
Vivere il Ramadan in Italia significa tenere insieme spiritualità, lavoro, famiglia, scuola e vita sociale. Per i musulmani non è un semplice periodo di astinenza dal cibo e dalle bevande, ma un mese di preghiera, disciplina interiore, autocontrollo, solidarietà e rinnovamento etico.
Per questo va raccontato senza folklore e senza semplificazioni. È un tempo intenso e bello, ma anche concretamente faticoso.
Tra libertà religiosa, fatica quotidiana e buone pratiche
Chi digiuna si alza prima dell’alba per mangiare, affronta la giornata senza bere e senza mangiare, e la sera riprende con la rottura del digiuno, la preghiera e i momenti comunitari. In Italia tutto questo si svolge dentro ritmi sociali che non tengono conto del Ramadan, ed è qui che emergono le difficoltà maggiori. Non si tratta di chiedere privilegi, ma di riconoscere un dato semplice. La libertà religiosa non è solo un principio astratto, è anche la possibilità concreta di vivere la propria fede con dignità.
A scuola, per esempio, ogni anno basta una minima attenzione verso gli studenti musulmani perché partano polemiche sproporzionate. Eppure il punto non è abbassare il livello o creare eccezioni arbitrarie. Il punto è distinguere tra uguaglianza e intelligenza educativa. Un ragazzo che digiuna non chiede favoritismi, chiede di non essere guardato come un problema. Lo stesso vale per gli ambienti di lavoro. La grande maggioranza dei musulmani continua a lavorare normalmente durante il Ramadan, spesso in settori pesanti e con ritmi intensi, dalla logistica all’edilizia, dai trasporti alla sanità, fino al commercio, ai servizi e all’assistenza.
Il tema dei turnisti merita un’attenzione particolare. Chi lavora di notte o con orari a rotazione vive il Ramadan con una complessità ulteriore. Il sonno è più frammentato, l’organizzazione dei pasti è più difficile, la stanchezza si accumula più facilmente. Molto dipende dall’età, dalla salute e dal tipo di mansione, ma è evidente che per un turnista il digiuno può essere più impegnativo. Anche qui non servono approcci ideologici. Servono buon senso, attenzione alle pause, capacità di ascolto e, dove possibile, una minima flessibilità organizzativa. Non si chiede di stravolgere il lavoro, si chiede di vedere la persona.
Ramadan: un tempo comunitario
Un’altra difficoltà riguarda la dimensione comunitaria del Ramadan. Nei Paesi a maggioranza musulmana i ritmi collettivi accompagnano naturalmente questo mese. In Italia no. Questo significa che molti musulmani devono costruire quasi da soli le condizioni per viverlo pienamente, trovare spazi adeguati, organizzare momenti di rottura del digiuno, raggiungere i luoghi di preghiera, conciliare tutto con gli orari di lavoro e di studio.
E qui emerge un nodo molto italiano. In diverse città le comunità musulmane devono ancora lottare perfino per il diritto elementare di pregare. Alcune sono costrette a rivolgersi alla magistratura per poter aprire o mantenere spazi di culto, altre pregano in oratori o locali concessi con generosità da parroci e realtà ecclesiali.
Questo accade perché in molti territori i Comuni continuano a non autorizzare sale di preghiera, spesso dietro pretesti urbanistici o amministrativi che mascherano una resistenza politica e culturale.
Accanto alle difficoltà, però, esistono buone pratiche reali che meritano di essere raccontate. Ci sono scuole che affrontano il tema con equilibrio, luoghi di lavoro in cui prevale il dialogo, amministrazioni che sostengono iftar aperti alla cittadinanza, realtà ecclesiali e gruppi di dialogo che vivono il Ramadan come occasione di conoscenza reciproca.
A Bologna, per esempio, il cardinale Matteo Maria Zuppi partecipa ogni anno all’iftar e ci invia sempre un messaggio di auguri all’inizio del Ramadan. È un gesto semplice ma importante, perché testimonia un’attenzione concreta.
Musulmani, una presenza stabile nel Paese
Per vivere bene questo tempo, le richieste alle istituzioni e alla società sono richieste di buon senso. Alle istituzioni si chiede di guardare alla presenza musulmana come a una componente stabile del Paese, non come a una realtà da affrontare sempre in modo emergenziale o sospettoso.
Questo significa anche smettere di trattare i luoghi di culto musulmani come un’anomalia da contenere invece che come un diritto da garantire nel quadro delle regole comuni. Alla scuola si chiede equilibrio educativo. Al mondo del lavoro si chiede ragionevolezza. Ai media si chiede di smettere di parlare di Ramadan solo quando esplode una polemica. Alla società si chiede una cosa semplice e decisiva, capire prima di giudicare.
Anche nel rapporto con la Chiesa italiana, in molti territori, esistono esperienze preziose. Quando il dialogo è concreto e serio, si crea un clima diverso. Non spariscono i problemi, ma cambia il modo di affrontarli. Ci si riconosce come persone, cittadini e credenti, non come etichette contrapposte.
Il Ramadan vissuto in Italia pone quindi una domanda che riguarda tutti. Siamo capaci di costruire un Paese in cui la fede possa essere vissuta senza caricature, diffidenza o ostilità? Se la risposta è sì, allora il Ramadan non è un problema da gestire. È una prova di maturità democratica, culturale e umana.
L’autore è stato presidente nazionale di UCOII (2018-2025), l’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia, che è attiva nel nostro Paese fin dal 1990






Si adeguino.
Come tocca a noi turnisti cristiani quando dobbiamo lavorare la domenica e i giorni festivi.
Due osservazioni.
Primo: non ci sono chiese cristiane nei Paesi musulmani; dunque chi si reca in questi Stati non può praticare la propria fede.
Anche perché, tra parentesi, verrebbe ucciso e perseguitato.
Secondo: il problema del rapporto Stato/società civile e religioni dovrebbe essere affrontato in Parlamento.
Per garantire vera libertà di culto anche ai cristiani: attività commerciali chiuse nei giorni festivi, abolizione della pornografia, ecc.
Ma sappiamo bene che in Occidente si adora il Vitello d’Oro
Io, invece, penso ai miei fratelli in Cristo che vengono perseguitati e uccisi nei Paesi musulmani…sarebbe stato bello se il signor Lafran, oltre che diritti…diritti…diritti… a senso unico, avesse parlato anche di accoglienza e cammino reciproco nei Paesi musulmani…non ricordo i cittadini europei di fede musulmana impegnarsi molto su questo tema. Buona Quaresima a tutti, Cinzia.
Io mi sto sforzando di seguire le regole tradizionali della quaresima.
Digiuno tutti i giorni tranne la domenica.
Astinenza dalle carni venerdì e sabato.
Per digiuno, mi fa strano doverlo spiegare, si intende un solo pasto al giorno (max 250 grammi) e due spuntini (max 80 grammi).
Ovviamente niente alcol né dolci.
Vi assicuro che non è per niente facile.
Sinceramente non mi è mai venuto in mente di smettere di lavorare o di chiedere un trattamento di favore.
Diciamo che si può vedere un punto in comune, del resto secondo stufi recenti l’Islam è nato in un contesto di giudeo-cristianesimo medio-orientale. Possiamo insistere sulle differenze (ci sono) quanto cercare dei punti di contatto. Sicuramente la somiglianza tra Quaresima e Ramadan aiuta, può anche aiutate a riscoprire il valore della Quaresima.
Nessuno li obbliga a vivere qui, se devono fare tutti questi sacrifici. Non siamo noi a doverci adeguare, ma loro che dopotutto sono ospiti
Da cattolica praticante mi permetto di dire che non è un problema di adeguarci, ma di rispetto verso altri che abitano la nostra stessa terra. E una buona parte dei quali forse oggi non sono più “ospiti” ma nostri concittadini che lavorano in Italia e qui pagano le tasse.
Quindi quando lei ospita qualcuno lo costringe a mangiare quando vuole lei o a parlare solo di quello che interessa a lei?
Inoltre piantatela di parlare di “ospiti” come se fossero qui per divertimento e come se gli stessimo facendo un favore: queste persone lavorano, spesso più duramente di noi, e spesso al nostro servizio; spesso pagano le tasse più regolarmente di noi e rispettano le leggi più attentamente (anche perché rischiano molto di più ad infrangerle), quindi il MINIMO che possiamo fare è trattarli con rispetto, e la prima forma di rispetto è quella per la loro fede.
È importante chiedere agli altri, bisognerebbe però anche chiedere a se stessi: vedere se è possibile mitigare certe regole religiose obsolete, adattarsi alle situazioni, rispettare le norme civili, rapportarsi con la modernità occidentale, favorire l’emancipazione della donna…
Io credo che la maggioranza dei musulmani sia già così.
Purtroppo sui giornali finiscono (e non sono solo musulmani!) quelli violenti o intolleranti e, come dice un proverbio, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.
Se fossimo un paese del tutto laico e “moderno” le nostre vacanze non sarebbero organizzate intorno a feste religiose. Il fatto che molti non le vivano più come tali non camcella il fatto che lo siano e che quindi costituiscano un “favoritismo” verso una specifica religione, cosa che è incompatibile con uno stato laico che rispetta (o è indifferente a) TUTTE le confessioni religiose dei suoi cittadini (o ospiti che siano).