Sr. Elena Manganelli, Pavel Florenskij, tecnica mista su carta, 2022 (dim. 47×67)
Nell’anniversario della morte – con un colpo di proiettile alla nuca – di padre Pavel Florenskij per volontà del regime sovietico (8 dicembre 1937), chiediamo al prof. Silvano Tagliagambe di offrirci chiarimenti sul pensiero politico dell’autore attraverso il testo Una presumibile struttura statale nel futuro, scritto dalla condizione di prigionia: testo prezioso, anche oggi, per penetrare nella singolarità del pensiero russo, comprenderlo e rimanervi in dialogo.
- Professor Tagliagambe, in quali circostanze è maturato questo scritto di Florenskij e quanto può esserne stato condizionato?
Le circostanze sono senz’altro da considerare, ma anticipo che il testo esprime in sintesi il pensiero politico di Florenskij così come lo si trova disseminato nell’enorme e variegata produzione del filosofo, teologo e scienziato russo.
Lo scritto Predpolagaemoe gosudarstvennoe ustrostvo v buduščem porta la data del 16 marzo 1933: in quel tempo, dopo il secondo arresto del febbraio ’33, Florenskij si trovava alla Lubjanka, a Mosca, pochi mesi prima del trasferimento a Lefortovo, in oriente, a quattro anni dal colpo di proiettile alla nuca con cui è stato giustiziato. Si trovava quindi nella fase forse più dura della sua detenzione per le accuse che gli venivano mosse e gli interrogatori a cui veniva sottoposto. Ma, anche qui, Florenskij si è espresso con grande coraggio e libertà.
- Il contesto qual era?
In Unione Sovietica era in corso l’assunzione, pressoché assoluta, del potere da parte del partito bolscevico consegnato nelle mani di Stalin: l’assunzione definitiva avverrà verso il ’37-’38 con la liquidazione politica e fisica di Nicolaj Bucharin, ma già dal ’31-32 stava avvenendo un deciso mutamento di rotta rispetto al precedente indirizzo leniniano: è importante rilevarlo, perché la svolta ha investito pienamente la vicenda di Florenskij.
Lenin, infatti, nei pochi anni in cui è stato segretario generale del partito, ha teorizzato e praticato una collaborazione, benché ritenuta temporanea, con gli specialisti – scienziati, ricercatori, tecnici – “borghesi” e con le loro strutture di provenienza, quale l’Accademia zarista delle scienze. Lo stesso Florenskij – scienziato di prim’ordine – è rientrato in tale ordine di interesse.
Ricordo soltanto che, proprio in virtù di questa eredità leniniana, nel 1927 gli è stata affidata la co-redazione dell’Enciclopedia Tecnica Sovietica, di cui curò 13 dei 24 volumi complessivi e per la quale firmò 134 voci. È noto poi che Lenin in persona volle Florenskij nella Commissione statale per l’elettrificazione di tutta la Russia, alle cui riunioni si presentava regolarmente in abito talare.
Stalin, invece, dal ’31-’32, appunto, ha teorizzato e messo in pratica la netta opposizione tra scienza proletaria e scienza borghese, liquidando gli specialisti precedentemente ingaggiati, con quelle “purghe” di cui arrivò a essere vittima pure Florenskij.
- Di tale contesto troviamo qualche traccia evidente nel Predpolagaemoe gosudarstvennoe ustrostvo v buduščem?
Certamente Florenskij vi sostiene l’esigenza – per lo Stato – di avvalersi di persone competenti, davvero preparate nelle materie di cui erano chiamate ad occuparsi, peraltro in ruoli chiave. Solo alla luce di quanto stava accadendo possiamo quindi comprendere un passo quale il seguente: «Il compito dello Stato non consiste nel proclamare la parità formale di tutti i suoi cittadini, bensì nel fornire a ciascuno di essi le condizioni più propizie alla dimostrazione delle proprie capacità».
Un tale passo – letto superficialmente e senza approfondimento storico – può essere facilmente equivocato. Qui Florenskij sta sostenendo con forza l’idea che gli istituti di ricerca o le fabbriche non possano essere gestite da persone incompetenti, nominate dal partito in virtù di un credo ideologico operaista, così opponendosi coraggiosamente proprio a quello che stava accadendo.
***
- Riguardo alla forma di governo, cosa dice Florenskij in questo testo?
Prende atto di ciò che era accaduto e stava accadendo in Europa e in Unione Sovietica, ma non dice ciò che lui desidera. Ricordiamo che dal 1922 in Italia c’era il fascismo e che, due mesi prima della stesura di questo scritto, in Germania, Hitler era stato nominato cancelliere. Quando scrive «…si presentano uomini quali Mussolini, Hitler e altri» – e non cita Stalin per ovvie ragioni – aggiungendo «il loro avvento fa obliare la democrazia alle masse, e così le affranca dalle pastoie di partiti, parlamenti o simili, mostrando invece loro la potenza della volontà di un solo uomo…» Florenskij non sta facendo affatto l’apologia di queste figure, bensì sta descrivendo ciò che sta purtroppo accadendo, con la diffusa attesa messianica da parte delle masse – nei paesi europei come in Russia – dell’avvento dell’uomo solo in grado di risolvere tutti i problemi.
- Come viene colto il volere del popolo?
Florenskij ben rappresenta la stanchezza del popolo russo in quegli anni drammatici. Scrive: «…pure numerose cause interne fanno propendere per una gestione centralizzata, primariamente la generale stanchezza che pervade il Paese al termine di diciannove anni logoranti […] A seguito dell’esaurimento fisico e, soprattutto, mentale, il popolo necessita di riposare».
- Quindi anche a Florenskij appare inevitabile, in quella contingenza, l’avvento dell’uomo forte?
Se pure il popolo sembra desiderare l’uomo solo in grado di dargli sollievo, lui scrive: «per quel che concerne la concentrazione del potere entro le mani di un solo uomo, è difficile, per i membri del partito, consegnarsi a quel potere, anche entro la cerchia del partito stesso ove il potere dei rappresentanti dovrà ovviamente diminuire».
Mi sembra molto chiaro, almeno se leggiamo in maniera attenta e informata: Florenskij non si pronuncia affatto per una forma di governo dittatoriale. Anzi. Mostra molto coraggio nello scrivere queste cose. A ben vedere, qui c’è una dura critica della situazione sociale, economica e politica del suo paese in quel momento, come pure della rigida gestione centralizzata dello Stato.
- Riguardo al rapporto tra autorità centrale e repubbliche dell’Unione Sovietica, Florenskij cosa sostiene?
Non solo sostiene la necessità che le differenze, anche culturali, tra le repubbliche siano conservate, ma persino chiede che siano valorizzate ed esaltate.
Prendiamo il caso della lingua e dei caratteri cirillici: vero è che considera la lingua russa quale tratto comune e unificante delle popolazioni delle repubbliche, ma non certo quale strumento di soppressione delle differenze di cultura.
- Rispetto all’uomo nuovo sovietico – russo – cosa dice?
La formazione dell’uomo nuovo sovietico era certamente l’obiettivo culturale del bolscevismo. Leggiamo bene cosa ha scritto Florenskij in proposito: «Non si può produrre artificialmente l’uomo creativo, nemmeno tramite l’educazione e l’istruzione; ogni sforzo in questo senso è votato al fallimento […] Un uomo di Stato ragionevole si preoccupa certo di custodire opportunamente il patrimonio culturale, ma non arabesca il futuro in coreografie d’aria».
Guardi che ci voleva un bel coraggio a scrivere queste cose, dal carcere sovietico, a quel tempo! La sua critica al regime è radicale.
***
- Dal testo risulta l’auspicio di una forma di governo alternativa, democratica?
Nella contingenza storica, Florenskij prende atto del fallimento delle democrazie occidentali, specie in Italia e Germania, in cui si stava manifestando, all’epoca, una forte reazione ai valori ispirativi della democrazia. Prende atto, in sostanza, che anche le democrazie liberali stavano fallendo nei propositi più propri. Nei popoli europei avverte la stessa stanchezza russa. E osserva la progressiva semplificazione delle procedure democratiche, sino all’annullamento di ogni vincolo – “laccio e lacciuolo” – che potesse fare da impedimento all’uomo solo desiderato dalle masse.
Che lui non fosse, tuttavia, d’accordo con quel tipo di sbocco, è confermato dal fatto che afferma, senza mezzi termini, che quest’uomo solo e illuminato non esiste e non può esistere, perché dovrebbe essere dotato di prerogative divine.
Quel che, per contro, auspica per il suo paese – e si evince chiaramente – è una gestione equilibrata e armonica, non assolutistica, del potere, criticando severamente la consegna dello stesso potere, da parte del partito unico, nelle mani di Stalin; anche se Stalin non viene mai citato, ovviamente.
- Quale posto avrebbe dovuto avere la religione – e quindi la Chiesa ortodossa russa – nella visione politica di Florenskij?
Ha scritto: «Nessuna menzione particolare spetta qui alla Chiesa Ortodossa poiché essa, in accordo al diritto formale, si colloca sul medesimo piano delle altre organizzazioni religiose».
Il pensiero di Florenskij mi appare, dunque, anche sul piano dei rapporti tra Chiesa ortodossa e stato, perfettamente coerente: «Religione e Stato devono restare separati, ciò giova allo Stato non meno che alla religione medesima».
Non è un caso che, oggi, Florenskij non appaia nel pantheon dei grandi russi – tra cui Dostoevskij – citati dal presidente Putin e dal patriarca Kirill; e che il processo della sua canonizzazione, che era stato pur avviato una quindicina di anni fa, si sia bruscamente interrotto; e che non se ne sappia più nulla.
- Possiamo dire, tuttavia, che il pensiero e l’opera di Florenskij appartengano pienamente al “mondo russo”, al russki mir?
Penso si possa dire che tutta la grande cultura russa – e l’opera di Florenskij non fa eccezione – sia penetrata da quel senso di grandezza o di profondità – che può essere percepito anche come senso di superiorità – nei confronti del mondo occidentale e della sua cultura. Ma è da intendersi come superiorità estetica ed etica. Penso che tale sensazione sia da ricondurre alla concezione della divina-umanità, profondamente radicata nei russi, naturalmente dalla tradizione cristiano-ortodossa.
Florenskij, in più opere, la manifesta: ad esempio, in ambito artistico, laddove tratta la “prospettiva rovesciata” delle icone russo-ortodosse, messe a confronto delle opere della pittura sacra rinascimentale, italiana e fiamminga: è indubbio che ritenga le icone russe “superiori”.
- Tale senso di superiorità è altrimenti giustificato?
In Russia sussiste la consapevolezza e l’orgoglio della grandezza e della profondità della cultura del proprio paese, specie quella a cavallo dei due secoli, Ottocento e Novecento, la cosiddetta età d’argento delle arti russe: non solo nella scrittura, ma anche nella pittura, nell’architettura, nella musica, nelle scienze. Basti riferirsi alle correnti artistiche che, dalla Russia, sono partite per diffondersi in Europa. Penso, ad esempio, a Kandinskij e al suo apporto al Bauhaus.
Penso poi, in ambito filosofico e teologico, ai grandi autori emigrati in Francia e in Svizzera, tra cui amici e interlocutori di Florenskij, quali Sergej Bulgakov e Nicolaj Berdjaev.
***
- A chi ritiene che il pensiero di Florenskij sia “arcaico”, “primitivo”, superato, anche in materia politica – proprio prendendo in mano questo testo – cosa risponde?
Dico che Florenskij è un autore talmente ricco, vasto e complesso – tanto da avere scritto di filosofia, di teologia, di matematica, di storia dell’arte, di politica, di etica… di ingegneria e di tecnologia – da non potersi esprimere valutazioni di questo tipo, soprattutto dopo averne letto solo poche pagine. Come si fa a sostenere che il suo pensiero sia arcaico e primitivo di fronte, ad esempio, alle più di 130 voci della tecnologia d’avanguardia curate per l’Enciclopedia Tecnica Sovietica?
Florenskij è un autore che va studiato e considerato in tutta la sua complessità. Ed è per questa ragione che le edizioni Mimesis, in una collana da me diretta e che si vale dell’apporto di studiosi seri e competenti quali Lubomir Žak, Natalino Valentini, Domenico Burzo, Andrea Dezi, Vincenzo Rizzo, Massimiliano Spano, sono impegnate a pubblicare in italiano quanto più possibile dell’insieme delle opere florenskijane.
- Quale considerazione c’è oggi in Italia non solo per l’opera di Florenskij, ma anche per tutta la cultura russa?
Ricordo che, circa quindici anni fa, la Garzanti mi chiese di curare la riedizione del manuale di storia e filosofia di Ludovico Geymonat: io proposi di aprirlo all’introduzione degli aspetti più significativi del pensiero russo e mi fu risposto, banalmente, che ciò non era previsto dai programmi ministeriali.
Oggi – in quel che sta accadendo – colgo tanta superficialità da parte di tanti giornalisti e autori che ne scrivono senza conoscere le specificità del pensiero e della cultura russa nel suo complesso. Si tratta di una realtà che andava maggiormente studiata e conosciuta a suo tempo; a maggior ragione, andrebbe studiata e approfondita oggi. Senza studiarla e senza conoscerla, non si può ritenere di capirla, e quindi di rispondere e di dialogare con essa, pure sul piano politico.
Nella drammatica situazione che stiamo vivendo, il pensiero di Pavel Florenskij, grande esponente della cultura russa e uomo di dialogo e di pace, come emerge chiaramente dalla raccolta delle sue lettere dal gulag, curata da Natalino Valentini e Lubomir Žak, pubblicata l’anno scorso da Mondadori (qui), costituisce un faro, una luce che, se diffusa, potrebbe aiutare a orientarci e ad approdare verso una migliore comprensione reciproca.





