopo il battesimo), ma avevano osato difendere la formula latina del Filioque che, dal concilio del 381, veniva contrapposta a quella orientale, la quale, invece – peraltro in linea con le riflessioni teologiche di Gregorio di Nissa –, professava invece che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio, esattamente come l’atto proviene dal Padre, passa attraverso il Figlio e si compiei n Lui e come i beni giungono a Lui dal Padre tramite il Figlio).[11]
Nella memoria orientale, la figura di Fozio è stata riletta nei secoli come quella di un teologo finissimo, un difensore autorevole della tradizione bizantina, un patriarca colto e saldo. Tale ricezione positiva spiega perché, nelle narrazioni greche, il contrasto con Roma sia ricordato in toni molto diversi rispetto alle fonti latine e perché la controversia fotiana pesò ancora nell’epoca di Leone V.
Inoltre, i latini avevano cercato, con l’appoggio dello zar Boris, di far divenire arcivescovo di tutta la Bulgaria proprio quel legato Formoso. Nell’866 era stato papa Niccolò a scegliere Formoso per guidare quella missione in Bulgaria (l’antico Illirico cristiano, che, frattanto, era stato trasferito al patriarcato di Costantinopoli).
Alla morte di papa Adriano II (verso la fine dell’872), nonostante tante polemiche sulla sua persona, Formoso fu proposto al soglio pontificio in alternativa all’anziano arcidiacono Giovanni, che tuttavia, il 14 dicembre 872, fu consacrato lui papa col nome di Giovanni VIII.
Non solo Giovanni VIII depose Formoso, riducendolo allo stato laicale e scomunicandolo, ma lo accusò di aver abbandonato la sua sede e di aver, a suo tempo, nel corso della ricordata missione nell’Illirico, cospirato contro il papa e l’imperatore. Nell’891, alla morte di papa Stefano V, Formoso saliva comunque al soglio pontificio e morirà a Roma il 4 aprile 896.
Siamo ormai in grado, grazie all’affare Formoso, di capire meglio anche il clima nel corso della breve avventura pontificia del “nostro” Leone V, la quale va dunque compresa sia alla luce delle ricordate contese tra formosiani e avversari, sia alla luce della modalità di designazione del vescovo di Roma in quegli anni.
Per quanto concerne le polemiche su Formoso, esse non si erano mai sopite, anzi risultavano ancora più vive tra le file del cosiddetto “clero romano” (che tanto incideva, in quegli anni, nella designazione dei papi),[12] e ciò sia prima che dopo il breve pontificato del quinto papa chiamato Leone.
Per quanto riguarda, invece, il diritto di designare il papa, bisogna rammentare che esisteva allora una differenza tra clero romano, ecclesia romana e curia romana. La sancta romana ecclesia identificava, per tutto l’alto medioevo, la comunità dei cristiani di Roma, la diocesi, l’episcopio lateranense, la cattedrale di San Giovanni, insomma il popolo e il clero di Roma.
Membri di quella Chiesa erano considerati i cardinali presbiteri, capi delle Chiese matrici, con i loro chierici; inoltre, i diaconi regionari, capi delle regioni ecclesiastiche, con tutto il personale che era loro subordinato; appartenevano, altresì, all’ecclesia romana i giudici ordinari, cioè gli ufficiali palatini di grado più alto, insieme ai loro sottoposti.
Tanto i proceres de clero, cioè l’aristocrazia ecclesiastica, quanto l’universus clerus, cioè la totalità del clero erano, insomma, raccolti sotto quell’etichetta di ecclesia romana. Solo a partire dagli anni Cinquanta dell’XI secolo, ecclesia romana diverrà sinonimo di papato e di cardinalato e, per loro tramite, di cattolicità.
In un crescendo continuo, attraverso la locuzione Chiesa romana, si andrà individuando l’intera Chiesa dell’Occidente, mentre il precedente significato si restrinse e si specializzò, fino a comprendere solamente il papa e la curia, come si vedrà nel corso del XII secolo, allorché Chiesa romana non sarà più sinonimo di clero romano, bensì di Curia romana. Solo dalla prima metà del secolo XI, il concetto di clero romano si confonderà ancora con quello di Ecclesia romana.
Ora, nel tardo secolo nono, cioè alla fine dell’896 o all’inizio dell’897, appena qualche anno prima del pontificato del “nostro” Leone V, il cadavere di Formoso era stato estratto dalla tomba, vestito dei paramenti pontifici, portato in una delle principali basiliche romane per essere giudicato da un tribunale presieduto dal papa. Condannato e deposto post mortem, quel cadavere non solo fu spogliato delle vesti pontificali, ma, dopo essere stato sepolto nel cimitero degli stranieri, fu gettato nel Tevere.
Seppur riabilitato, poi, da papa Teodoro II, su Formoso si crearono, dunque, due opposti “partiti” di cui si diceva: proprio essi, non riuscendo a mettersi d’accordo su un candidato romano, elessero, perciò, papa quel monaco benedettino che volle chiamarsi Leone V: un nome controverso, che restò sempre controverso, al punto che, nel settembre del medesimo anno dell’elezione, gli fu opposto un antipapa, Cristoforo, il quale aveva in cura la chiesa di San Lorenzo in Damaso e che era stato consacrato presbitero dallo stesso Leone.[13]
3. Leo V: emigrat ante suum quam luna bis impleat orbem
Il riferimento cronologico del titolo di questo paragrafo è di Flodoardo (storico e poeta medievale, vissuto dall’894 al 966) il quale, con il suo riferimento al ciclo lunare, riscontrava soltanto il dato tradizionale circa i due mesi di pontificato di quel quinto Leone. Compreso entro la morte di papa Benedetto IV e quello di Sergio III nel gennaio del 904, il brevissimo, e per noi oscuro (per la mancanza di fonti), pontificato di Leone V, si svolge davvero in un periodo di profondo mistero complessivo e di incertezza.
A ben vedere, è ancora, mutatis mutandis, la condizione di questi nostri tempi, seppur ricchi di fonti informative di ogni tipo. È significativo, infatti, che, alla vigilia del terzo millennio, caratterizzato da documentazione enorme (sia cartacea che informatica), abbiamo sentito descrivere in modo analogo come assai incerto, peraltro in un documento di un Sinodo dei Vescovi alla fine del secondo millennio, anche questo nostro attuale periodo storico-culturale: «Si può anche notare, in sintesi, come, al termine di questo secolo, si registrino profonde e radicali trasformazioni, che segnalano l’esaurirsi della spinta derivata dalla modernità. Non è chiaro, però, l’esito dei processi in atto; emergono tendenze contrastanti e ambivalenti, che richiedono un’attenta e approfondita lettura. D’altra parte, il superamento della modernità non può che avvenire in un quadro di complessità e di incertezza. Se, per certi versi, la missione della Chiesa in questo contesto appare più difficile e meno ancorata a garanzie tradizionali, per altro verso, i cambiamenti in atto nei paesi europei offrono alla Chiesa nuove opportunità per sviluppare un’efficace e organica opera di evangelizzazione».[14]
Lo stesso papa Leone XIV, rivolgendosi sabato, 2 agosto 2025, nel corso della veglia di preghiera per il Giubileo dei giovani, a ragazzi che gli chiedevano come poter incontrare veramente il Signore risorto nella nostra vita ed essere sicuri della sua presenza anche in mezzo alle difficoltà e incertezze (un termine, questo, significativamente presente in ognuna delle domande giovanili), ha ripetuto, richiamando sant’Agostino: «Sant’Agostino ha scritto: “L’uomo, una particella del tuo creato, o Dio, vuole lodarti. Sei Tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Te. Che io ti cerchi, Signore, invocandoti e ti invochi credendoti” (Confessioni, I). Accostando questa invocazione alle vostre domande, vi affido una preghiera: “Grazie, Gesù, per averci raggiunto: il mio desiderio è quello di rimanere tra i Tuoi amici, perché, abbracciando Te, possa diventare compagno di cammino per chiunque mi incontrerà. Fa’, o Signore, che chi mi incontra, possa incontrare Te, pur attraverso i miei limiti, pur attraverso le mie fragilità”. […] Perseverate dunque nella fede con gioia e coraggio. E così possiamo dire: grazie, Gesù, per averci amati; grazie Gesù per averci chiamati. Resta con noi, Signore! Resta con noi!».[15]
E tuttavia, proprio nelle stagioni di oscurità e di incertezza, come appare, davanti ai nostri occhi, il breve pontificato di Leone V, occorre riscoprire la luminosità di Cristo.
In ogni stagione “buia” della Chiesa – come quella segnata da pontificati brevissimi e travagliati del X secolo, e come i nostri anni intensi di trasformazioni e fragilità – la comunità cristiana impara infatti, sempre da capo, che la luce non nasce dalla forza delle strutture, ma dalla fedeltà al Signore risorto.
Le ombre generate dai conflitti, dalle ambiguità e dai limiti umani non hanno mai il potere di spegnere la promessa di Cristo.
Quando la storia appare confusa, il Vangelo diventa davvero la bussola che non inganna. Così anche il pontificato oscuro e quasi dimenticato di Leone V ricorda che la barca di Pietro avanza non per la genialità degli uomini o per le beghe tra gruppi di parte, ma per la presenza viva di Colui che è «luce che nessuna tenebra può vincere» (cf. Gv 1,5).
[1] https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1200093691 [14.9.2025]
[2] Leone XIV alla santa messa di apertura del Capitolo generale degli Agostiniani, 01.09.2025:
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2025/09/01/0607/01055.html [14.9.2025].
[3] https://www.vatican.va/content/vatican/it/holy-father/leone-v.html [11.9.2025]. Ci viene detto che ogni dipinto reca l’effigie del pontefice a mezzo busto, affiancato dallo stemma papale unito all’emblema pontificio (chiavi in decusse, tiara coronata e stola). I dipinti sono disposti in telai recanti ciascuno quattro tele. Sono ordinati cronologicamente in registri orizzontali su quattro ordini lungo le pareti di sei sale del Palazzo, in un’ala della costruzione eretta dopo l’acquisto del feudo di Oriolo da parte degli Altieri (1671, forse proprio per custodire questa insigne collezione. Secondo le fonti bibliografiche (E. Pierotti, La galleria Altieri di Oriolo, Roma s.d., pp. 21-22), il nucleo primitivo di questa serie fu commissionato dal cardinal Paluzzo Altieri (1623-1698) durante il pontificato di Alessandro VII (1655-1667), il primo dei pontefici sul cui ritratto non compare la data di morte. Secondo la tradizione, si ispirerebbero alla serie dei papi di S. Paolo fuori le mura, rispetto ai quali, però, la serie di Oriolo presenta numerose differenze, sia nel numero dei pontefici raffigurati che nella loro successione. Differenze sono, inoltre, riscontrabili anche con l’Annuario Ufficiale Pontificio. Questa serie dei dipinti rappresenta un insieme stilisticamente e iconograficamente unitario. Non si notano evidenti differenze tra il primo gruppo di tele, fino cioè ad Alessandro VII, e quelle successive (V. Schiavo, Palazzo Altieri, Roma 1964, pp. 173-174; 187-189). Un vecchio e pesante restauro ha, inoltre, contribuito ad eliminare qualsiasi differenziazione.
[4] Domenico Promis, Monete dei romani pontefici avanti il mille, Stamperia Reale, Torino 1858, voce Leone V:
https://archive.org/details/MoneteDeiPonteficiRomaniAvantiIlMille [14.9.2025].
[5] XXXVIII settimana di Spoleto, Il secolo di ferro: mito e realtà del secolo X. Atti della XXXVIII Settimana di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1991, che per la prima volta dedica spazio al secolo X.
[6] Edoardo Aldo Cerrato, in “L’Osservatore Romano” (28 novembre 2009).
[7] Fonte Ansa: https://www.ansa.it/vaticano/notizie/2025/09/14/il-papa-troppi-divari-di-reddito-guardate-elon-musk.-democrazia-non-sempre_e9accf1f-a243-4462-af62-64256314d296.html []15.9.2025.
[8] Cf. Emanuela Prinzivalli (dir.), collana “Il Credo commentato dai Padri”, 5 voll., Città Nuova, Roma 2020-2021.
[9] Di ciò discute anche Auxilius, De ordinationibus a Formoso papa factis: cf. E. Van Balberghe, Un nouveau manuscrit du De ordinationibus d’Auxilius, “Traditio” 26 (1970), pp. 447-449: https://www.mirabileweb.it/title/de-ordinationibus-a-formoso-papa-factis-auxilius-m-title/24585 [Archvio digitale della cultura medievale: 14.9.2025].
Cf. anche Antonella Degl’Innocenti, Fra storia e miracolo: l’agiografia gregoriana da Whitby a Roma, in Gregorio Magno e le origini dell’Europa Atti del Convegno internazionale, Firenze, 13-17 maggio 2006, Firenze 2014: il volume pubblica i 35 contributi degli atti del convegno svoltosi a Firenze fra il 13 e il 17 maggio 2006 (evento conclusivo delle celebrazioni per il XIV centenario della morte di Gregorio Magno).
[10] Saluto del santo padre Leone XIV ai membri di un pellegrinaggio ecumenico proveniente dagli Stati Uniti d’America, Castel Gandolfo, Giovedì, 17 luglio 2025: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/july/documents/20250717-pellegrinaggio-ecumenico-usa.html [14.9.2025].
[11] Papa Giovanni Paolo II fece cenno alle diversità circa il Filioque in termini emblematici: «La formula conciliare del 381 suonava così: “Credo nello Spirito Santo, che procede dal Padre”. La formula più completa: “che procede dal Padre e dal Figlio” (“qui a Patre Filioque procedit”), già presente in antichi testi e riproposta dal Sinodo di Aquisgrana nell’809, venne infine introdotta anche a Roma nel 1014 in occasione dell’incoronazione dell’imperatore Enrico II. Si diffuse da allora in tutto l’Occidente, e venne ammessa dai Greci e dai Latini nei concili ecumenici di Lione (1274) e di Firenze (1439). Era una precisazione, che non cambiava nulla nella sostanza della fede antica, ma che gli stessi Romani Pontefici erano restii ad ammettere, per rispetto alla formula antica ormai diffusa dappertutto, e usata anche nella basilica di San Pietro. L’introduzione dell’aggiunta, accolta senza gravi difficoltà in Occidente, suscitò riserve e polemiche tra i nostri fratelli orientali, che attribuirono agli occidentali un cambiamento sostanziale in materia di fede. Oggi possiamo ringraziare il Signore per il fatto che anche su questo punto si va chiarendo in Oriente e in Occidente il vero senso della formula, e la relatività della questione stessa»
(Giovanni Paolo II, Udienza generale di mercoledì, 7 novembre 1990: https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1990/documents/hf_jp-ii_aud_19901107.html : 14.9.2025).
[12] «Per restituire un’immagine del clero romano è stato necessario ripercorrere buona parte della documentazione romana dei secoli dall’VIII al XIII: gli atti privati romani e laziali; la documentazione pontificia, dunque essenzialmente le bolle, il Liber pontificalis, il Liber diurnus, il Liber censuum, i registri; le fonti narrative, romane e non; le epigrafi; le fonti liturgiche; le fonti normative, civili e canoniche»: Tommaso di Carpegna Falconieri, “Romana Ecclesia” e “Clerus Urbis”. Considerazioni sul clero urbano nei secoli centrali del medioevo, “Archivio della Società romana di storia patria” CXXII (1999), pp. 85-104 [Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”, www.retimedievali.itp. 92].
[13] Cf. Tommaso Di Carpegna Falconieri, Il clero di Roma nel medioevo: istituzioni e politica cittadina (secoli VIII-XIII), Viella, Roma 2002.
[14] Sono battute redatte nel 1999. Si leggono nello Instrumentum laboris della seconda Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei vescovi: Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa sorgente di speranza per l’Europa, Segreteria generale del Sinodo dei vescovi e Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1999. n. 22.
[15] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/august/documents/20250802-veglia-tor-vergata.html [15.9.2025].





