Come parlare della Shoah dopo Gaza?

di:

destro

Il 15 gennaio scorso, l’associazione di insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia Clio ‘92, che ringraziamo, ha organizzato il webinar Mai indifferenti. Il Giorno della Memoria al tempo di Gaza. Sono intervenuti Anna Foa e David Bidussa.

L’incontro è stato preceduto da un questionario, al quale hanno partecipato 12 insegnanti di vario ordine e grado, volto a comprendere se, all’indomani dell’attentato del 7 ottobre 2023 e alla conseguente guerra del governo di Israele contro la Palestina, è ancora possibile “fare lezione” sulla Shoah in occasione della Giornata della memoria, o se è cambiato l’approccio al tema; quale dovrebbe essere il ruolo della scuola, in particolare dell’insegnante di storia, di fronte agli eventi drammatici del presente, con quali difficoltà?

Ad Anna Foa e a David Bidussa è stato chiesto di approfondire il senso da dare, oggi, quindi, alla Giornata.

Parlare di Shoah ancora si deve – rispondono gli interpellati – per ricordare qualcosa di fondamentale che è avvenuto nel XX secolo, per comprendere le conseguenze dell’odio, dell’indifferenza e della discriminazione; e perché la memoria serve per la crescita e lo sviluppo intellettuale di tutti noi, e ha valore universale.

Se pure, rispetto al genocidio di Gaza, occorre operare distinzioni, la didattica sulla Shoah non può esimersi dal confrontarsi con tali eventi. Se, da parte delle istituzioni e dei promotori della Giornata, l’approccio non è cambiato, è sicuramente cambiato l’interesse e l’atteggiamento pubblico.

L’insegnante di storia – ma non solo – deve saper fornire strumenti storiografici e interpretativi, che siano chiavi di lettura utili ad uscire da pregiudizi e modelli precostituiti.

***

Parlare della memoria oggi è difficile – dice Anna Foa[1] –, alla luce di ciò che sta succedendo nel mondo e del conflitto israelo-palestinese in particolare.

La Giornata della Memoria è un evento civile comune a tutti i paesi europei, un pilastro su cui si regge il loro impianto ideologico e storico e un monito perché l’orrore della Shoah non si ripeta. La sua funzione è, dunque, importante per il legame con la natura stessa dell’Europa, ma non va perpetuata così com’è.

Un’analisi storica, che faccia emergere il piano dei diritti civili e umani, al fine di dare all’idea di genocidio un valore più universale che in passato, è fondamentale, perché la memoria è rivolta a tutti, non solo agli ebrei. Ma, per poterne parlare e poterla conservare, sono necessari mutamenti che superino difficoltà ed equivoci strutturali.

Innanzitutto, l’idea di memoria non si è formata in maniera uguale in tutti i paesi: nell’Israele costituitosi nel ’48 con l’opposizione di tutto il mondo arabo, ad esempio, il suo percorso è segnato dalla Shoah.

Tom Segev in Settimo milione racconta del conflitto fra i 700mila ebrei entrati in Israele, reduci dall’Europa e dai campi di concentramento, e i sionisti già presenti nel territorio prima della fondazione dello Stato che, con disprezzo, giudicavano “pecore” coloro che erano vissuti sotto il nazismo, come si legge nelle opere del poeta lituano Abba Kovner.

Solo dopo il processo Eichmann, grazie al centinaio di testimonianze sull’orrore dei campi, Ben Gurion riuscì a conciliare l’integralismo sionista con la diaspora, e a mettere fine all’idea di “ignavia” – ad essa collegata – di fronte all’aggressione nazista.

In Europa la memoria della Shoah, ostacolata dal bisogno di dimenticare, si connotò come lotta all’antisemitismo, tralasciando il concetto di razzismo, a differenza di quanto celebra la Giornata.

In Italia il processo memoriale fu meno complicato. Dal ’45 al ’48 numerosi furono gli scritti pubblicati sui campi: Se questo è un uomo di Primo Levi e Sette memorie di donne ebree deportate costituiscono un esempio significativo della volontà di scrivere per dare chiarezza ai fatti e trovarvi conforto.

Tuttavia, il doloroso ricordo del ritorno, collegato all’insensato e crudele percorso verso Oriente per arrivare in Occidente a cui – come racconta Primo Levi ne La tregua – furono sottoposti i sopravvissuti, con la tragica graduatoria che favoriva i cosiddetti “politici” rispetto ai “razziali” per penalizzare gli ebrei, contribuirono, insieme agli echi del processo Eichmann, a leggere il passato in modo diverso: «la Shoah, cioè, andava concepita come un evento distinto dal resto della guerra».

Nel ’61, iniziò l’era del testimone attraverso la quale si consegnava, in una sorta di staffetta, la tragedia ebraica alle giovani generazioni.

Questo modo di fare memoria, che ha attraversato tutti gli anni ’70, raggiungendo il suo culmine negli anni ’80 e ’90, si concentrò esclusivamente sulle vittime. A questo periodo risale, attraverso il titolo del film di C. Lanzmann Shoah, la scelta di un nome più dirompente rispetto ai termini “sterminio” e “olocausto” – utilizzati fino ad allora in Europa – in quanto identificava un oggetto di studio e isolava l’aggressione agli ebrei da parte di Hitler dal resto della guerra.

Questa nuova definizione, insieme al dibattito che si tenne a New York nel ’67 sulla rivista Judaism, in cui si confrontarono intellettuali, storici e filosofi sul valore da attribuire alla Shoah, portò alla definizione di due posizioni contrapposte: per Steiner e Popkin essa aveva valore universale e di monito; per Weisel e Fackenheim, invece, si trattava di un’esperienza riguardante i soli ebrei, «cosa che segnò uno spartiacque nel modo di considerare la storia ebraica».

Da allora, infatti, si fece strada l’idea di un “antisemitismo eterno” collegato all’ebraismo tout court, che portò a considerare la Shoah in termini di “unicità”, perché nulla di simile era accaduto prima e nulla dopo. E non per la modalità dello sterminio – o per gli ebrei come nemici da eliminare – ma per qualcosa di “impercettibile”, di “non concreto” riguardante il mondo ebraico; cosa che ha fatto sì che, come in passato, i nemici si scatenassero per distruggerla.

Quello della persecuzione – per molti autori ebrei – è il filo che tiene insieme la storia ebraica: rifiutarlo significa banalizzarne il valore, negare un’identità, costruita proprio sulla distinzione fra l’eccezionalità del genocidio degli ebrei rispetto a tutti gli altri.

Per superare, allora, questa interpretazione “mitica” che – a fini identitari – “si appiattisce sulle date”, perdendo di vista la dimensione storica, si rende necessaria una storia comparata, che affronti illuministicamente l’evento.

Negli ultimi vent’anni, questa narrazione ha distinto l’antisemitismo – che esiste da sempre – dal razzismo, in quanto non confrontabile con gli altri genocidi. Di qui l’idea di una “supremazia ebraica”, nel senso che le vittime ebree sono superiori a tutte le altre, concezione che, dal 2018, è drammaticamente dominante in Israele.

Per ciò, anche in Italia, a livello legislativo, la lotta all’antisemitismo, in base alle proposte di legge “Del Rio” e della Lega, viene separata oggi da quella contro gli altri razzismi.

Ma come pensare oggi l’antisemitismo in termini di unicità, a fronte delle manifestazioni dei giovani scesi in piazza in difesa dei palestinesi di Gaza e contro il loro massacro da parte degli israeliani?

La risposta sta forse nel primo numero della Difesa della razza e nelle leggi razziali del ’38, ove, secondo una graduatoria di merito, sono collocati nel posto più infimo i neri, poi gli ebrei e, infine, gli ariani; graduatoria che, al tempo, non destò alcuna reazione nell’opinione pubblica, a parte quelle di Benedetto Croce e di Cesare Battisti.

A distanza di 50 anni – dopo essere state, queste leggi, offuscate a lungo nella storia e nella percezione comune per giustificare il fascismo del primo ventennio – la storiografia, che per decenni si è concentrata sui campi, è tornata ad occuparsene, riscattando dall’oblio quelle disposizioni che – vietando l’accesso alle scuole, alle attività e alle cariche pubbliche – erano ancora ben impresse nella memoria degli ebrei.

Tanti sono, quindi, i vuoti nel percorso della memoria: per cui è necessario oggi ritornare al diritto internazionale, ossia al concetto di crimine contro l’umanità, affinché la Shoah sia monito e non solo ricordo, ricucendo il rapporto con il razzismo.

Questa separazione, risalente al 1850 e nata dall’idea che il razzismo non si confacesse agli ebrei – come emerge nel libro Razzismo in Europa di George Mosse, è gravida di conseguenze, perché ricordare la Shoah – conclude Anna Foa – significa poterla confrontare con altri genocidi, come quello armeno, ad esempio.

Solo così la memoria può diventare monito e non “cassaforte” in cui rinchiudere l’identità ebraica contro ogni minaccia.

***

Celebrare oggi la Giornata della Memoria pone problemi seri – esordisce David Bidussa.[2] Indipendentemente da Gaza, è difficile comprenderne il senso, perché, a partire dal’8 ottobre 2023, si impone una memoria “lunga” più di due anni. Il 27 gennaio è una data che genera inquietudine.

Istituita in Italia con una legge del 2000, anticipando di cinque anni la legge europea, essa è collegata ad alcune immagini presenti nella memoria collettiva alla fine degli anni ’90: il cancello del campo di Auschwitz, la fotografia di guerra di Robert Capa, il crollo del muro di Berlino, il ragazzo cinese immobile davanti al carrarmato in piazza Tienanmen il 3 giugno del 1989. Quattro immagini che segnano un “pezzo” di ciò che rimane della fine del 900, un condensato dei valori di quel secolo, di cui prendersi cura perché “si portano dentro”.

Ma sono gli stessi di oggi? Valgono per le generazioni nate dopo il 2000?

Ne Il mito del bravo italiano del 1993, sullo sfondo di Tangentopoli, ci si interrogava sulla “verginità” dell’italiano rispetto agli atti della politica: il cittadino è stato estraneo alla corruzione oppure ha dato il suo consenso? Il racconto sulla sua mancanza di responsabilità è “mito” che, in realtà, cela “sudditanza e rapporto clientelare” con essa.

Un gruppo di studenti, nati fra il ’68 e il ’71, desiderosi di sapere come fosse possibile ripercorrere in maniera documentaria la storia di un’Italia razzista, nel 1994 allestì una mostra dal titolo La menzogna della razza, una sorta di “anti-manuale” dei manuali della storia del ’900. Dalle immagini e dai temi, su cui i giovani ebbero a lavorare, emergeva che è una menzogna credere che gli italiani si siano scoperti razzisti nel 1930: già alla fine del’800, esisteva un vocabolario razzista e una vignettistica che plaudeva al colonialismo italiano di fine ’800 e di inizi ’900, preludio della legislazione antisemita del ’38.

Confrontarsi con tali documenti, ha permesso loro di ragionare su come funziona la memoria e su come essa fa compiere percorsi di storia. Per questo è importante fornire non il “prodotto finito”, ma gli strumenti per un’attività laboratoriale, che consenta il processo di costruzione dei fatti perché essi si trasformino in storia.

Allo stesso modo, il lavoro dello storico lo si comprende non attraverso la sua ricostruzione degli eventi, ma “entrando nella mentalità”, cogliendo quali immagini egli abbia in testa e con quali problemi ci si confronti.

Nell’era del cosiddetto “odio virtuoso”, nella quale ci troviamo a vivere, saranno, allora, funzionali quelle immagini che permettono di attribuire all’odio dei “valori”; e per fare questo – come ben ha messo in evidenza Michel Foucault nel suo libro Archeologia del sapere – si riesumano dagli archivi “pezzi” di storia, organizzati secondo le logiche del loro tempo, e li si monta secondo quelle attuali. Non si tratta di un meccanismo di verità, ma di una modalità attraverso la quale «poter arrivare a dire che la violenza oggi è necessaria perché isola il male».

Perciò, parlare di unicità della Shoah è problematico: bisognerebbe, piuttosto, chiedersi che cosa di essa sia rimasto nella testa delle persone e nei modelli comportamentali.

Zygmunt Bauman in Modernità e olocausto (1988) afferma che lo sterminio ebraico non è stato un incidente di percorso, «una deviazione sulla via della civilizzazione», perché, come dimostra anche un esperimento attuato negli Stati Uniti nel 1959 dallo psicologo Milgram,[3] se, in nome di un’autorità, si ha il potere di vita e di morte su qualcuno che non si conosce, per una sorta di onnipotenza, l’atto viene compiuto.

È quanto accadde l’11 settembre: l’attentatore ha agito, condividendone il valore, meccanismo che si ripete ogni volta che, nella violenza, si vedono realizzate rivendicazioni personali e si ha la possibilità di riscattarsi e di fare ciò che è sempre stato negato.

Se, fino al ’39, l’atto violento era tenuto a freno dalla morale, dopo il ’45 le modificazioni culturali e di mentalità hanno indotto, in maniera irreversibile, ad attribuirgli valore, e a tale scopo si costruiscono immagini che lo giustificano. Basti pensare a come, per mantenere vivo il ricordo della strage alla stazione di Bologna, si decise di fermare le lancette dell’orologio – che aveva funzionato fino al 1996 – sull’ora esatta dell’attentato. Si fissò un “segno” che, vero o no, permettesse di «fare un ragionamento sull’evento e di comunicarlo».

Per tornare, dunque, alla Giornata della Memoria: che significato può avere oggi, all’interno del calendario scolastico, per i giovani nati dopo il 2000? Per un giovane di oggi tale data, più che alla Shoah, è connessa a Gaza. E se, come fa la politica, si continuerà a celebrarla in senso “riparativo” – per chiudere cioè una situazione – essa risulterà incomprensibile.

Solo in senso “ricostruttivo”, riconoscendo, cioè, dei diritti – non solo ai palestinesi sterminati a Gaza – ma a tutti coloro a cui sono stati negati oggi e ieri, come i migranti in attesa di rimpatrio in Albania o i diversamente abili, o gli omosessuali e i sinti, tutte vittime dello sterminio nazista, il 27 gennaio avrà valore. Questo è il lessico da usare, in maniera che possa diventare un «pezzo di lessico collettivo», da far agire oggi.


[1] Anna Foa (Università di Roma La Sapienza) è una storica italiana, autrice di numerosi studi di storia culturale della prima età moderna e di opere sulla storia degli ebrei in Italia e in Europa. Da sempre impegnata sul fronte della memoria, della didattica della storia e della sensibilizzazione delle giovani generazioni alla conoscenza storica dei fatti riguardanti la Shoah e la deportazione nei campi di concentramento e di sterminio. Fra le sue pubblicazioni: Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione; Diaspora. Storia degli Ebrei nel Novecento; Donne e Shoah; Il suicidio di Israele.

[2] David Bidussa (Fondazione Feltrinelli), storico sociale delle idee, si occupa di storia contemporanea, storia sociale, semiotica, teoria della letteratura, storia delle dottrine politiche, dei partiti e movimenti politici. Tra le sue pubblicazioni: Il mito del bravo italiano; La mentalità totalitaria, Storia e antropologia; Siamo stati fascisti. Il laboratorio dell’antidemocrazia. Italia 1900–1922, in collaborazione con Giulia Albanese; Pensare stanca. Passato, presente e futuro degli intellettuali.

[3] L’esperimento nasceva dall’esigenza di comprendere le ragioni addotte da Eichmann in giustificazione dei suoi atti violenti, al processo che si celebrava a Gerusalemme contro di lui.

Print Friendly, PDF & Email

Un commento

  1. Angela 27 gennaio 2026

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto